venerdì 23 giugno 2017

L'amico cinese


Nel mio footing mattutino, che con l’approssimarsi dell’estate sta diventando quasi antelucano, mi è capitato tempo fa di imbattermi in un signore cinese. La prima volta l’ho osservato con curiosità, perché ho notato che portava un paio di sandali, che comunque non gli impedivano di camminare a passo abbastanza veloce, diversamente da noi occidentali, che non facciamo un passo senza scarpe adatte, comode e confortevoli. Mi veniva incontro, all’altezza più o meno del Lido degli Scogli, e mi faceva un largo sorriso, con gli angoli della bocca che gli arrivavano quasi alle orecchie ed in primo piano un paio di denti d’oro, vistosi e lucidissimi. Mi ha salutato in Cinese ed io mi son sentito in dovere di salutare con un sorriso a mia volta.
L’ho rivisto dopo un paio di giorni, sempre in direzione di marcia opposta alla mia. Si è scansato in anticipo, ha detto un paio di parole in Cinese ed ha anche accennato un inchino. Questa volta ho risposto con un sorriso più ampio e con un ciao, che mi è parso non abbia capito.
Il giorno successivo l’ho rivisto davanti a me, questa volta nella stessa direzione di marcia. L’ho raggiunto facilmente e, nell’accostarmi a lui, ho fatto un cenno con le mani ed ho aggiunto il solito ciao.
Lui mi fatto segno di fermarmi e poi si è messo a parlare, in Cinese, come le altre volte, come sempre. Gli ho chiesto se sapeva parlare Italiano, se almeno conosceva qualche parola d’Italiano, ma lui rispondeva in Cinese, solo in Cinese. Ad un certo punto ha estratto un pacchetto di sigarette e mi ha indicato di prenderne una, amichevolmente, come per stabilire un rapporto. Gli ho fatto capire che non ero fumatore e lui ha riposto le sigarette. Poi l’ho salutato ed ho ripreso il mio passo veloce.
L’ho rivisto dopo un paio di giorni ancora. Già da lontano mi mostrava un cellulare e solo da vicino mi ha fatto capire che voleva fare un selfie con me. L’ho accontentato ovviamente e da parte mia mi sono limitato a fargli una foto con il mio cellulare, quella che si vede in alto. Dopo le foto, mi ha fatto capire che voleva accompagnarsi a me per un tratto, invertendo la sua direzione di marcia. L’ho lasciato fare, ma mi sono accorto che con i suoi sandali faticava a tenere il mio passo e rimaneva indietro. Mi voltavo continuamente e notavo che la distanza tra me e lui aumentava progressivamente. Dopo una curva l’ho perso di vista.
Dopo quel giorno non l’ho più rivisto e ad oggi sono più di quindici giorni che non lo vedo e non so niente di lui: non so come si chiama, dove abita, quanti anni ha, che cosa fa in Italia. Ogni tanto, arrivato nella zona dove eravamo soliti incontrarci, mi guardo con curiosità tutt’intorno, ma non lo vedo. Mi capita allora di pensare al mio sconosciuto amico cinese. Forse è malato, forse è partito, forse è ritornato in Cina. Non so niente di lui ed in fondo è giusto ed è bene che sia così.
Io e lui eravamo due monadi, disperse nell’Universo, venute in contatto casualmente per chissà quale fortuito gioco del destino ed incapaci di stabilire un rapporto comprensibile, proprio come succede alle monadi di leibniziana memoria. L’unica cosa che poteva stabilire un legame tra di noi era ed è quel sottile filo di simpatia, di cordialità, di umanità, che da sempre ha legato l’Italia e la Cina. Non c’è bisogno di scomodare Marco Polo e Matteo Ricci: i Cinesi, da qualche anno, stanno rafforzando quegli antichi legami stabilendosi sempre più numerosi nel nostro Paese e, solo a voler fare un esempio, nell’elenco telefonico di Milano il cognome più diffuso è Hu.
I Cinesi sono un popolo gentile e generoso, che nel corso dei secoli ha resistito a calamità, guerre, epidemie e tirannie oscene e sanguinarie, come quella di Mao Tse Tung. Sono tanti i Cinesi, sono quasi un miliardo e mezzo di formichine dedite al lavoro e sono già diventati una potenza a livello mondiale. C’è da scommettere che diventeranno sempre più potenti e decisivi.
Ovviamente hanno qualche difettuccio: sono in genere un po’ chiusi e riservati, se questo è un difetto, stabiliscono legami quasi sempre solo tra di loro ed hanno spesso un’aria misteriosa ed enigmatica, che induce noi altri a qualche sospetto e a qualche diceria nei loro confronti. Si dice che abbiano anche poca dimestichezza con l’igiene e con il pagamento delle tasse. Sarà!
Ma bisogna riconoscere anche che lavorano sodo, che anzi hanno una vera e propria religione del lavoro e che qui da noi in genere non creano problemi di ordine pubblico. Quando commettono dei reati, quasi sempre le vittime sono altri Cinesi, raramente degli Italiani. Non sono venuti con l’intenzione di convertirci al loro modello di vita, non ci minacciano, non hanno intenzione di tagliarci la gola. Nei tempi gaglioffi della prepotenza e del terrorismo islamico, dell’invasione dei clandestini raccolti nel Mediterraneo e sulle coste della Libia, delle prostitute nigeriane e degli spacciatori nordafricani, dell’invasione rom, che sta svuotando i Balcani e sta riempiendo l’Italia, la disponibilità dei Cinesi è apprezzabile ed è già tanto.
Amico mio cinese, sconosciuto Ciang, Cing, Dong,Tse, Shek, o comunque ti chiami, dove sei?
 Ezio Scaramuzzino

3 commenti:

  1. Hai fatto una giusta considerasione, i cinesi non sono un pericolo per gli italiani, solo per i negozianti ai quali fanno concorrenza sleale offrendo prodotti a prezzi stracciati, sono prodotti di valore molto basso ma spesso vengono comprati da chi non può permettersi altro in questi tempi di vacche magre!

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  2. Il discorso sui prodotti cinesi sarebbe lungo, ma non sempre essi sono qualitativamente scarsi. Dipende da quello che si vuole spendere. E poi non dimentichiamo che anche i prodotti di lusso quasi sempre provengono dalla Cina.

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    1. Fatti da bambini sfruttati fino allo sfinimento.

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