martedì 14 marzo 2017

La vita oltre la vita (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino

Avevo poco più di venti anni allora e la morte era qualcosa di lontano dai miei pensieri. A volte se ne parlava con gli amici, ma soltanto con toni leggeri, e, quasi per esorcizzarla, preferivamo non prenderla troppo sul serio. Nelle lunghe notti estive lentissime a trascorrere, dopo le interminabili partite a poker ci si sedeva sui tubi poco prima del rione Villetta e capitava che qualcuno prendesse il discorso, soprattutto  in occasione di qualche scomparsa prematura, che sembrava infrangere in maniera inattesa ed assurda quelle che per noi dovevano essere le ferree leggi della vita e del trascorrere del tempo. Ma durava poco, perché dopo qualche minuto eravamo tutti annoiati da quei discorsi ed eravamo pronti a cazzeggiare sulle vicende di tutti i giorni, con l’avvocato Barca che non finiva mai di raccontare le imprese straordinarie della sua vita avventurosa.
Le giornate allora trascorrevano lente e monotone a Scandale. Io ero studente universitario ed insegnavo già nella locale Scuola Media, grazie ad una legge che prevedeva l’utilizzo di studenti in mancanza di personale laureato. Al mattino andavo a scuola, al pomeriggio studiavo per la successiva sessione di esami universitari, correggevo qualche compito o preparavo le lezioni del giorno dopo e poi avevo molto tempo libero a disposizione. Mi annoiavo facilmente ed ero sempre alla ricerca di qualche emozione forte che desse un senso alla mia vita e ne riempisse i vuoti. I miei amici, tutti più o meno della mia età e pronti a spiccare il volo, erano sempre in attesa che la vita potesse concretizzare i loro sogni e le loro ambizioni, e nel frattempo tutti ci trascinavamo tra una partita a poker, qualche scorribanda notturna, qualche caffè ai tavoli del Bar Centrale e, per qualcuno più fortunato, qualche fugace e contrastato amore. 
Una sera, mentre eravamo tutti allineati ed appoggiati ai tubi di Viale Puccini, quasi scherzando, Romano lanciò una proposta:
-Non so voi, ma io stasera mi sto rompendo le scatole. Perché non facciamo una visita al cimitero?
-Una visita al cimitero?, rispose qualcuno, e per fare cosa? E poi a quest’ora?!
-Certo, a quest’ora!, replicò Romano. Manca poco a mezzanotte e in qualche minuto siamo lì. Mi hanno detto che nelle notti di luna nuova, quando il buio è perfetto, a mezzanotte nei cimiteri si crea un’atmosfera suggestiva. Siamo in gruppo e non c’è da aver paura. E poi paura di chi? Dei morti? E il cancello è pure aperto, perché il custode, Giangotti, d’estate lo lascia sempre aperto, di giorno e di notte. Voglio proprio vedere chi ha coraggio e chi no. Anzi, se qualcuno si ritira, io gli auguro solo una cosa: uno spiedo infuocato nel culo (‘nu spitu russu ‘ntru culu, si diceva allora nel nostro dialetto, augurando il peggio al perdente, quando si voleva sfidare qualcuno).
Di fronte a quelle proposte, di fronte a quel malaugurio di natiche arrostite e soprattutto nel timore di apparire vigliacchi, tutti, anche i più restii, si accodarono al gruppo e tutti insieme, una decina di persone, ci avviammo verso il cimitero. Quando quella strana processione si lasciò alle spalle le ultime case del paese, ci  si accorse che, senza illuminazione pubblica, non si vedeva ad un metro di distanza e un insopportabile silenzio incominciò ad impadronirsi del gruppo. Qualcuno prese a fischiettare, per dare coraggio a sé e agli altri, qualcun altro cercò di non perdere contatto con il suo vicino, chiamando ora questo ora quello, di tanto in tanto qualcun altro ancora faceva udire nel buio una risatina sommessa.
Arrivati davanti al cimitero, ci accorgemmo che effettivamente il cancello era solo socchiuso e, prima di entrare, qualcuno chiese di poter accendere una sigaretta. Improvvisamente tutti ci ricordammo che volevamo fumare e tirammo fuori l’occorrente per calmare la nostra voglia improvvisa. Qualche accendino ed un paio di fiammiferi illuminarono tutti insieme il buio profondo della notte ed a quel tenue chiarore ci accorgemmo che eravamo rimasti in quattro: io, Romano, Mimmo e Ninuzzo.
Fu Romano, il promotore dell’iniziativa, a prendere la parola davanti a quel cancello socchiuso.
-Intanto lo spiedo infuocato arriverà tardi, ma arriverà, per tutti i coraggiosi che se la sono fatta sotto e si sono dileguati nel buio. Però è anche vero che ormai si è fatto tardi e forse non è il caso di entrare, perché l’effetto della mezzanotte in punto non potrà esserci. Verremo un’altra volta e saremo più puntuali.
Tutti insieme, istintivamente, controllammo l’ora, vedemmo che la mezzanotte era passata da cinque minuti  e convenimmo che sì, effettivamente, si era fatto tardi e che non era il caso di proseguire. Con un senso di sollievo, rinfrancati e fumando una sigaretta dietro l’altra, ritornammo nel paese, poi ci augurammo la buona notte ed ognuno prese la via di casa.
Passò quasi un anno dopo quella sera e, come per un tacito accordo, nessuno prese più il discorso della visita notturna al cimitero. Io intanto, con i primi soldi guadagnati, avevo comprato una macchinetta, la mitica Fiat Cinquecento e, con quella mia prima macchinetta, che guidavo come se avessi sottomano una Ferrari, avevo preso l’abitudine di andare qualche sera a Crotone, per sollazzarmi un pochino e dare una sterzata piacevole alla routine noiosa della mia vita quotidiana.
Una sera d’estate, mentre guidavo lungo i tornanti che da Crotone conducevano verso il paese, diedi uno sguardo all’orologio e vidi che mancava poco alla mezzanotte. Ero nella zona del Fortino e capii che, di lì a qualche minuto, sarei stato nei pressi del cimitero. Improvvisamente mi ricordai di quella notte d’estate di un anno prima, della nostra visita naufragata, dell’attesa di fronte al cancello, del mesto e rassegnato ritorno a casa. Come in uno stato di trance e probabilmente senza nemmeno avere chiara consapevolezza di quel che stavo facendo, arrivato vicino al cimitero, deviai sulla destra, feci la breve e leggera salita antistante e fermai la macchina davanti all’entrata. Era una chiarissima notte di plenilunio, senza una nuvola in cielo, e si distingueva nettamente ogni cosa.
Spensi il motore, aprii la portiera, scesi dall’auto, richiusi la portiera e lentamente mi avviai verso il cancello. Era solo socchiuso, come in quella notte di un anno prima. Lo aprii con precauzione ed il cancello, girando sui cardini, emise un cigolio, quasi un doloroso lamento. Entrai. Le tombe, tutte allineate lungo i viali, erano perfettamente illuminate: era possibile distinguere al chiarore della luna i volti raffigurati negli ovali di porcellana ed era anche possibile leggere le iscrizioni sulle lastre di marmo. Guardai l’orologio: era mezzanotte in punto.
Avevo appena fatto qualche passo lungo i viali, quando, come ad un segnale convenuto, tutte le tombe incominciarono ad emettere uno strano fruscio, che a poco a poco divenne sempre più intenso fino ad assumere le parvenze di un rumore, leggero ma chiaramente percepibile.
Mi stropicciai a lungo gli occhi con le mani nude, poi, quando li riaprii, si offrì al mio sguardo uno spettacolo incredibile. Le tombe erano tutte aperte, con i marmi di copertura perfettamente allineati ed appoggiati di lato e ad ogni tomba era possibile vedere la figura di una persona seduta sul bordo; là dove i morti erano stati seppelliti lungo le pareti di cinta, i marmi di chiusura erano adagiati sul terreno e, in piedi, davanti alle rispettive tombe, stava una figura umana enigmatica, silenziosa, come in attesa di qualcosa o qualcuno.
Mi accostai alla tomba più vicina, dove era seduto un uomo dall’apparente età di sessanta anni.
-Che sta succedendo qui? Sogno o sono sveglio?, gli chiesi.
-Sei sveglio, sei sveglio e quello che vedi e senti è tutto vero.
-Ma come è possibile? Voi siete morti e parlate?!
-Mi meraviglio di te. Hai mai sentito parlare di Federico Ruysch, lo scienziato olandese che parlava con i morti mummificati del suo laboratorio? Tu dovresti conoscerlo: fai il professore…
-Certo che ne ho sentito parlare, ma ero convinto che fosse un favola.
-E invece è tutto vero. Con qualche differenza rispetto ai tempi di Ruysch:  una volta questo avveniva ogni mille anni circa, al compimento dell’anno grande e matematico; ora avviene ogni 10 anni e sempre per un quarto d’ora. Così ha deciso Chi ci governa. Durante questo quarto d’ora, se qualcuno parla con noi, siamo obbligati a dire la verità, non quella riportata sulle iscrizioni.
-Sulla tua vedo scritto “B.D., marito e padre esemplare, servì fedelmente lo stato”.
-E non era vero. Io ero l’Ufficiale postale del paese, ero avido e bramoso di denaro, non ho disdegnato di imbrogliare e truffare i contadini che mi affidavano i loro risparmi. Ho tiranneggiato la mia famiglia, soprattutto i miei figli.
Lo lasciai ai suoi ricordi e sulla destra mi accostai ad una tomba dove, seduta sul bordo, sembrava in attesa una donna piuttosto giovane. Lessi l’iscrizione: “V.S. Madre e moglie virtuosa, angelo del focolare, esempio luminoso di virtù domestica”. Le chiesi chi era.
-Non credere a quello che è scritto sul marmo. Io ho tradito più di una volta mio marito. Ero innamorata della vita e non potevo rassegnarmi al grigiore dei miei giorni. In una cosa sono stata brava: nel nascondere i miei amori e nel far credere che fossi una sposa fedele ed esemplare. Solo ai miei figli chiedo perdono per quello che ho fatto, non certo a mio marito, che mi tradiva a sua volta.
        Continuava a parlare con un tono strascicato e lamentoso, ma fui attirato poco più avanti sulla destra da un vecchietto che indossava una strana uniforme. Mi avvicinai e lessi. “P.R. Cavaliere di Vittorio Veneto. Esempio di virtù civiche, difese la Patria con indomito eroismo”. Incominciò a parlare,  non appena fui vicino a lui e senza che gli chiedessi qualcosa.
-Non ho mai difeso un bel niente. Facevo parte della Brigata Catanzaro e l’unica volta che potevo farlo, a Caporetto, scappai, come tanti, come tutti. In quella disperata fuga non esitai neppure ad uccidere un carabiniere che cercava di bloccarmi e di arrestarmi. Ho salvato la vita, certo, ma ho perso la dignità e la voglia di vivere, anche se mi sono trascinato stancamente fino alla vecchiaia. Che la pietà non vi rimanga in tasca.
Feci qualche passo lungo il viale e fui attratto dall’aspetto di una donna anziana, con il capo velato e le mani giunte.
-Sono M.T., mi disse. Se leggi la mia epigrafe, c’è scritto che ero una santa donna, sempre dedita alla preghiera e all’educazione dei figli. E non era vero, o almeno non era del tutto vero. Ero la sacrestana ed aiutavo il parroco in tante incombenze. Custodivo i paramenti sacri, servivo Messa, pulivo la chiesa ogni volta che ce n'era bisogno. L’abitudine al sacro mi induceva alla preghiera, ma non mi impediva di mettere mano alle offerte raccolte durante le cerimonie religiose. Dio mi è testimone che l’ho fatto solo per bisogno e perché c’era tanta miseria in giro e c’era poco da mangiare. Che la pietà non vi sia di vergogna.
-Ti ho riconosciuta, le dissi, io non so se ti ricordi di me. Ma dimmi, dove ti trovi adesso? Qual è la tua condizione?
Non rispondeva. Ripetei la domanda, ma lei continuava a restare muta. Capii che era scaduto il famoso quarto d’ora di colloquio concesso ai morti e che avrei dovuto aspettare altri dieci anni se avevo voglia di riprendere il colloquio. Mi apprestai a ritornare sui miei passi e intanto davo gli ultimi sguardi alle tombe che, lentamente, tutte, si stavano richiudendo, mentre la folla dei morti viventi si dissolveva come in una nebbia. Mi avviai verso l’uscita, a passi lenti, riflettendo su quello che avevo visto e che avevo sentito. Ricordai soprattutto gli inviti alla pietà che i morti mi avevano rivolto e di riflesso quegli inviti mi fecero venire in mente i versi di una famosa canzone di Fabrizio De André.
Uomini, cui pietà non convien sempre
mal accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine.
Mi ritrovai a ripetere mentalmente i versi, mentre uscivo dal cimitero e mi avvicinavo all'auto. Prima di aprire la portiera, volli fermarmi un attimo. Nella notte limpidissima si stagliavano nettamente le sagome illuminate dei paesi circostanti: Santa Severina in primo piano con la sua nave dolcemente in navigazione nella vallata del fiume Neto, San Nicola dell'Alto adagiata tra due colline, Belvedere Spinello a forma di serpente luminoso e poi, più lontano e più in alto sulle montagne della Sila, Cotronei, Caccuri, San Giovanni in fiore. Un cane randagio attraversò velocemente la strada e sparì dietro un cespuglio, un grillo notturno incominciò a far sentire il suo frinio intermittente, mentre qua e là qualche lucciola attenuava ancora di più il buio della notte. Non si avvertiva un alito di vento e ogni cosa sembrava pervasa da una quiete profondissima. La natura aveva ripreso il suo normale corso ed il mio silenzio sembrava confondersi magicamente coi silenzi del luogo.
Ezio Scaramuzzino

8 commenti:

  1. Un altro meraviglioso racconto: capisco il terrore di visitare il cimitero a notte inoltrata. D'altronde siamo stati cresciuti con la credenza che i morti ci fanno solo del male e che vengono a "tirarci i piedi". Siamo stati cresciuti nella paura dei morti, dei fantasmi, del lupo cattivo, dell'orco ma non dell'uomo. Mi stupisce quindi il suo
    coraggio di allora a visitare da solo il cimitero. Mi ricordo, da bambina, che dopo una certa ora la paura ci proibiva passeggiare oltre le case sia verso Condoleo che verso Bellavista. Qualche volta con gli adulti mi capitava, con il cuore in gola, di andare oltre le case e nel buio totale ammiravo un cielo costellato, il canto dei grilli e il luccichio delle lucciole. Oggi queste cose mi mancano tanto.
    Grazie Professore di avermi fatto tornare bambina.
    Cordialità

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    1. Ti ringrazio per il commento, che apprezzo. Ti chiedo troppo se ti chiedo chi sei? Puoi anche rispondermi, se vuoi, su facebook, nella chat personale. Ciao.

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  2. Come sempre ha dimostrato un livello di cultura superiore al comune. Ricordo con piacere le sue lezioni ed i suoi insegnamenti. Con stima prof. Un caro saluto da suo alunno di circa 20 anni fa...ITIS G. Donegani kr.

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    1. Vale anche per te quello che rispondo all'Anonimo di sopra. Grazie comunque. Ciao.

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  3. Bravissimo Professore, un piacere leggere questi racconti!

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  4. Ha raccontato una pratica comune all'epoca,oggi i ragazzi hanno altri modi di trasgredire e di rompere la monotonia dei paesi, come quella delle grandi città. Mi aspettavo però sul un finale una scoperta mozzafiato, una rivelazione, un incontro più coinvolgente ed intimo.

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  5. Anch'io a suo tempo ho trovato ispirazione in questo recitativo (non inganni il titolo apparentemente coprolalico): http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/2009/02/12/lui_si_cagava_addosso_recitati.html (a volte il cannocchiale non funziona - è per quello che ce ne siamo andati più o meno tutti. Se lo trovi non funzionanti riprova: secondo me questo è uno dei miei post migliori)
    PS: quel "per pietà" ripetuto alla fine del testo dà anhe a te l'impressione, più che di affermazione, di un'invocazione?
    PPS: non per voler sempre polemizzare a tutti i costi coi tuoi lettori, ma a me il finale del racconto sembra proprio l'unico possibile.

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  6. Concordo con la tua interpretazione del primo PS: i morti invocano pietà, prima di riaffermare il loro diritto a ricevere la pietà dei vivi.

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