lunedì 27 marzo 2017

I nuovi padroni: Beppe Grillo ed il M5S

Premetto subito che non ho alcuna simpatia per Beppe Grillo ed il suo M5S. Nonostante la loro rivendicata apoliticità, ho sempre avuto l’impressione, in base a quel che dicono, a quel che fanno e a come si muovono nel variegato mondo della politica, che in realtà si tratti di un movimento ben radicato nella tradizione della Sinistra e dell’Ultrasinistra e che tutto sommato sia la stessa cosa del PD, solo un po’ peggio. La riprova? All’inizio dell’attuale legislatura, appena insediatisi in gran numero nel nuovo Parlamento, la prima cosa, che i Grillini hanno preteso ed ottenuto in combutta col PD, è stata l’abolizione del reato di immigrazione clandestina. La giustificazione? Il reato andava abolito perché non era servito a bloccare l’afflusso di clandestini. Classico discorso a pera, caro ad una certa sinistra, per cui allora, solo per fare un esempio, anche il reato di rapina andrebbe abolito, dal momento che non è servito a bloccare le rapine, che anzi continuano allegramente a crescere in questa nostra Italia, che ormai sarebbe più appropriato chiamare “Paese  dei balocchi”.
In particolare dei Grillini non mi piace il giacobinismo a corrente alternata, clemente con gli amici e implacabile e manettaro nei confronti di nemici ed avversari politici. E questo è tanto più sorprendente, quanto più si rifletta sulla loro origine e sui loro riferimenti. Non dimentichiamolo: i Grillini non sono i figli di una tradizione culturale o filosofica, non derivano da Platone, da Kant o da Popper, essi sono semplicemente gli eredi e beneficiari del “Vaffanculo day”. E’ in questa nobile tradizione, di origine tipicamente italiana, che essi si riconoscono e ritrovano la matrice culturale che tutti li accomuna e li affratella. Eppure, provate a mandare vaffanculo un esponente grillino: mica ci ridono sopra, perché si incazzano subito e, se ti va bene, ti buschi una querela anche per una virgola sbagliata.
Debbo però aggiungere che ci sono un paio di qualità dei Grillini che mi sono gradite. Una è la loro propensione alla riduzione del costo della politica, comunque largamente insufficiente, anche per quanto li riguarda,  rispetto a quanto sarebbe effettivamente possibile e necessario. Ma è apprezzabile la loro buona volontà, destinata a scontrarsi con la cecità di molti altri partiti, tenacemente ed odiosamente abbarbicati alla difesa dei privilegi ed incapaci di vedere che, così facendo, consentiranno ai Grillini di stravincere senza sforzi le prossime elezioni politiche.
E’ di pochi giorni fa la proposta grillina di eliminare i famosi e stramaledetti vitalizi, ricalcolandoli con il metodo contributivo e considerandoli alla stregua di tutti gli altri contributi previdenziali validi per tutti i cittadini italiani. Discussa in Parlamento ed appoggiata solo da Lega e FdI, la proposta è stata osteggiata da tutti gli altri partiti, i quali hanno approvato una risibile riforma che in realtà non cambia quasi niente. Io non escludo nemmeno che nella proposta grillina ci fosse una punta di demagogia, ma evidentemente ci sanno fare, perché intanto sull’intera vicenda hanno guadagnato un bel po’ di credibilità: loro sono passati e passano per quelli che risparmiano, mentre gli altri passano per parassiti che campano sulle spalle degli Italiani.
L’altra qualità è il loro riferimento al WEB, come sede ideale di tutta la vita del movimento. Fateci caso: i Grillini non hanno sedi, non hanno sezioni o circoli di partito, che oltre tutto costano, hanno soltanto un sito web, dal quale tutto dipende. Questo fa sì che tutti gli iscritti, amici e simpatizzanti hanno l’impressione di essere parte attiva nella vita del Movimento, perché lì, in quel sito, si prendono le decisioni più importanti, si decidono le candidature, si partecipa direttamente all’attività politica, senza nemmeno essere costretti a spostarsi da casa, anzi dalla propria scrivania. E questo non è poco, perché, come avveniva per l’ultimo  soldato dell’esercito di Napoleone, l’ultimo iscritto del M5S ha, o crede di avere, nello zaino il bastone di maresciallo. A ragione del resto, perché solo così tanti illustri sconosciuti , da un giorno all’altro, sono diventati importanti (Di Maio, Di Battista, ecc.).
Sia ben chiaro: il fatto di decidere con trasparenza su un sito web non esclude di per sé la manipolazione e la truffa, come del resto avviene quando le decisioni si prendono in un’assemblea o in un congresso. Ma si tratta comunque di un grande passo avanti rispetto ai partiti strutturati in maniera tradizionale, dove le decisioni vengono per lo più prese tra pochi intimi e tra pochi addetti ai lavori, senza nemmeno ricorrere talvolta alla soluzione elementare  e democratica delle primarie.
Dico anzi di più. L’attuale successo del M5S, sempre più sulla cresta dell’onda e sempre più favorito dai sondaggi, nonostante numerosi passi falsi, è anche secondo me conseguenza di questo originale sistema di partecipazione politica. Ed aggiungo che gli altri partiti potranno fare tutto quel che vorranno, potranno trasformare anche il piombo in oro, potranno anche fare miracoli, ma, se non si adegueranno ai tempi e non sapranno trovare un modo convincente  di far partecipare la base alle decisioni ed alla determinazione della linea politica, saranno fatalmente destinati a restare indietro.
I Grillini diventeranno i nuovi padroni dell’Italia? Spero di no, ma, vista l’insipienza e la cecità degli altri, un’eventualità del genere non è da escludere. Dico anzi che essa è altamente probabile, a meno di qualche nuova legge elettorale, tipo proporzionale pura, concepita ed eventualmente portata avanti al solo scopo di danneggiarli, almeno per il momento. Avremo un prossimo governo Di Maio o Di Battista? Perché no? Per questo io non me ne andrò dall’Italia, anche perché non avrei dove andare. Resterò ad osservare con curiosità quello che i Grillini sapranno fare e dopo qualche tempo, annoiato, distoglierò lo sguardo da loro.
In Un Marziano a Roma Ennio Flaiano racconta appunto di un Marziano che sbarca con la sua astronave nei pressi di Villa Borghese. La città impazzisce dalla voglia di conoscerlo, ma, una volta cessato l’effetto sorpresa, prende ad ignorarlo ed il Marziano, abbandonato da tutti, si aggira solitario per le strade della capitale ed alla fine decide di ripartire. Succederà lo stesso con Beppe Grillo?
Ezio Scaramuzzino



giovedì 23 marzo 2017

Decalogo del bravo docente di Franco Federico



Vi sono attività lavorative, nello svolgimento delle quali la professionalità non può essere simulata, né basta dichiararla a parole perché ne sia riconosciuto il possesso, ma va posseduta effettivamente. L’insegnamento è una di queste. E certamente è difficile capire come possa insegnare chi ha proprio tanto da imparare. Ciascun docente non insegna che quel che sa.
Ma è anche vero che si può conoscere una disciplina ed essere incapaci, sia di farla conoscere ai propri allievi, sia di misurare con esattezza fino a quale livello essa sia concretamente dagli stessi posseduta. Non ci sono discipline facili e discipline difficili; ci sono docenti capaci e docenti incapaci di rendere facile la propria disciplina. E, d’altra parte, quello che il ragazzo capisce bene, lo dimentica piuttosto difficilmente. Scorda subito ciò che invece non ha compreso del tutto chiaramente.
Aggiornamento non è leggere il libro di testo tutti i giorni prima della lezione. Occorre tenere sempre presente che il libro di testo rappresenta, nella generalità dei casi, la condensazione, ovvero l’essenzializzazione del sapere disciplinare e, come tale, è un sussidio dello studente con il cui contenuto questi confronterà, giorno dopo giorno, gli appunti delle varie lezioni. Il libro di testo va esaminato attentamente (leggendone possibilmente più capitoli), prima di decidere sulla sua adozione o meno. Del resto, nei vari Corsi di Aggiornamento si favorisce la conoscenza di ciò che occorre imparare attraverso la lettura meditata e attenta di libri e/o articoli di valide riviste scolastiche.
Non cessare mai di leggere i classici, perché non basta, forse, una vita per poterli leggere tutti. Non limitarsi a leggere di un classico solo quello che “passa” l’antologia scolastica. E leggere il classico in una buona edizione, possibilmente in quella che mette a disposizione il relativo testo critico. Fare ciò sia col classico italiano che con quello latino. Tante opere latine sono, oltretutto, di così breve respiro che la loro lettura non richiede molto tempo.
La prima formazione è più importante che mai, non solo perché, nel caso migliore, fornisce i fondamenti epistemologici delle discipline e l'impostazione metodologica di uno studio che va proseguito nel tempo, ma anche in considerazione del fatto che, da giovane, si dispone di più tempo e di maggiori energie e si è normalmente più motivati.  Si dovrebbe sentire come un dovere quello di seguire le più importanti novità librarie che riguardano le proprie discipline. A che serve riempirsi la casa solo dei cosiddetti “saggi” di libri scolastici? Di tante novità si viene a conoscenza tramite la buona Rivista scolastica, talvolta attraverso il quotidiano o il settimanale di diffusione nazionale, o la visita in una ben fornita libreria.
Data la vastità quasi infinita dei documenti storico-letterari e degli studi che li riguardano, è quasi impossibile che il sapere di un docente coincida con quello dei suoi colleghi. Per questo è opportuno individuare quelli che possono ritenersi i contenuti fondamentali delle proprie discipline, per il quale scopo si può essere aiutati dai colleghi che vantano il merito, oltre che della lunga esperienza, della grande passione scolastica e del sempre vivo interesse culturale.
Fare sempre il proprio dovere fino in fondo, anche se non mancano le ragioni per non farlo: lo stipendio inadeguato all’impegno e alla bravura professionale; l’appiattimento assoluto da ogni punto di vista; la mancanza di una prospettiva di carriera e di ogni forma di gratificazione diversa da quella che deriva dal successo del proprio lavoro. Il proprio dovere va fatto per i ragazzi e per le loro famiglie, non per il dirigente (che, in tanti casi, non si accorge di nulla, o è interessato solo a ciò che gli ruota intorno).
La predilezione degli insegnanti per la produzione di manifestazioni teatrali somiglia tanto alla predilezione provata dagli stessi per l'attività politica. Sia l'una che l'altra permettono quel riconoscimento pubblico delle proprie capacità, che manca all'ormai misero e piatto lavoro dell'insegnante di oggi.
Non porsi mai in atteggiamento di adulazione nei confronti del dirigente, chiunque esso sia. Se ci si accorge che appartiene a quella specie di vanitosi, oggi in così grande proliferazione, si fa bene ad ignorarlo completamente. Ad adularlo siano i “leccapiedi nati”, che non mancano mai in nessun settore e che, da che è mondo è mondo, ci sono sempre stati. Non si trovano parole per esprimere quale sdegno sia provocato dal riconoscimento automaticamente attribuito alle persone insignite di titoli, indipendentemente dal fatto che le stesse manchino di valore e di merito. A coloro che possiedono l'uno e l'altro, ma sono privi di un titolo di qualche rilievo, null'altro che l'isolamento o, nei casi migliori, quella che ci piace definire la "stima obbligatoria".
Occorre essere consapevoli che il disconoscimento sistematico dei valori professionali sul luogo di lavoro è sì un fenomeno tipico di tutto il settore pubblico, ma lo è in modo particolare della scuola. Esso, come sanno ormai tutti, rappresenta, oltre che un’enorme perdita dal punto di vista dell’efficienza, un palese affronto alla dignità della persona umana. Contro tale ingiustizia, non degna certo di un paese civile, non esistono purtroppo oppositori né tra i sindacalisti, né tra i partiti politici di destra o di sinistra.
Guai a giudicare con pressappochismo la propria opera di educatore. Si deve pur credere che, qualunque sia la disciplina che s’insegna, il proprio quotidiano esempio di rettitudine e il continuo dialogo con i ragazzi possano incidere sul loro effettivo miglioramento. E non si deve pensare che il lavoro del docente abbia a che fare solo con la sfera intellettiva. Anzi nell'educazione la relazione viene prima della didattica. Mai dimenticare che ogni ragazzo ha diritto ad essere rispettato, prima ancora che come studente, come persona; e, come tale, lo si deve considerare per ogni dimensione, oltre che per quella intellettiva. Bisogna rispettare sempre l'intimità del ragazzo e non essere con lui volgare né col comportamento, né col linguaggio e né con i ragionamenti. È rispettandolo che si riesce a meritare il suo rispetto. Spesso il ragazzo è costretto a "stare al cattivo gioco", perché posto nel ruolo più debole di studente.
Lasciare i problemi e i crucci personali dietro la porta dell'aula e mostrare una disponibilità continua e un umore non mutevole. Gli isterismi, le intemperanze, gli abusi di potere sono quanto di più odioso si possa perpetrare ai danni di un ragazzo. Quando una strigliata ci vuole, va fatta, ma senza mai eccedere. Bisogna, tuttavia, cercare di riconquistare subito il buon rapporto di prima. Niente "musoni" con i ragazzi.
Occorre sforzarsi di risultare più equo e più corretto che mai nell'esprimere le valutazioni intorno alle prove dei ragazzi, specie quando con le stesse - come solitamente accade - si stabiliscono differenziazioni e gerarchie tra loro. Gli studenti, anche i più "modesti", sanno essere giudici severi della capacità di valutazione dei propri docenti. Se si è giudicati ingiusti, parziali o pregiudizievoli, non basta la bella lezione per riuscire a riconquistare la loro stima e la loro fiducia. Ma equi e giusti bisogna esserlo con loro non solo nelle valutazioni, ma anche nel coinvolgimento nelle attività scolastiche e nell'attribuzione delle responsabilità.
Mai imitare il docente che, non sapendo farsi obbedire con la stima, si fa obbedire con il terrore. Ma essere amichevoli con i ragazzi non significa trasformarsi in un loro pari, perché essi si aspettano che il docente svolga la funzione del docente.
Dare, infine, grande valore al comportamento del ragazzo, quanto al suo profitto. Il che, nel concreto, deve tradursi nell'apprezzare che il suo comportamento sia improntato a civismo, correttezza, senso di amicizia, di lealtà e di solidarietà.
Franco Federico




     


       









lunedì 20 marzo 2017

Jendu vinendu15: Handicap-Crotone-Razzi

Handicap

Il posteggio riservato ai portatori di handicap è sacro. Purtroppo non sempre è così, perché spesso i posti sono occupati dai cosiddetti “normali”, che poi tanto normali non sono nel momento in cui arrivano ad occuparli con le loro auto. Non ho intenzione di fare prediche di tipo moralistico, perché mi preme soltanto rilevare un comportamento scorretto che, almeno in teoria, incontra la riprovazione di tutti e dico “almeno in teoria”, perché poi, in pratica, scagli la prima pietra chi è senza peccato e talvolta non si è reso responsabile di un tale abuso.
Detto questo, e dato il doveroso riconoscimento ai nostri fratelli portatori di handicap, c’è da aggiungere però che tali comportamenti scorretti, secondo me, non vanno perseguiti con invettive e maledizioni. Immagino che tutti abbiano visto e letto avvisi come quello riportato in foto e che è possibile vedere un po’ dovunque nel nostro Paese. Non nascondo che tali invettive suscitano in me un certo sconcerto per il loro tono vagamente iettatorio, oltre che minaccioso e vagamente ricattatorio. Sento già l’obiezione, già ribadita in un famoso proverbio: dei villani contro il male gentilezza poco vale. Continuo a non essere d’accordo. Intanto non so quale genio della comunicazione abbia potuto concepire e poi deciso di utilizzare uno slogan del genere e immagino che tale genio non sia un portatore di handicap, ma un cosiddetto “normale”. Perché l’handicap è strettamente collegato all’idea della solidarietà e della fratellanza umana ed uno slogan del genere, nella sua crudezza, mal si concilia con tali idee. Sbaglio? Può darsi, ma io la penso così.

Crotone

Continuo da qualche tempo ogni mattina a fare footing lungo la strada che porta a Capocolonna e noto tante cose. Noto ad esempio che il forte vento di qualche giorno fa ha provocato dei danni, come può vedersi nella foto, e che esistono pericoli immediati ed evidenti per le auto in transito. Gli enti preposti alle riparazioni sono tanti (nel nostro caso ENEL e Comune), ma pare che nessuno abbia voglia di intervenire, anzi è probabile che nessuno abbia notato niente. Eppure ogni mattina incrocio un’auto di servizio dei Vigili Urbani (pardon, della Polizia Municipale, come si dice adesso), che probabilmente, oltre a controllare lo scarsissimo traffico, non ritiene di dover fare altro.
Quanto all’amministrazione Pugliese, ormai in carica da quasi un anno, è tempo di fare un primo bilancio. Crotone continua a vivere come è sempre vissuta: le strade sono dissestate come prima, i tombini dono dissestati e rumorosi come prima, l’aeroporto di S. Anna continua ad essere chiuso come prima, il commercio abusivo è sempre fiorente come prima, le finanze comunali sono sempre in crisi come prima, agli incroci i bambini Rom continuano a chiedere l’elemosina come prima, extracomunitari e clandestini continuano a fare i posteggiatori abusivi come prima. Note positive? Poche. Da qualche tempo, se vai in un ufficio comunale, noti che i dipendenti sono quasi tutti al loro posto. Ma questo, come si sa, non è merito degli amministratori, bensì delle inchieste che in tutta Italia hanno fatto nascere una maledetta paura di perdere il posto, in attesa che passi la burrasca. Si nota pure un modesto miglioramento nella raccolta dei rifiuti. In compenso di recente la Giunta Comunale ha ritenuto opportuno aumentare le proprie indennità, alla faccia delle difficoltà di bilancio. Dipenderà dal fatto che gli amministratori hanno stabilito gli orari di deposito dei rifiuti nei cassonetti e tale, unica,  decisione ha determinato un tale logorio fisico e psicologico che gli stessi hanno probabilmente ritenuto di meritare un premio. Amen.

Antonio Razzi

Abruzzese, ex Italia dei valori, è attualmente senatore di Forza Italia. E’ diventato famoso non per le sue qualità, non rilevabili, ma per la feroce presa in giro che ne fa Crozza nelle sue imitazioni. Unico suo merito è quello di essere pienamente consapevole della sua pochezza, per cui si mantiene basso e nel suo ingenuo candore ha ammesso in un fuori onda famoso che la sua unica aspirazione in politica è quella di procurarsi una meritata pensione per la vecchiaia. Imbarazzante!
Il cavalier Berlusconi deve capire che, se intende fare di Forza Italia un partito decente, i personaggi come Antonio Razzi non vanno più candidati. Non perché Razzi sia impresentabile (c’è di peggio in giro!), che anzi umanamente emana anche una certa simpatia, ma solo perché un partito si qualifica anche per come i candidati lo rappresentano e Razzi con la sua modestia e il suo quasi analfabetismo di ritorno rischia di diventare una pesante zavorra. Non dimentichiamo poi che ormai una bella pensione egli l'ha pure maturata, quindi potrà ritirarsi contento e, siccome gode di buona salute, è presumibile che potrà godersela a lungo, cosa che gli auguro di cuore.
       Nella prima Forza Italia militarono intellettuali come Saverio Vertone, Piero Melograni, Marcello Pera, Lucio Colletti ed altri ed anche oggi non mancano elementi di spicco. Lo so, gli intellettuali creano sempre qualche problema, perché hanno la brutta abitudine di pensare troppo e di essere quindi poco malleabili, ma il passaggio da Lucio Colletti ad Antonio Razzi è troppo brusco e deprimente. Cavaliere, datti una mossa!

Ezio Scaramuzzino


martedì 14 marzo 2017

La vita oltre la vita (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino

Avevo poco più di venti anni allora e la morte era qualcosa di lontano dai miei pensieri. A volte se ne parlava con gli amici, ma soltanto con toni leggeri, e, quasi per esorcizzarla, preferivamo non prenderla troppo sul serio. Nelle lunghe notti estive lentissime a trascorrere, dopo le interminabili partite a poker ci si sedeva sui tubi poco prima del rione Villetta e capitava che qualcuno prendesse il discorso, soprattutto  in occasione di qualche scomparsa prematura, che sembrava infrangere in maniera inattesa ed assurda quelle che per noi dovevano essere le ferree leggi della vita e del trascorrere del tempo. Ma durava poco, perché dopo qualche minuto eravamo tutti annoiati da quei discorsi ed eravamo pronti a cazzeggiare sulle vicende di tutti i giorni, con l’avvocato Barca che non finiva mai di raccontare le imprese straordinarie della sua vita avventurosa.
Le giornate allora trascorrevano lente e monotone a Scandale. Io ero studente universitario ed insegnavo già nella locale Scuola Media, grazie ad una legge che prevedeva l’utilizzo di studenti in mancanza di personale laureato. Al mattino andavo a scuola, al pomeriggio studiavo per la successiva sessione di esami universitari, correggevo qualche compito o preparavo le lezioni del giorno dopo e poi avevo molto tempo libero a disposizione. Mi annoiavo facilmente ed ero sempre alla ricerca di qualche emozione forte che desse un senso alla mia vita e ne riempisse i vuoti. I miei amici, tutti più o meno della mia età e pronti a spiccare il volo, erano sempre in attesa che la vita potesse concretizzare i loro sogni e le loro ambizioni, e nel frattempo tutti ci trascinavamo tra una partita a poker, qualche scorribanda notturna, qualche caffè ai tavoli del Bar Centrale e, per qualcuno più fortunato, qualche fugace e contrastato amore. 
Una sera, mentre eravamo tutti allineati ed appoggiati ai tubi di Viale Puccini, quasi scherzando, Romano lanciò una proposta:
-Non so voi, ma io stasera mi sto rompendo le scatole. Perché non facciamo una visita al cimitero?
-Una visita al cimitero?, rispose qualcuno, e per fare cosa? E poi a quest’ora?!
-Certo, a quest’ora!, replicò Romano. Manca poco a mezzanotte e in qualche minuto siamo lì. Mi hanno detto che nelle notti di luna nuova, quando il buio è perfetto, a mezzanotte nei cimiteri si crea un’atmosfera suggestiva. Siamo in gruppo e non c’è da aver paura. E poi paura di chi? Dei morti? E il cancello è pure aperto, perché il custode, Giangotti, d’estate lo lascia sempre aperto, di giorno e di notte. Voglio proprio vedere chi ha coraggio e chi no. Anzi, se qualcuno si ritira, io gli auguro solo una cosa: uno spiedo infuocato nel culo (‘nu spitu russu ‘ntru culu, si diceva allora nel nostro dialetto, augurando il peggio al perdente, quando si voleva sfidare qualcuno).
Di fronte a quelle proposte, di fronte a quel malaugurio di natiche arrostite e soprattutto nel timore di apparire vigliacchi, tutti, anche i più restii, si accodarono al gruppo e tutti insieme, una decina di persone, ci avviammo verso il cimitero. Quando quella strana processione si lasciò alle spalle le ultime case del paese, ci  si accorse che, senza illuminazione pubblica, non si vedeva ad un metro di distanza e un insopportabile silenzio incominciò ad impadronirsi del gruppo. Qualcuno prese a fischiettare, per dare coraggio a sé e agli altri, qualcun altro cercò di non perdere contatto con il suo vicino, chiamando ora questo ora quello, di tanto in tanto qualcun altro ancora faceva udire nel buio una risatina sommessa.
Arrivati davanti al cimitero, ci accorgemmo che effettivamente il cancello era solo socchiuso e, prima di entrare, qualcuno chiese di poter accendere una sigaretta. Improvvisamente tutti ci ricordammo che volevamo fumare e tirammo fuori l’occorrente per calmare la nostra voglia improvvisa. Qualche accendino ed un paio di fiammiferi illuminarono tutti insieme il buio profondo della notte ed a quel tenue chiarore ci accorgemmo che eravamo rimasti in quattro: io, Romano, Mimmo e Ninuzzo.
Fu Romano, il promotore dell’iniziativa, a prendere la parola davanti a quel cancello socchiuso.
-Intanto lo spiedo infuocato arriverà tardi, ma arriverà, per tutti i coraggiosi che se la sono fatta sotto e si sono dileguati nel buio. Però è anche vero che ormai si è fatto tardi e forse non è il caso di entrare, perché l’effetto della mezzanotte in punto non potrà esserci. Verremo un’altra volta e saremo più puntuali.
Tutti insieme, istintivamente, controllammo l’ora, vedemmo che la mezzanotte era passata da cinque minuti  e convenimmo che sì, effettivamente, si era fatto tardi e che non era il caso di proseguire. Con un senso di sollievo, rinfrancati e fumando una sigaretta dietro l’altra, ritornammo nel paese, poi ci augurammo la buona notte ed ognuno prese la via di casa.
Passò quasi un anno dopo quella sera e, come per un tacito accordo, nessuno prese più il discorso della visita notturna al cimitero. Io intanto, con i primi soldi guadagnati, avevo comprato una macchinetta, la mitica Fiat Cinquecento e, con quella mia prima macchinetta, che guidavo come se avessi sottomano una Ferrari, avevo preso l’abitudine di andare qualche sera a Crotone, per sollazzarmi un pochino e dare una sterzata piacevole alla routine noiosa della mia vita quotidiana.
Una sera d’estate, mentre guidavo lungo i tornanti che da Crotone conducevano verso il paese, diedi uno sguardo all’orologio e vidi che mancava poco alla mezzanotte. Ero nella zona del Fortino e capii che, di lì a qualche minuto, sarei stato nei pressi del cimitero. Improvvisamente mi ricordai di quella notte d’estate di un anno prima, della nostra visita naufragata, dell’attesa di fronte al cancello, del mesto e rassegnato ritorno a casa. Come in uno stato di trance e probabilmente senza nemmeno avere chiara consapevolezza di quel che stavo facendo, arrivato vicino al cimitero, deviai sulla destra, feci la breve e leggera salita antistante e fermai la macchina davanti all’entrata. Era una chiarissima notte di plenilunio, senza una nuvola in cielo, e si distingueva nettamente ogni cosa.
Spensi il motore, aprii la portiera, scesi dall’auto, richiusi la portiera e lentamente mi avviai verso il cancello. Era solo socchiuso, come in quella notte di un anno prima. Lo aprii con precauzione ed il cancello, girando sui cardini, emise un cigolio, quasi un doloroso lamento. Entrai. Le tombe, tutte allineate lungo i viali, erano perfettamente illuminate: era possibile distinguere al chiarore della luna i volti raffigurati negli ovali di porcellana ed era anche possibile leggere le iscrizioni sulle lastre di marmo. Guardai l’orologio: era mezzanotte in punto.
Avevo appena fatto qualche passo lungo i viali, quando, come ad un segnale convenuto, tutte le tombe incominciarono ad emettere uno strano fruscio, che a poco a poco divenne sempre più intenso fino ad assumere le parvenze di un rumore, leggero ma chiaramente percepibile.
Mi stropicciai a lungo gli occhi con le mani nude, poi, quando li riaprii, si offrì al mio sguardo uno spettacolo incredibile. Le tombe erano tutte aperte, con i marmi di copertura perfettamente allineati ed appoggiati di lato e ad ogni tomba era possibile vedere la figura di una persona seduta sul bordo; là dove i morti erano stati seppelliti lungo le pareti di cinta, i marmi di chiusura erano adagiati sul terreno e, in piedi, davanti alle rispettive tombe, stava una figura umana enigmatica, silenziosa, come in attesa di qualcosa o qualcuno.
Mi accostai alla tomba più vicina, dove era seduto un uomo dall’apparente età di sessanta anni.
-Che sta succedendo qui? Sogno o sono sveglio?, gli chiesi.
-Sei sveglio, sei sveglio e quello che vedi e senti è tutto vero.
-Ma come è possibile? Voi siete morti e parlate?!
-Mi meraviglio di te. Hai mai sentito parlare di Federico Ruysch, lo scienziato olandese che parlava con i morti mummificati del suo laboratorio? Tu dovresti conoscerlo: fai il professore…
-Certo che ne ho sentito parlare, ma ero convinto che fosse un favola.
-E invece è tutto vero. Con qualche differenza rispetto ai tempi di Ruysch:  una volta questo avveniva ogni mille anni circa, al compimento dell’anno grande e matematico; ora avviene ogni 10 anni e sempre per un quarto d’ora. Così ha deciso Chi ci governa. Durante questo quarto d’ora, se qualcuno parla con noi, siamo obbligati a dire la verità, non quella riportata sulle iscrizioni.
-Sulla tua vedo scritto “B.D., marito e padre esemplare, servì fedelmente lo stato”.
-E non era vero. Io ero l’Ufficiale postale del paese, ero avido e bramoso di denaro, non ho disdegnato di imbrogliare e truffare i contadini che mi affidavano i loro risparmi. Ho tiranneggiato la mia famiglia, soprattutto i miei figli.
Lo lasciai ai suoi ricordi e sulla destra mi accostai ad una tomba dove, seduta sul bordo, sembrava in attesa una donna piuttosto giovane. Lessi l’iscrizione: “V.S. Madre e moglie virtuosa, angelo del focolare, esempio luminoso di virtù domestica”. Le chiesi chi era.
-Non credere a quello che è scritto sul marmo. Io ho tradito più di una volta mio marito. Ero innamorata della vita e non potevo rassegnarmi al grigiore dei miei giorni. In una cosa sono stata brava: nel nascondere i miei amori e nel far credere che fossi una sposa fedele ed esemplare. Solo ai miei figli chiedo perdono per quello che ho fatto, non certo a mio marito, che mi tradiva a sua volta.
        Continuava a parlare con un tono strascicato e lamentoso, ma fui attirato poco più avanti sulla destra da un vecchietto che indossava una strana uniforme. Mi avvicinai e lessi. “P.R. Cavaliere di Vittorio Veneto. Esempio di virtù civiche, difese la Patria con indomito eroismo”. Incominciò a parlare,  non appena fui vicino a lui e senza che gli chiedessi qualcosa.
-Non ho mai difeso un bel niente. Facevo parte della Brigata Catanzaro e l’unica volta che potevo farlo, a Caporetto, scappai, come tanti, come tutti. In quella disperata fuga non esitai neppure ad uccidere un carabiniere che cercava di bloccarmi e di arrestarmi. Ho salvato la vita, certo, ma ho perso la dignità e la voglia di vivere, anche se mi sono trascinato stancamente fino alla vecchiaia. Che la pietà non vi rimanga in tasca.
Feci qualche passo lungo il viale e fui attratto dall’aspetto di una donna anziana, con il capo velato e le mani giunte.
-Sono M.T., mi disse. Se leggi la mia epigrafe, c’è scritto che ero una santa donna, sempre dedita alla preghiera e all’educazione dei figli. E non era vero, o almeno non era del tutto vero. Ero la sacrestana ed aiutavo il parroco in tante incombenze. Custodivo i paramenti sacri, servivo Messa, pulivo la chiesa ogni volta che ce n'era bisogno. L’abitudine al sacro mi induceva alla preghiera, ma non mi impediva di mettere mano alle offerte raccolte durante le cerimonie religiose. Dio mi è testimone che l’ho fatto solo per bisogno e perché c’era tanta miseria in giro e c’era poco da mangiare. Che la pietà non vi sia di vergogna.
-Ti ho riconosciuta, le dissi, io non so se ti ricordi di me. Ma dimmi, dove ti trovi adesso? Qual è la tua condizione?
Non rispondeva. Ripetei la domanda, ma lei continuava a restare muta. Capii che era scaduto il famoso quarto d’ora di colloquio concesso ai morti e che avrei dovuto aspettare altri dieci anni se avevo voglia di riprendere il colloquio. Mi apprestai a ritornare sui miei passi e intanto davo gli ultimi sguardi alle tombe che, lentamente, tutte, si stavano richiudendo, mentre la folla dei morti viventi si dissolveva come in una nebbia. Mi avviai verso l’uscita, a passi lenti, riflettendo su quello che avevo visto e che avevo sentito. Ricordai soprattutto gli inviti alla pietà che i morti mi avevano rivolto e di riflesso quegli inviti mi fecero venire in mente i versi di una famosa canzone di Fabrizio De André.
Uomini, cui pietà non convien sempre
mal accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine.
Mi ritrovai a ripetere mentalmente i versi, mentre uscivo dal cimitero e mi avvicinavo all'auto. Prima di aprire la portiera, volli fermarmi un attimo. Nella notte limpidissima si stagliavano nettamente le sagome illuminate dei paesi circostanti: Santa Severina in primo piano con la sua nave dolcemente in navigazione nella vallata del fiume Neto, San Nicola dell'Alto adagiata tra due colline, Belvedere Spinello a forma di serpente luminoso e poi, più lontano e più in alto sulle montagne della Sila, Cotronei, Caccuri, San Giovanni in fiore. Un cane randagio attraversò velocemente la strada e sparì dietro un cespuglio, un grillo notturno incominciò a far sentire il suo frinio intermittente, mentre qua e là qualche lucciola attenuava ancora di più il buio della notte. Non si avvertiva un alito di vento e ogni cosa sembrava pervasa da una quiete profondissima. La natura aveva ripreso il suo normale corso ed il mio silenzio sembrava confondersi magicamente coi silenzi del luogo.
Ezio Scaramuzzino

domenica 12 marzo 2017

Jendu vinendu14: Sgarbi-Emiliano-Gentiloni

Vittorio Sgarbi
Non ha bisogno di presentazioni e difatti io non ho la pretesa di presentarlo, perché è diventato celeberrimo, è entrato nell’immaginario collettivo, è conosciuto da tutti e dovunque. C’è chi sostiene che egli sia una sorta di dandy redivivo ed attardato, perché, sempre secondo costoro, sarebbe stato più logico immaginarlo ai tempi di Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio. Può darsi, anche perché il suo vivere inseguendo il sogno ed il mito della bellezza lo rende per vari aspetti simile a quei personaggi, che avevano fatto dell’estetismo il fondamento della loro esistenza.
C’è però qualcosa, secondo me, che rende diverso Sgarbi e questo qualcosa consiste nel fatto che egli, a differenza dei grandi esteti di un tempo, non si prende sul serio, o almeno non troppo sul serio. Osservate D’Annunzio in qualche raro filmato d’epoca o leggete i suoi romanzi, i suoi drammi e i suoi versi: c’è in lui un tono oracolare ed enfatico che a volte sconfina nella mistificazione e nell’autocelebrazione. Tutt’altro discorso per Sgarbi: nonostante le sue famose sfuriate ed invettive, che gli sono costate varie querele e vari risarcimenti, egli dà la netta impressione di essere lui il primo a non prendersi troppo sul serio e questo lo rende umanamente simpatico.
Sgarbi, oltre ad essere un grande critico d’arte, è fondamentalmente un anticonformista, uno che non fa parte del gregge, che non ha paura di parlare fuori dal coro, che non ha peli sulla lingua. Fateci caso: nei dibattiti televisivi, nei quali egli è quasi una presenza fissa su tutti i canali, anche i suoi oppositori politici, di solito arroganti e supponenti, di fronte a lui ammutoliscono, come pensassero che è inutile controbattere.
A me piace pensare che Sgarbi, al di là delle sue idee politiche e culturali in genere, sulle quali ovviamente si può essere o meno d’accordo, prima che un liberale tout court, è fondamentalmente un uomo libero, forse uno dei pochi o l’ultimo uomo libero nei tempi tristi che stiamo attraversando.

Michele Emiliano
E’ candidato alla segreteria del PD nelle prossime primarie. Già sindaco di Bari ed attualmente governatore della Puglia, è anche a tutti gli effetti magistrato inquirente, seppure in aspettativa, ma non dimesso, come pure prevede il codice di autoregolamentazione dei magistrati.
Della sua attività di Procuratore si ricorda soprattutto il rinvio a giudizio di vari esponenti del PD durante la Missione Arcobaleno del Governo D’Alema nel 1999, conclusosi, come da prassi quando c’è in ballo il PD, con il proscioglimento di tutti gli imputati per intervenuta prescrizione.
Della sua attività politica si ricordano soprattutto le cozze pelose, che qualcuno gli offriva periodicamente in omaggio, e per le quali ha querelato mezza stampa italiana. Nulla di illecito, sia ben chiaro, ma sintomo di un costume che prevede l’omaggio al potente di turno (una volta i contadini erano soliti offrire le uova).
Qualcuno più addentro nei misteri della politica italiana sostiene che Emiliano è elemento di punta, non del PD, ma di quel PdM (Partito dei Magistrati) che, con le buone o con le cattive, dall’interno e dall’esterno, da tanto tempo condiziona la vita politica del Paese.
Non penso che, al di là dei suoi meriti o demeriti, potrà diventare segretario del PD. A prescindere dal suo programma politico, che poco si discosta da quello degli altri, umanamente lo trovo goffo ed imbolsito, con qualche difficoltà di elocuzione accentuata dalla “zeppola in bocca”.
Pensando di poter accentuare il suo sinistrismo e di apparire à la page, ha deciso di chiamare “Resistenza” la sua piattaforma programmatica, in ricordo della Resistenza al Nazifascismo, che in Puglia peraltro è stata solo quella del mercato nero e delle orecchiette con le cime di rapa. E ci è andata pure bene, perché nulla gli impediva di andare ancora più indietro nel tempo, magari ricollegandosi a Federico II di Hohenstaufen, che da quelle parti è di casa, avendovi costruito nel 1240 il famoso castello ottagonale.
Non vedo quale vantaggio potrebbe derivare al Pd da una sua eventuale e miracolosa elezione. Escludo in ogni caso una ventata di moralità e di legalità, dal momento che lui per primo ha qualche difficoltà a rispettare la legge, come dimostra il suo ostinato rifiuto a dimettersi dalla magistratura, rifiuto che nel 2016 ha indotto il Procuratore generale della Cassazione di Bari Gianfranco Ciani ad avviare un'azione disciplinare nei suoi confronti.         


                                          Paolo Gentiloni
L'ho trovata in Internet, mi è piaciuta, ve la rifilo. Ogni tanto fa bene ridere.

Paolo Gentiloni, con tutto il suo seguito, va a trovare i terremotati di Amatrice. Trova il primo che gli dice: "Io avevo una casa, tutta la vita a lavorare per costruirla ... due minuti e non c'e' piu' ...". E Gentiloni: "Segretario, segna tutto !". Continua così con una lunga fila di persone, finché non arriva ad un uomo nudo con in mano una statuetta che gli dice: "La cosa che avevo più cara era questa statuetta e, quando ho sentito il terremoto, stavo facendo la doccia, ma mi sono precipitato fuori per salvarla. Sono riuscito a prenderla al volo, ma la teca di vetro che la proteggeva si è spezzata in due, mi è caduta addosso e mi ha tagliato il cazzo !! Come sono infelice !!". E Gentilonii: "Segretario, segna pure questo" e continua ad andare. Dopo un pochino il segretario lo raggiunge e gli chiede: "Ma, Presidente, a quell'uomo, che ha salvato la statuetta, ha veramente intenzione di dargli un cazzo ?!?". E Gentiloni, un po’ scocciato: "Ma certo! E pure agli altri cosa credi che gli darò?”

venerdì 10 marzo 2017

Incontri (racconto inedito) di Giuseppe Pipino


Un uomo la seguiva da un pezzo. Occhiali da sole, alto, giovane - sì e no trent'anni - atletico, capelli molto lunghi, a treccine (strano modo d'acconciarli). L'aveva visto al bar e fissato per un lungo istante, senza rendersi conto del significato che quello sguardo poteva assumere. Gli occhi di lui avevano incrociato veloci i suoi e vi si erano piantati dentro, appuntiti e scuri come artigli.
Quell'uomo doveva avere frainteso il suo sguardo che era solo curiosità, o, tutt'al più, un po' d'ammirazione per quel corpo che s'intuiva nervoso, giovane, i muscoli turgidi, lo sguardo duro e disperato, annegato nel fondo d'un bicchiere di vodka.
Tutto ciò le aveva risvegliato, inesorabilmente, i sentimenti materni più profondi.
Poi quell'uomo s'era girato.
Tentò di fare marcia indietro, ma ormai era tardi: tutti riuscivano a leggerle dentro come in una casa di vetro. Per proteggersi aveva cercato d'ingannarlo, di concentrarsi su qualcos’altro. Pensò intensamente che odiava quel tipo d'uomo: i capelli unti ridondanti sporcizia, i canini sporgenti, cattivi e primitivi (un rossore, un afrore, più pensava e più saliva fin quasi a mozzarle il fiato).
Se non la smetteva di fissarla a quel modo si sarebbe messa a gridare come una pazza, o gli avrebbe spezzato un bicchiere in un occhio. Perché, Dio mio, non la smetteva?

Uscì. In fondo era semplice: poteva pensarci prima. Ma non sapeva se farlo a testa china, evitandone lo sguardo o, viceversa, fissandolo dritto negli occhi, dura. Ebbe paura di fare l'una cosa e l'altra: sbagliò porta, ritornò indietro, inciampò. Finalmente uscì.
L'alito freddo della sera sul volto ne sbiancò e dissolse il rossore. Il sangue defluì lungo le vene e si mosse, un po' sbandando, un po' correndo.

Da quanto tempo non conosceva un uomo?
Che la facesse sentire viva, vitale, che l'amasse quanto bastava a piacersi. E invece, guardarsi allo specchio, al mattino, era solamente un incubo. Da tempo il marito non era più un uomo con lei, se mai lo fosse stato.

Era sera ed i rumori giungevano attutiti. Gatti sgusciavano dentro finestrelle scure di cantine. Acqua defluiva nei tombini gorgogliando. Era piovuto da poco: pioveva sempre in quel maledetto inverno, che non finiva mai.
Rumori di tacchi in lontananza, ma non troppo: dunque, stava seguendola. E perché? Cosa mai gli aveva fatto? Perché non cambiava strada, non andava da qualche altra parte?

La sua vita si svolgeva insulsa, malata, senza una meta che l'indirizzasse o energia che la spingesse.
Da quanto tempo non amava - era amata da - un uomo giovane, rude, sincero, violento quanto bastasse a vincerne ogni dubbio. Un uomo cui non occorressero parole, soprattutto quando non erano affatto richieste.
Si sentiva da tempo svuotata. Potendolo, avrebbe lasciato che le braccia, il suo corpo, si piegassero, s’incurvassero e adagiassero sul pavimento come gelatina, non riuscendo a sopportarne il peso. Non aveva alcuna voglia di tenerle su, e nessun motivo. Tenere erette le spalle, mandare avanti prima una gamba, poi un'altra...
    Quanti secoli erano passati da che un uomo - un uomo e basta, senza vergogna d'esserlo - l'aveva amata, presa così, senza idiotissime domande. Fatto fremerne il corpo e bruciare il ventre. E ne aveva mutato di colpo l'orizzonte, fatta sentire viva, vitale, entusiasta, felice. Viva.

Ma perché, Dio mio, quell'uomo la seguiva?
Non poteva piangere, gridare, non sarebbe servito a nulla.
Adesso attraversava un lungo ponte sopra la ferrovia. Il rumore dei tacchi di lui - tacchi da fantino - s'udivano forti, incisivi come martellate. Forse era un mostro: non volle pensarci. Forse un violentatore: volle escluderlo. In fondo era solo una questione di probabilità e statistiche, e queste erano tutte a suo favore.
Non aveva neanche il coraggio di girarsi ed affrontarlo: dirgli vaffanc… cambia strada. Con quale diritto?

Alzarsi la mattina e doversi pettinare, lavare, e trovarsi accanto un uomo estraneo, assente. Che non capiva e non gli importava di capire. Quanta fatica era costata, e quante lotte e lacrime. La fatica d'accettarne il carattere impossibile, i cambiamenti repentini, improvvisi e immotivati dell'umore. D’intuirne i pensieri e i desideri. Riuscire a prevedere da un segno, da uno scatto, che era uno dei suoi giorni neri, e occorreva lasciarlo sbollire...

Chi l'aveva amata per ultimo? Certo, Mario. Come aveva fatto - anche solo per un attimo - a scordarne gli occhi neri, dolcissimi: quel ragazzino ingenuo, dimentico, trasognato, che si trovava smarrito sulla terra come angelo caduto. Mario, povero ragazzo: gli aveva dato tutta se stessa. Cullato, amato fino all'impossibile. Ma non era servito a nulla....

E la frustrazione di non riuscire, la consapevolezza che a lui non andava bene nulla. Potevi essere dolcissima, tenera, e t'accusava d'essere sdolcinata, femminea, che per lui era sinonimo di vuota, vacua, senza spina dorsale. Priva di razionalità, di personalità e di chissà cos'altro. Potevi essere decisa e forte, e t'avrebbe accusato d'essere dura, nevrotica, insopportabile, di volergli condizionare l'esistenza.

Mario, dolcissimo ragazzo, piccolo poeta. Avevano passato ore in quell’umida cantina puzzolente, riscaldata (male) dalla stufa a cherosene, abbracciati a parlare, e parlare...
Parlava quasi sempre lui, ma era una gioia starlo a sentire e non ti stancavi mai. Inventava favole e le raccontava credendoci, gioendo per la gioia dei personaggi, soffrendo con loro se questi erano tristi. Una volta gli aveva chiesto perché non inventava sempre personaggi felici: lo sentì sganasciarsi dalle risate per un'ora, finché non si offese.

 Da poco non ne udiva più i passi: forse aveva deciso di smettere quell'inseguimento assurdo. E poi, se proprio voleva attaccare bottone, perché non si decideva? Bastava accelerare un po' il passo per raggiungerla. In fondo lei non andava così veloce, e poi i passi d'un uomo atletico - un metro e ottanta, come minimo - valevano il doppio dei suoi. Perché giocava a quel gioco assurdo, perché voleva creare quell'ansia che sentiva montarle dentro in proporzione alla volontà di scacciarla.
Bastava avvicinarsi e dirle: «Scusi, signorina...» seguita da una banalità qualsiasi. Così lei l'avrebbe mandato finalmente a quel paese: «Guardi che io sono regolarmente sposata. Deve avere frainteso... (no, questo no)». Niente, dirgli picche e basta, senza spiegazioni o esitazioni.
Finalmente lo riudì dietro di sé: erano gli stessi passi di prima, da fantino, nervosi, forti ed inconfondibili. Cercò di capire se stava accelerando: no, il ritmo era lo stesso e la distanza immutata. Proseguì con lo stesso passo; non vi era motivo di accelerare. O rallentare. 

Ma quello che l'aveva sfiancata e le aveva sottratto ogni energia, lasciata come una conchiglia vuota, era quel suo continuo rimproverarla d'ogni cosa. Niente gli andava bene: il pranzo era troppo salato o scipito, troppo scotto o crudo, senza sapore, odore o gusto. E tutto era banale. Lei stessa era sempre più banale, scialba, opaca, inutile. Non aveva interessi, cultura (maledetto infame) non aveva spirito, vitalità, gioia od entusiasmo. La vita con lei era un limbo, una plaga infernale. Niente in lei che sapesse stimolarlo, incuriosirlo. E non faceva assolutamente nulla per cambiarsi, per regalare alla sua vita calore o speranza. E allora? Se non lo amava - ed era certo che non lo amasse - perché non lo lasciava? Perché stava lì a succhiargli il sangue, a rovinargli l'esistenza? Perché l'aveva sposato? Ma la verità poteva essere un'altra: lei era ancora innamorata di qualcuno che l'aveva preceduto. Perché lo ingannava? Perché non voleva confessare la sua colpa, il suo amore nascosto, silenzioso, colpevole? 
L'uomo che la seguiva aveva accelerato il passo. Il cuore le saltò in petto e si mise a pulsare e battere come rivoltella. Forse poteva nascere un'altra storia. Forse poteva lasciare quella casa e quell'uomo di cui non le importava più nulla. Forse…
Il rumore dei passi divenne via via più rapido. Sentì una successione di colpi secchi calpestare il selciato e schioccare nell'aria alle sue spalle. Sentì l'alito di lui premerle sul collo, e gettò un urlo.

L'uomo afferrò veloce la borsetta, e disparve.

Giuseppe Pipino




mercoledì 8 marzo 2017

Il Partito Democratico

Stupefacente lo spettacolo del PD in questo periodo di attesa delle Primarie. Renzi, Emiliano, D’Alema, Orlando: tutti contro tutti, in un duello all’ultimo sangue, che ricorda molto da vicino la lotta tra le correnti della vecchia DC. Ed il richiamo non è casuale, perché il PD di oggi è diventato l’architrave, il perno di  quel sistema di potere che fino agli anni 90 del secolo scorso era rappresentato dalla vecchia DC degli Andreotti e dei Forlani, dei Moro e dei Fanfani.
Con qualcosa in più però in fatto di acredine e di virulenza polemica, mancanti nelle mosse felpate dei vecchi notabili DC, che si movevano spesso sull’orlo dell’abisso, ma sempre attenti a non coinvolgere nel disastro l’unità del Partito, che doveva sopravvivere a qualunque costo.
        A mio parere, la vecchia DC si dimostrava unita perché aveva una evidente percezione della precarietà del suo sistema di potere, insidiata da potenti forze disgregatrici e centrifughe, interne ed esterne, di ogni tipo, per cui essa considerava quell’unità la conditio sine qua non per la gestione di quello stesso potere. Tale consapevolezza manca invece al Pd, erede del PCI, del quale condivide in parte una certa altezzosità ed anche un senso di impunità ampiamente giustificato, per come tante vicende hanno consentito di vedere. Per il PD l’unità del partito non costituisce un tabù inviolabile, come dimostrano le numerose scissioni  a sinistra verificatesi nel corso degli ultimi cento anni, da quella di Livorno del 1921 a quella recentissima della nascita dell’MDP : i sinistri sanno che, comunque vadano le cose, il Partito non muore e loro saranno sempre l’ago della bilancia.
La DC, fatta fuori da Mani Pulite, è scomparsa; il PD, risparmiato da Mani Pulite, dopo tante scissioni e tanti cambi di nome, è sempre lì, inamovibile come una montagna, sempre pronto a tutelare, a foraggiare, ad allattare quelli che si affidano alle sue amorevoli cure.
E qualche ragione i Piddini ce l’hanno a considerarsi inamovibili ed indispensabili. Vedete un po’ quel che successe negli anni 90 con Mani Pulite: un’intera classe politica fu spazzata via, gloriosi e vecchi partiti scomparvero dalla scena, ma i magistrati di Milano  si bloccarono, forse perché ebbero paura o un inconfessabile timore riverenziale, davanti al vecchio PCI. E dire che quel vecchio e glorioso PCI era il partito più vulnerabile e più indifeso, quanto a finanziamenti illeciti, se solo si fosse voluto attaccarlo con un minimo di decisione, per il suo duplice foraggiamento sul mercato interno e su quello esterno della vecchia URSS. Ma i magistrati non osarono attaccarlo, se non per finta.
Poi c’è stato un alterno avvicendarsi di eventi, c’è stato il periodo della Destra al potere, c’è stato Berlusconi, ma sembra già preistoria. Nel frattempo altri partiti vecchi e nuovi sono apparsi e scomparsi, ma il PD è sempre lì ad occupare la scena come una “balena”, termine con il quale i vecchi polemisti erano soliti definire la DC.
Negli ultimi tempi addirittura il PD sembra essere rimasto l’unico vero partito sulla scena politica.  Per tutti i media che contano, per TV e giornali mainstream, le polemiche precongressuali, i riposizionamenti dei vari leaders, le dichiarazioni di D’Alema, sono le uniche notizie che contano ed hanno la precedenza su guerre, terremoti e cataclismi vari.  D’altra parte il PD è l’unico a fare congressi, l’unico ad avere sedi sparse in tutt’Italia, anche nei comuni più piccoli, l’unico ad avere un patrimonio immobiliare sterminato. Addirittura nel periodo renziano si aveva l’impressione che il PD esprimesse  a livello parlamentare sia la maggioranza, sia l’opposizione. A Sinistra i grillini, pur numerosi, non incidevano più di tanto per la loro pochezza culturale e politica e a destra gli unici movimenti percepibili erano, dopo quelli dei Fini e dei Follini degli anni precedenti, quelli degli Alfano e dei Verdini che correvano senza pudore in aiuto del vincitore, secondo una prassi tipicamente italiana e prima che le porte fossero richiuse.
Ora ci si avvia verso il Congresso e i Piddini si muovono come formiche impazzite. Ma non c’è da temere. Passeranno forse Renzi e Gentiloni, D’Alema e Bersani, ma il partito non passerà. Potrà andare incontro a qualche difficoltà, ma rinascerà “più bello e più superbo che pria”, come diceva di Roma il grande Ettore Petrolini nella sua celebre interpretazione  di Nerone. Perché, almeno in Italia, nessun altro partito, come gli eredi del PCI, conosce l’arte di far diventare eterna una momentanea occupazione del potere.
In regioni come l’Emilia, la Toscana ed altre il PD è riuscito nel corso dei decenni a creare una tale ragnatela di interessi clientelari e per molti aspetti  parassitari, che è pura utopia pensare che altri possano insidiarne il potere. Ed a questo bisogna aggiungere anche che i sinistri sono spregiudicati e disinvolti, abili venditori di se stessi.
Il PD, oltre che un partito, è anche diventato un’azienda, un’azienda che muove interessi e capitali immensi e che, come tutte le aziende, ha anche una ragione sociale, anzi ne ha due. Una nascosta e che l’accomuna, più o meno, a tutti gli altri partiti che si agitano sulla scena e cioè la tutela degli aderenti, clienti e galoppini compresi, come in una qualunque società di mutuo soccorso.
Questo spiega tante cose: spiega le file dei banchieri, di tutti i banchieri, in pazienta attesa di poter dare il loro voto a Prodi alle primarie dell’Ulivo di qualche anno fa; spiega le vicende del Monte dei Paschi di Siena e di Banca Etruria; spiega l’apparente contraddizione per cui quasi tutti coloro che dispongono di molti soldi votano a sinistra; spiega perché un intrigante mestatore come l'ing. Carlo De Benedetti, tipico esemplare di industriale miliardario e parassita, si vanta di essere la tessera numero 1 del PD; spiega perché la nostra Confindustria, parassitaria ed assistita, all’ultimo referendum invitava a votare sì.
E poi c’è un’altra ragione sociale, quella ufficiale diciamo, secondo la quale il PD, come il vecchio PCI, è il partito che difende gli ultimi, i poveri, i miserabili, gli indifesi. Una volta questi ultimi erano rappresentati dalla classe operaia, dai proletari insomma (“Proletari di tutto il mondo unitevi”, diceva Marx). Oggi la classe operaia non c’è più, perché con la deindustrializzazione galoppante gli operai sono scomparsi ed i pochi rimasti sono diventati borghesi. Ma il  partito non s’è perso d’animo, s’è guardato attorno ed ha trovato che c’erano da difendere tutti i disperati della terra, i clandestini, i migranti, i richiedenti asilo, i profughi e li sta costringendo, con le buone o con le cattive, a venire tutti in Italia. Il partito non poteva perdere la sua ragione sociale, pena la decadenza e la scomparsa. Il giorno in cui gli “oppressi” di tutto il mondo saranno tutti arrivati da noi, il PD continuerà a vivere. I dirigenti del Partito alzeranno lo sguardo verso il cielo, non per intravedere il Paradiso, ma solo per capire se per caso sul pianeta Marte non c’è qualche “profugo” che vuole scappare da “guerre e carestie”, vere o presunte, fa lo stesso.
Dopo la flotta di navi, con cui andiamo a prendere i clandestini sulle spiagge della Libia, prepariamoci a costruire una flotta di astronavi.
Ezio Scaramuzzino


domenica 5 marzo 2017

Jendu vinendu13: Cappato-T.Renzi-Paglia

Marco Cappato
E’ l’esponente radicale che ha organizzato il viaggio a Zurigo conclusosi con l’eutanasia di dj Fabo. Mi è capitato di ascoltare una sua intervista con le Jene: l’ho trovato discreto, misurato e calmo, lontano dagli atteggiamenti spesso gridati e sguaiati di Marco Pannella, che era capace con il suo istrionismo di far diventare insopportabili anche le cause più nobili.
Certo è molto triste quel che è avvenuto: Cappato ha dovuto fare da becchino a chi voleva morire, coprendo con un alone di rassegnata e malinconica tragedia il senso della vita e il destino di morte che tutti ci accomuna. Ecco: di fronte ad una tale tragedia, non è necessario gridare o recriminare come hanno fatto i tanti giornali dell’ovvio, che in Italia abbondano,  non è necessario rivendicare una primogenitura politica come hanno fatto tanti esponenti di partito, i tanti dell’ “Io l’avevo detto”. L’eutanasia è un diritto? O è una scelta? E, se è una scelta, fino a che punto è lecito scegliere di porre fine alla propria vita? Non lo so. Una sola cosa è richiesta in tali circostanze: un po’ di silenzio e, per chi non si rassegna alla morte terrena, una preghiera.

Tiziano Renzi
E’ il papà di Matteo Renzi e si ritrova spesso nell’occhio del ciclone, ultimamente per lo scandalo Consip. E’ colpevole di traffico di influenze, come si dice con un neologismo giuridico? In altri termini ha brigato per far assegnare ai suoi raccomandati lucrosissimi appalti? Ancora non lo sappiamo, perché è solo indagato. E se fosse colpevole? E’ giusto far ricadere sul figlio Matteo eventuali sue colpe? Io non ho alcuna simpatia per lo sbruffone fiorentino, ma ho l’impressione che nei suoi confronti si stia montando una campagna di stampa a sfondo scandalistico-giudiziario che tenta di far ricadere su di lui le conseguenze di eventuali errori o reati del suo illustre e poco serio genitore. Del quale, di primo acchito, anche se non ha commesso reati, il meno che si possa dire è che perlomeno è un disinvolto e simpatico mestatore.
Mi è capitato di vederlo in qualche rara intervista: silenzioso e sfumato come una sfinge. In una regione, la Toscana, dove quasi un adulto su due è iscritto alla Massoneria, quasi certamente anche lui (ed anche il figlio) è esperto di grembiulini e compassi. E, come tutti i massoni, certamente anche lui si è dato da fare per influenzare, per proteggere, per raccomandare, come è uso nelle logge, in tutte le logge, anche in quelle non deviate, perché tutto questo è scritto nel DNA di questa associazione. Ma, detto questo,  ripeto la domanda: fino a che punto è lecito far ricadere sui figli le colpe dei padri? La responsabilità penale è personale, come sanno ormai anche i bambini. Una volta anche i popoli potevano essere considerati colpevoli di un reato collettivo e non per niente il popolo ebraico è stato considerato per millenni un popolo deicida. Oggi non è più così, per fortuna. Io mi auguro che di Renzi si perdano le tracce, ma mi farebbe piacere che questo avvenisse sulla base dei suoi errori politici e per volontà degli elettori, non per una campagna mediatico-giudiziaria o per aver avuto un padre improvvido e avventato, se non delinquente.

Vincenzo Paglia
Dopo una disastrosa gestione della diocesi di Terni da lui coinvolta nella compravendita di un castello, questo signore (faccio fatica a chiamarlo Vescovo o Monsignore) è stato messo a far danni come Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e come Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II per la Famiglia. Avete capito bene: questo signore aveva il compito di difendere la Vita (maiuscolo) e la Famiglia (sempre maiuscolo). In tale veste egli non ha trovato di meglio che celebrare la figura di Marco Pannella, noto campione dell’aborto, della dissoluzione della famiglia e, in poche parole, della cultura della morte. Di Pannella egli ha avuto modo di dire che “ha speso la sua vita in particolare per gli ultimi”, che ha lottato “per la difesa della dignità di tutti”, auspicando che   “ lo spirito di Marco resti ancora vivo e ispiratore di una vita più bella non solo per l’Italia, (ma) per questo nostro mondo”. Dopo queste dichiarazioni, molte organizzazioni cattoliche hanno chiesto le sue dimissioni.
E’ anche vero che qualche tempo fa papa Bergoglio ha indicato la radicale Emma Bonino come esempio di donna da imitare. Avete capito bene: Emma Bonino, lady pompa, cosi chiamata perché, quando ancora l’aborto non era consentito, usava praticare aborti clandestini aspirando i feti con la pompa di bicicletta. Questo però non attenua le colpe di Vincenzo Paglia e comunque dire che egli è, purtroppo, solo uno dei tanti esponenti della chiesa bergogliana e dei tristi tempi che questa chiesa sta vivendo, è semplicemente riduttivo. Ed è anche riduttivo, a mio parere, limitarsi a chiederne le dimissioni. Vincenzo Paglia dovrebbe essere preso a calci in culo e ridotto allo stato laicale, sic et simpliciter. E, insieme con lui, lo stesso trattamento dovrebbe essere riservato a chi ce l’ha messo in quel posto. Ancora una volta sic et simpliciter. D’altra parte il latinorum non è la lingua dei Gesuiti, che obbedivano perinde ac cadaver?