mercoledì 30 novembre 2016

Dies irae


Negli ultimi quindici giorni prima del referendum, i pronostici sono vietati. E’ vietato diffonderli, non è vietato farli, dal che si deduce che gli addetti ai lavori li conoscono, gli altri no. Da quel che si stampa e si legge in giro, pare che il SI’ sia in rimonta sul NO, dato in precedenza in largo vantaggio. Che cosa ha determinato questa rimonta, ammesso che sia vera?
Io ho già detto per quali motivi, tecnici e politici, voterò serenamente e convintamente NO e non intendo ritornare sull’argomento. Ma non mi va di tralasciare un aspetto della questione, che negli ultimi giorni sta diventando di particolare rilievo. Mi riferisco al clima di autentico ricatto e terrore che la banda del SI’ sta diffondendo, purtroppo, tra gli elettori più distratti e magari non particolarmente informati.
Non bastavano i tentativi di autentica truffa perpetrati dal Governo italiano per accaparrarsi il voto degli Italiani all’estero; non bastava l'ossessionante campagna fatta dal Governo con i soldi pubblici, quindi anche con i soldi di coloro che la pensano diversamente; non bastavano  i milioni di lettere fatte trovare nelle cassette degli elettori, non si sa se con i soldi del PD o con quelli dell’Erario; non bastava la mobilitazione impressionante di tutti i galoppini e di tutti i parassiti abituati a mangiare con il denaro pubblico; non bastava l’accaparramento di tutte le reti RAI, ormai asservite ad un solo padrone e dimentiche della loro funzione di servizio pubblico. No, non bastava tutto questo.
Da qualche giorno ed in vista del rush finale, quelli del SI’ hanno perso ogni ritegno ed hanno deciso di giocare ancora più sporco. Ha incominciato a tirare la volata (e poteva essere diversamente?) Matteo Renzi, adombrando l’ipotesi che con un’eventuale vittoria del NO sarebbe stato difficile formare un nuovo Governo. Dal che si deduce che egli si considera un redivivo Luigi XV, re di Francia, che alla vigilia della Rivoluzione Francese amava ripetere “Dopo di me il diluvio”. La vittoria del NO, unito al suo conseguente, sdegnoso rifiuto di qualunque forma di collaborazione, apporterà, secondo lui, un periodo di instabilità politica, di confusione, di smarrimento, di marasma: l’Italia, sopravvissuta alla guerra perduta, al Fascismo, alla fine della Monarchia, al terrorismo, all’imperversare della mafia, non riuscirà a sopravvivere a lui.
Ha poi continuato il Ministro dell’Economia, quel Pier Carlo Padoan che avrebbe il compito istituzionale di tranquillizzare i mercati e tenere dritta la barra della situazione. Beh, lui è un tecnico prestato alla politica, lui non fa volgare propaganda, ma con il suo atteggiamento sornione del dire e del non dire ha lasciato intendere che con la vittoria del NO potrebbe instaurarsi un clima di sfiducia, un aumento del debito pubblico, una vendita massiccia di titoli di stato e, cosa che fa sempre un certo effetto, un aumento dello spread a livelli inimmaginabili (300,400, 500 ? Boh!)
Continuando su questo piano, c’è da aspettarsi di tutto. Quanto prima qualche autorevole esponente del governo, magari la Boschi, ci farà sapere che con una vittoria del No nel nostro Paese si verificheranno questi eventi:
1-ci sarà un crollo completo della Borsa, con piccoli azionisti rovinati, che per disperazione si lanceranno dalle guglie del Duomo di Milano;
2-ci sarà una corsa all’accaparramento di beni di prima necessità. La gente incomincerà ad accoltellarsi nei supermercati per impossessarsi dell’ultima busta di latte e dell’ultimo pezzo di pane;
3-le aziende chiuderanno e milioni di operai disoccupati sfileranno nelle strade, per poi dirigersi all’ora di pranzo verso le mense della Caritas;
4-centinaia di migliaia di Italiani si accalcheranno sulle coste della Sicilia nel disperato tentativo di trovare un gommone che li porti in Marocco o in Tunisia.
C’è da ridere? C’è da piangere? Fate voi.
Se questa è fantapolitica, torniamo invece alla politica e cerchiamo di capire realisticamente che cosa succederà invece in caso di vittoria del SI’:
1-il debito pubblico continuerà ad aumentare sempre di più. Fino a quando? Non lo sanno nemmeno loro. Aumenterà fino a quando i creditori internazionali e i grandi gruppi finanziari decideranno che è arrivato il momento di passare all’incasso e stringeranno la corda attorno al collo del Governo Renzi;
2-l’Italia continuerà ad essere invasa da centinaia di migliaia di disperati provenienti da tutto il mondo. Fino a quando? Non lo sanno nemmeno loro. L’ordine pubblico ed  il rispetto della legge saranno un lontano ricordo del passato.
3-Il boy scout cattolico, dopo averci regalato le unioni civili, approvate con voto di fiducia, ci regalerà il testamento biologico, le adozioni gay, l’eutanasia e l’uso libero della cannabis. Tutti questi progetti sono già in discussione nelle varie commissioni parlamentari in attesa di essere portati in aula dopo il 4 dicembre, dopo che sarà passata la tempesta. Un suggerimento: perché non pensare pure alla legalizzazione dell’incesto? Fa tanto chic.
Mi fermo qui.
Un premier non eletto avrebbe dovuto essere almeno un po’ più rispettoso nei confronti di coloro, che non hanno votato né per lui né per il suo programma. Invece, più cresce il NO nei sondaggi, più crescono la sua arroganza, il suo bullismo e il suo disprezzo verso chi osa esprimere opinioni contrarie alle sue.

Ma, per fermarlo nella sua rincorsa a trascinare l’Italia verso il baratro a ritmo di charleston, questa volta basta un NO.




martedì 29 novembre 2016

Sulla strada


Ho preso l’abitudine da qualche tempo di fare footing, generalmente tra le sette e le nove del mattino. Parto da casa mia, in viale Gramsci a Crotone,  ed arrivo alla Casa Rossa: sono quattro kilometri esatti, fatti due volte tra andata e ritorno. Mi mantengo in forma, consumo un po’ di calorie e perdo qualche Kilo. Tutto da guadagnare quindi, ma non è solo questo. E’ che ho incominciato a recuperare il ricordo ed il sapore di tante cose semplici della vita, che purtroppo il ritmo quotidiano sempre più frenetico mi aveva fatto perdere un po’ di vista.
Dopo qualche centinaio di metri, spesso incontro l’amica Marietta Rizzuto. Ma non ci si può fermare più di tanto. Un rapido, affettuoso saluto e si riparte. Accelero il passo, perché ho voglia di battere ogni giorno il tempo di percorrenza. I primi giorni impiegavo due ore e venti minuti a percorrere otto kilometri. Sono poi passato a 2 ore esatte, poi a cento minuti, attualmente sono a 90 minuti.
Mi vengono  incontro tante persone e per lo più non so chi siano: giovani, giovanissimi, anziani , donne, uomini, alcuni a passo veloce, altri di corsa, la maggior parte da soli, alcuni in gruppi di due o di tre. Alcune coppie si tengono per mano, in atteggiamento affettuoso, altre, invece, camminano assieme, ma senza dialogare, come due monadi che solo per caso si ritrovano a breve distanza. Lungo i marciapiedi mantengo sempre la destra e m’incuriosisce molto l’atteggiamento di coloro che mi vengono incontro occupando la mia zona di transito. I timidi si scostano molto in anticipo, mentre altri non se ne danno per inteso, mi puntano e costringono me a scansarmi. Mi viene in mente l’episodio di Fra Cristoforo nei Promessi Sposi, che si conclude con un omicidio per una questione di precedenza.
Quando finisce il marciapiede e resta da percorrere solo la strada asfaltata, gli incontri si fanno più radi. Mi capita talvolta, in questo tratto, di veder arrivare in bici l’amico Franco Federico, col quale mi trattengo volentieri a scambiare due parole. Avverto il gusto ed il piacere di un dialogo fatto di sensazioni e di umori ritrovati grazie ad un amico che sa cogliere gli aspetti  più intelligenti e più amabili della vita.
Poi continuo il mio percorso e gli incontri si fanno ancora più radi. Scanso le auto che sfrecciano veloci, ho tempo di posare lo sguardo sul paesaggio circostante. Due giovani muratori lavorano ogni giorno a rifare il muretto che delimita il Lido degli Scogli. Li saluto con un ciao ed essi ricambiano con piacere il mio saluto. La strada continua a scorrermi davanti, ho voglia di osservare nell’erba la piccola vita che si svolge tra le foglie e gli steli. Vedo molte lumache, specie dopo le giornate di pioggia. Ogni tanto ne prendo una, la tengo tra le mani, poi la libero dopo qualche centinaio di metri, a darle l’illusione di una vita che anche per lei è diventata più frenetica, dopo il mio incedere a passo veloce, che è stato per un po’ anche il suo incedere. Ad una curva un cane esce fuori da una casa isolata e si mette ad abbaiare contro di me. Più in là, nelle giornate di freddo intenso, un gruppo di passeri salta da un albero all’altro, alla ricerca di un cibo sempre più difficile da trovare con l'arrivo dell'Inverno. In aria un falco alto levato mi induce a qualche riflessione montaliana sul male di vivere.
Quando, da lontano, vedo apparire la Casa Rossa, ho l’impressione di essere un naufrago che vede da lontano il lido della salvezza. Accelero ancora, arrivo e, come ogni giorno, compio il rito di toccare una siepe. Il gesto per me è istintivo, come la consacrazione di un timbro che certifica il mio adempimento quotidiano.
Davanti alla Casa Rossa mi capita di vedere spesso un giovane in tenuta da lavoro, chiaramente un dipendente della struttura. Anche lui ovviamente mi nota e mi osserva. L’altro giorno, nel vedermi toccare la siepe, mi ha chiesto:
-Zio, ma perché toccate ‘sta siepe ogni giorno?
-Caro, gli ho risposto, ho fatto un voto.
-A chi, zio? Alla Madonna di Capocolonna?
-No, alla vita. Ciao.
Giro e prendo la strada del ritorno.

venerdì 18 novembre 2016

Zorba il Greco



C’è un video su You Tube che non mi stanco di rivedere.
Siamo in una cittadina canadese, dove il cielo è nuvoloso ed uggioso; tre artisti di strada si esibiscono con le loro chitarre; si avvicina un signore il quale chiede ai tre artisti se nel loro repertorio c’è anche la Danza di Zorba il Greco; parte la danza, il famoso Sirtaki reso popolare da Antony Quinn nel film omonimo; quel signore incomincia, lui solo, a danzare; alcuni passanti, chiaramente turisti,  si fermano a guardare, interessati, divertiti e curiosi; alla danza si uniscono dapprima due ragazze; poi si uniscono altri; dopo qualche minuto sono in centinaia a danzare e quelli, che non danzano, filmano con le loro videocamere. Alla fine da un bar vicino arrivano i piatti da rompere, secondo la tradizione greca.
E’ gente che non si conosce, che viene presumibilmente un po’ da tutto il mondo, ma che non esita, davanti ad altri sconosciuti, a lasciarsi coinvolgere dal fascino della musica e della danza. E’ un tripudio di gioia,  è la bellezza del vivere, è un inno alla vita. Lo spettacolo affascina, coinvolge  e commuove per alcuni aspetti.
 Ti viene da pensare che quel brano è greco e che greco è lo spirito di umanità che ne deriva. Pensi allo sfacelo economico che sta sconvolgendo e distruggendo la Grecia di oggi e pensi anche che lo spirito della civiltà greca, comunque, non morirà mai.

Per il video della Danza di Zorba, cliccare qui



martedì 15 novembre 2016

Viva il razzismo?

A volere parafrasare Carlo Marx, secondo il quale uno spettro si aggirava per l’ Europa del 1848 ed era il comunismo, anche oggi possiamo dire che uno spettro si aggira in Europa, ma soprattutto in Italia, ed è il razzismo. Anzi possiamo dire che, più che uno spettro, quello del razzismo è un vero e proprio tabù, che condiziona ed intossica il dibattito politico ed impedisce talvolta di arrivare alla soluzione dei problemi, di qualunque problema. Basta guardarsi un po’ attorno ed ascoltare quello che si dice, anche nei dibattiti televisivi, da quelli più popolari e ruspanti a quelli più sofisticati e con la puzza sotto il naso. Si è disposti ad accettare qualunque epiteto oltraggioso,  da “ sporco fascista” a “comunista di merda”, a “populista”, a “demagogo”, a “parassita”, “ladro”, ma non “razzista”, quello no, assolutamente no. D’altra parte nessun’ altra parola, nell’attuale dibattito politico, viene usata con maggiore insistenza o è più utilizzata con intenti polemici, quando non offensivi, condizionanti e ricattatori.
Ritieni che l’invasione dei clandestini sia un fatto intollerabile? Sei un razzista. Ritieni che l’Italia non possa farsi carico di tutti i problemi del mondo e dell’Africa in particolare? Sei un razzista. Ritieni che l’invasione vada bloccata o almeno regolamentata? Sei un razzista. Ritieni che nella distribuzione delle risorse gli Italiani vengano prima dei clandestini? Sei un razzista. Ritieni intollerabile che per il 2017 vengano stanziati dal governo italiano 3 miliardi per i clandestini e 500 milioni per i terremotati? Sei un razzista. E così via.
E’ anche interessante notare, nei dibattiti televisivi e in tutte le dichiarazioni relative, l’insopportabile ritornello di chi esprime le sue sacrosante proteste per questa vergogna continua e, quasi a volersi scusare o giustificare, premette sempre “io non mi sento razzista, io non sono razzista, non per essere razzista” . E allora è forse il caso di fare un po’ di chiarezza, almeno un po’, non si pretende altro.
Il vocabolario Treccani definisce il razzismo “Teoria e prassi politica e sociale fondata sull'arbitrario presupposto dell'esistenza di razze umane biologicamente e storicamente superiori e di altre inferiori”. Non vedo cosa c’entri tutto questo con l’atteggiamento della casalinga di Voghera o del pescatore di Goro e Gorino, che semplicemente vogliono vivere tranquilli a casa loro, sapere con chi hanno a che fare, non essere trattati dalle autorità come stracci, porre un argine all’invasione di clandestini che hanno scambiato l’Italia per il paese di Bengodi.
Pretendono troppo? Forse pretendono troppo nell’Italia di Matteo Renzi, ma non per questo possono essere scambiati per razzisti.
D’altra parte chi è favorevole all’invasione, e purtroppo non ne mancano nell’Italia del conformismo obbligatorio, non può pensare e pretendere di risolvere il problema sulla base del razzismo e dell’antirazzismo e tantomeno può pensare di chiudere la bocca a chi la pensa diversamente dando del razzista un giorno sì e l'altro pure.
Mi capita di vedere in TV personaggi della solita compagnia di giro e con la puzza sotto il naso, quelli che hanno il portafoglio strapieno, che abitano in ville e superattici esclusivi, che passano le vacanze a Capalbio, che sono soliti spostarsi in Maserati o con l’auto blu di rappresentanza, che votano naturalmente a sinistra, quelli che un nero lo assumerebbero al massimo come cameriere o maggiordomo. Orbene mi capita di vedere questi personaggi che socchiudono e arrotondano la bocca a culo di gallina, che puntano con l'indice (e con l'unghia laccata, se donna) l’avversario politico ed esclamano con la voce stridula e magari in falsetto e con l'erre moscia: “Tu sei un  razzista”.
Beh, se pretendere che ci sia un minimo di ordine e di tranquillità, che non ci siano oasi di impunità, che i clandestini vengano espulsi sul serio, che gli Italiani sfortunati vengano  trattati almeno alla pari dei clandestini, che questa invasione venga bloccata, che gli Italiani possano sentirsi un po’ padroni almeno a casa loro e che possano decidere chi avere come ospiti e come vicini di casa. Se, riassumendo, pretendere  queste cose significa essere razzisti, quando mi capita di vedere i tipi di cui sopra, con la bocca a culo di gallina, beh, non nascondo che mi viene un po’ la tentazione di gridare “Viva il razzismo!”.

venerdì 11 novembre 2016

Padrone e Sotto (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino

Il rione  Villetta a Scandale, negli anni 50, in un quadro di Nicola Santoro. Sulla sinistra si intravede il "biviere".

Sono vissuto al Paese fino all’età di 30 anni e, come ho già raccontato in altri testi ed in altre circostanze, ho dedicato molto tempo della mia vita al giuoco delle carte. Si giocava tanto allora, in attesa che il tempo e la vita sciogliessero il groviglio delle nostre speranze e delle nostre passioni ed in attesa che ognuno di noi potesse spiccare il volo verso altri lidi e verso altri destini.
Si giocava soprattutto a Poker, anche se questo giuoco era riservato alla notte ed ai luoghi privati; ma noi avevamo bisogno di giocare anche di giorno ed in questo caso il luogo deputato era il Bar Centrale, nella principale piazza di Scandale. Qui si giocava soprattutto a Terziglio e qualche volta, quando avevamo voglia di rilassarci e di giocare senza troppa fatica, non disdegnavamo di fare una partitina a Briscola o al più impegnativo Tressette.
In questo caso si giocava quasi sempre in sei, suddivisi in coppie, con i primi quattro che incominciavano la partita e gli ultimi due che subentravano alla coppia perdente, finché alla fine restavano due vincitori e quattro perdenti che pagavano da bere a tutti. Ma, a prescindere dalle vicende del giuoco, che non interessavano più di tanto, quello che maggiormente ci coinvolgeva era la fase finale dedicata alla bevuta, di birra per lo più, e che era regolata dal Padrone e dal Sotto.
Questi erano scelti e designati con un altro giuoco di breve durata, la Primiera, per cui chi otteneva il punteggio più alto diventava Padrone, mentre il secondo  diventava Sotto. Quest’ultima fase del giuoco aveva regole ferree, inderogabili, e, nella sua molteplice varietà di furbizie, ammiccamenti, spavalderie, rassegnazioni, sembrava quasi diventare una scuola di vita o almeno uno specchio, seppur deformato, della vita reale.
Il Padrone era padrone soltanto di una cosa: di bere lui stesso, quanto e come voleva e per tutto il resto dipendeva dal Sotto, che in tal modo finiva col diventare il vero arbitro della situazione. Solo il Sotto poteva proporre che bevesse lui stesso o qualcun altro, mentre il Padrone poteva solo replicare o controproporre e in tal modo, perché qualcuno potesse bere, era necessario il benestare di entrambi. Se qualcuno alla fine non era riuscito a bere nemmeno un goccio, si diceva che era rimasto “all’ombra”.
In questo scambio di inviti, finte proposte, giuochi di parole, ripicche e battibecchi si poteva sempre cogliere il riflesso delle antipatie personali, delle amicizie, delle invidie e non era raro il caso che ne nascessero dei rapporti improntati a inimicizia o a cordialità e stima reciproca, che poi avevano un seguito nella vita di ogni giorno.
Il giuoco era seguito anche dagli estranei, che apparentemente si limitavano ad assistere, ma che in realtà erano emotivamente coinvolti nel sottile gioco delle parti e nell’alterna fortuna di coloro che vi partecipavano.
Si vinceva o si perdeva, si beveva o si rimaneva “all’ombra”, ci si ubriacava qualche volta ed era comune opinione che era bravo soprattutto chi riusciva a far ubriacare qualcuno contro la sua volontà, perché gli inviti a bere non potevano essere rifiutati, oppure, meglio ancora, quasi senza che lui se ne rendesse pienamente conto.
Ai tavoli del Bar Centrale io ho preso le mie prime ubriacature, o “piche” come erano comunemente chiamate, e non mi ci voleva molto per ubriacarmi, perché, a differenza di quanto mi sarebbe accaduto in seguito, allora non reggevo l’alcool ed un paio di birre erano più che sufficienti per mandarmi in estasi.
Era allora parte del nostro gruppo Leonardo Audia, che non vedo da tanti anni e del quale conservo un grato e affettuoso ricordo. Noi lo chiamavamo anche Lusì (Lucie in francese) dal nome di un personaggio di Morti senza tomba, un dramma di Jean Paul Sartre, che noi, pur di fare qualcosa di diverso, avevamo deciso di rappresentare. Erano i primi anni ‘60, era la prima volta che al paese si faceva qualcosa del genere e noi, non riuscendo a trovare qualche ragazza disponibile ad interpretare l’unica parte femminile del testo, costringemmo quasi Leonardo a vestirsi da donna e ad interpretare il ruolo drammatico di Lucie, cosa che egli fece molto bene e con grande disinvoltura. Ma si tratta di una storia che mi riprometto di raccontare in futuro con ben altro fiato e con ben altro impegno.
Bene. Leonardo era un ragazzo estroverso, gioviale e spavaldo che non si tirava mai indietro quando si trattava di bere. Un pomeriggio, d’accordo con l’altro mio grande amico Romano Cizza, io Padrone e lui Sotto, lo costringemmo a bere qualcosa come 7 o 8 birre da mezzo litro. Leonardo bevve con apparente disinvoltura, ma, al momento di accomiatarci, ci accorgemmo che barcollava vistosamente.
-Facciamo quattro passi, ci chiese Leonardo;
-D’accordo, rispondemmo noi, per fargli passare la sbornia, o farlo “rifinare” come si diceva allora;
-Arriviamo almeno fino alla villetta, replicò Leonardo;
-Ma tu resta in mezzo al gruppo, concludemmo. E ci avviammo tutti. 
Io e Romano gli stavamo alle costole, per evitargli qualche caduta sul selciato, ma, giunti  verso le prime case del paese, Leonardo approfittò di una nostra disattenzione, scartò a destra e si diresse  decisamente verso il “biviere” colà posto, dove a sera  si abbeveravano gli asini di ritorno dalla campagna.
-Voglio solo sciacquarmi e rinfrescarmi un po’ la faccia, incominciò a protestare, gridando.  Ma non l’avesse mai fatto! Perse l’equilibrio, barcollò paurosamente e finì disteso nell’ ampia  vasca completamente ricolma d’acqua, dove lo ripescammo con qualche difficoltà.
Per fortuna non faceva molto freddo (si era a settembre) e Leonardo, inzuppato come un pesce, dopo aver aggiunto alla birra qualche abbondante sorsata d'acqua destinata agli asini, fu sistemato e trasportato a braccia. Ogni tanto si lamentava in uno stato di semiincoscienza e un paio di volte ebbe bisogno di rigirarsi e di lanciare dalla bocca una poltiglia che rischiò di colpire in pieno qualcuno di noi. Intanto si era formato uno strano corteo, con l’aggiunta di molti bambini, che si erano accodati con l’intento di fare caciara. Alcuni si affacciavano alle porte e alle finestre e, nel vedere quella insolita processione con Leonardo trasportato a braccia, chiedevano allarmati che cosa fosse successo. Poi fu il turno di Nonna Betta, che, avendoci visti passare ed avendo temuto il peggio, bloccò il corteo ed incominciò a piangere ed a gridare come un’ossessa, sicché ci toccò spiegarle qualcosa, riaccompagnarla a casa sua ed affidarla alla cura di una nipote, tra gli schiamazzi dei monelli.
Cercammo di tranquillizzare tutti insomma, facendo chiaramente intendere che si trattava solo di una “pica”, anche se solenne. Alla fine, come Dio volle, riuscimmo a portare Leonardo fino a casa sua tra la paura di alcuni di noi, ma anche tra i lazzi, le risate e gli sberleffi di tanti altri.
P.S. Io non so e non ho idea di dove si trovi, dove viva oggi Leonardo Audia. Se per caso egli si trova a leggere questo racconto, lo prego di mettersi in contatto con me, in qualunque forma, con un commento in coda al racconto o al link su Facebook. Ciao, Leonardo.
da facebook:
Domenico Franco · 5 amici in comune
Ti ringrazio di avermi riportato indietro piu' di mezzo secolo con il racconto , bello come una foto in bianco e nero di vita spensierata,leonardo purtroppo non e' piu' con noi
Mi piaceRispondi7 h
Ezio Scaramuzzino Ti ringrazio di avermelo fatto sapere. Vorrei saperne di più, ma preferisco fermare la sua immagine per come essa è impressa nella mia memoria. Il mio racconto vale anche come un omaggio affettuoso ad un amico che non c'è più. Ciao.


 Il famoso "biviere" a Scandale in una foto by ros del 2012







mercoledì 9 novembre 2016

Attaccatevi al Trump

Una bella, grande ed importante notizia:  Donald Trump è il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Non nascondo che stamattina, quando ho ascoltato la notizia, mi sono sentito meglio, anche fisicamente, e, invece dei soliti 5 Km di footing mattutino, ne ho fatti 8: i 3 in più li ho fatti per la vittoria.
Il risultato è tanto più convincente ed esaltante, quanto più Trump ha stravinto contro tutto e contro tutti: contro i sondaggi manipolati, contro i grandi gruppi finanziari, contro l’establishment politico e amministrativo, contro i grandi network televisivi, contro la grande stampa, contro la solita compagnia di giro formata da cantanti, attori, registi, intellettuali, contro tutto quell’apparato che fa riferimento a papa Bergoglio, il papa “che non si impiccia”, ma che non ha perso l’occasione di esternare contro di lui qualche volta. Insomma egli ha vinto contro il conformismo di massa, il conformismo  di coloro che piacciono alla gente che piace, il conformismo di coloro che ormai costituivano una nuova classe, una nuova “nomenklatura”, come era definita nei vecchi regimi socialisti, per fortuna scomparsi.
In realtà Trump è stato appoggiato dalla cosiddetta maggioranza silenziosa, formata da giovani disoccupati e senza speranza, operai, classe media: quella maggioranza che è stata colpita dalla crisi e che si preoccupa del caos e della mancanza di legalità provocata dall’immigrazione selvaggia, quella maggioranza che non ne può più  dell’ISIS e del terrorismo musulmano, quella maggioranza che non dice per chi vota, ma che poi, nei momenti decisivi della vita di un popolo, va a votare in massa e provoca cambiamenti epocali.
Ovviamente non sostengo che Trump è un angelo e che con lui incomincerà una nuova età dell’oro, ma certamente egli non potrà fare peggio dell’incapace Obama, quello, tanto per intenderci, che ha ricevuto la barzelletta del premio Nobel per la pace sulla fiducia, e farà certamente meglio di quanto avrebbe potuto fare l’isterica e corrotta Hillary Clinton.
Sono ragionevolmente convinto che la vittoria di Trump apporterà benefici diretti agli Stati Uniti e, seppur in modo indiretto, a tutto il mondo, ad incominciare da Israele, l’Occidente, la Russia, l’Unione Europea, l’Italia. Trump ha già annunziato che la sede diplomatica degli USA in Israele sarà trasferita da Tel Aviv a Gerusalemme, a sottolineare in modo solenne che Gerusalemme è la capitale unica, indivisibile e definitiva dello Stato. Buon segno. Egli ha inoltre preannunziato un miglioramento delle relazioni con la Russia di Putin, ad evitare quel nuovo clima da guerra fredda che Obama e la Clinton stavano pervicacemente portando avanti. Ha infine preannunziato una lotta senza quartiere all’immigrazione selvaggia ed al fondamentalismo ed al terrorismo islamico, atteggiamenti che non potranno non avere dei riflessi sull’Unione Europea di Angela Merkel e sull’Italia dell’inadeguato Matteo Renzi.
Che cosa dire ai tanti ai quali è andata di traverso la vittoria di Trump e che per questo andranno incontro a qualche mal di pancia e a qualche travaso di bile? Beh, a tutti costoro non si può che dire: “ATTACCATEVI AL TRUMP”.
Ed infine un ultimo pensiero per Madonna, l’ ineffabile cantante americana di origine italiana, che non ha avuto scrupolo, nella sua libidine di profanazione a senso unico, di assumere come nome d’arte quello della madre di Gesù Cristo. Molti sapranno che durante la campagna elettorale la sguaiata cantante aveva promesso, nel caso di vittoria della Clinton, sesso orale per tutti i maschietti che l'avessero votata. Beh!. Per come sono andate le cose, forse avrebbe fatto meglio a promettere il didietro, invece dei p…..i.


lunedì 7 novembre 2016

I figli so' piezz'e core

Passo dall’edicola e leggo su una locandina “Sculco e Pugliese in udienza dalla Boschi per il passaggio al PD”. Sicché è fatta e forse c’era da aspettarselo: con un padrino come Enzo Sculco non poteva che finire così.
Si ricorderà che Enzo Sculco è stato condannato per concussione con sentenza definitiva a 4 anni di reclusione nel 2011 (3 estinti per indulto) e nel 2015 la Corte dei Conti lo ha condannato a risarcire la provincia di Crotone di 11.000 €  e rotti per danno erariale. In fondo il ritorno di Sculco in seno al Pd costituisce  una sorta di ritorno naturale alla casa madre, quella casa madre dove egli ha assimilato il dna della politica intesa come intrallazzo.
Ma, chiuso il caso Sculco con una senso di umana pietà, resta comunque aperto il caso di Ugo Pugliese, qualche mese fa eletto Sindaco di Crotone, sia pure con il neo di essere sotto l’ala protettrice del suo mentore Sculco. Al ballottaggio Pugliese si è presentato come alternativa all’affarismo ed agli intrallazzi del PD e per questo motivo anche io gli ho dato il voto, come tanti altri, considerandolo  il male minore o comunque nelle condizioni di non poter fare peggio del suo avversario. Ma è finito anche lui nel PD, di cui doveva essere l’alternativa, morale e civile, prima che politica. Che dire, a parte il senso di sconforto, che ti prende quando senti certe notizie?
C’era una volta il trasformismo, che era l’atteggiamento di quei politici disponibili a qualunque voltafaccia in cambio di una ricompensa da parte di chi detiene e gestisce il potere. Il trasformismo nacque nel 1876 e fu “inventato” da Agostino De Pretis, il quale governò a lungo l’Italia, pur non disponendo di una maggioranza precostituita in Parlamento. Ma, al confronto di quello che succede ora, il trasformismo di una volta è quasi roba da educande e da Figlie di Maria. Oggi, nel parlamento italiano un buon 30% degli onorevoli (onorevoli ?) deputati e senatori ha cambiato partito e, anche ai livelli più bassi della politica, il fenomeno è in splendida ripresa. Le vicende di Crotone ne sono un esempio probante. Che cosa si aspettano i nostri due intrepidi rappresentanti dal cambio di casacca e dall’udienza presso Sua Eccellenza il Ministro per le riforme Maria Elena Boschi, quella di Banca Etruria, tanto per intenderci? Riusciranno i nostri due eroi a ritrovare il bandolo della matassa giunta al capolinea della loro attività politica? E quale è o potrebbe essere questo bandolo della matassa?
Tutto fa capo al partito politico, locale e personale, I Demokratici, di cui Enzo Sculco è il fondatore e Ugo Pugliese, in qualità di Sindaco, è illustre rappresentante, sebbene in un partito ancora più piccolo, di derivazione del primo come nelle matrioske e di cui non importa ricordare il nome. Orbene I Demokratici sono un piccolo partito, senza ampie prospettive per il futuro e soprattutto impossibilitato a garantire ricompense e soddisfazioni per coloro che vi si sono imbarcati. Ugo Pugliese, il Sindaco di Crotone, è relativamente giovane e sa che, se vuole avere un futuro politico, deve accasarsi in un partito che possa offrirgli prospettive più concrete. Enzo Sculco, per la sua età e per i suoi precedenti, politici e penali, presumo non abbia più molte ambizioni personali, ma ha una figlia, Flora Sculco, attuale consigliere regionale, e che negli ultimi tempi ha un po’ fatto da battistrada per il cambio di casacca, schierandosi apertamente per il SI' al prossimo referendum costituzionale. I figli “so’ piezz’e core”, si sa, e per loro si è disposti a qualunque sacrificio, anche a compiere un’ennesima giravolta, anche a perdere la dignità che resta, a costo di suscitare negli elettori nausea e disgusto.
Ma, forse, non tutto il male vien per nuocere. C’erano già tanti buoni motivi per votare NO al prossimo referendum. Ce n’è uno in più, non piccolo, non trascurabile, per ribadire ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, che, se si vuole trasformare l’Italia e mandare a casa la banda di parassiti che l’hanno occupata, la infestano e la stanno spolpando, l’unica via di salvezza è quella del NO.

venerdì 4 novembre 2016

Nuovo codice della strada


     Questo bidone della spazzatura, previsto come indicazione dal Nuovo Codice della Strada secondo Ugo, trovasi a Crotone in Viale Gramsci, all’altezza del numero civico 158, da circa una settimana. Esso prescrive ai pedoni ed agli automobilisti di passare a destra, perché, diversamente, si sprofonda in un tombino dissestato. Sia ben chiaro: non è l’unico tombino a trovarsi in simili condizioni, perché, a voler essere ottimisti, almeno il 50% di essi è dissestato, o è sul punto di dissestarsi, o ancora ha coperchi rumorosi, che aggiungono la loro musica a quella delle bande sonore ideate da un progettista demente e/o criminale.
Detto questo, che cosa impedisce alla nuova Amministrazione comunale, di mandare una squadra di operai, con l’incarico  di riparare almeno i tombini di quella strada che avrebbe dovuto essere la vetrina della città? Dico, almeno i tombini? Già, in un’occasione similare riguardante un unico tombino ridotto in condizioni molto pericolose, mi toccò andare un paio di volte al Comune, perché qualcuno provvedesse alla riparazione. Ma, quando i casi diventano tanti, uno che fa? Passa il suo tempo dietro le porte dei vari uffici comunali?
Mi assale un dubbio: vuoi vedere che il ritardo negli interventi è determinato dal fatto che il nuovo Sindaco Ugo Pugliese, e con lui l’ufficio preposto, ritiene che questi problemi siano solo delle cazzate? E già, lo dicevano anche gli antichi Romani, “De minimis non curat praetor”, cioè “Il pretore non si occupa di cazzate” e vuoi vedere che il Sindaco, che probabilmente conosce il Latino,  si attiene alle indicazioni dei nostri avi?
Caro Signor Sindaco, io non so se lei è occupato nella soluzione di problemi ben più grossi. Probabilmente è così e d’altra parte giungono voci di un tentativo della sua Amministrazione di trovare punti di convergenza con il PD, il che occupa giustamente il suo tempo prezioso. E’ vero che la cosa indurrebbe ad amare riflessioni, ove si pensi che io e tanti altri le abbiamo dato il voto, perché ritenevamo che la sua Amministrazione avrebbe costituito un’alternativa agli intrallazzi ed all’affarismo del PD, ma d’altra parte, quando ci si occupa di Massimi Sistemi, forse è giusto che tutto il resto passi in secondo piano.
Caro Signor Sindaco, un’ultima considerazione ed un ultimo consiglio:
1-E’ proprio inevitabile che, di riffa o di raffa, di diritto o di rovescio, con le buone o con le cattive, il PD debba sgovernare l’Italia per i prossimi cento anni? Che male hanno fatto gli Italiani per meritare questo destino?
2- Sentivo dire che lei è un seguace della teoria della tolleranza zero, già applicata da Rudolph Giuliani nel periodo in cui fu sindaco di New York. Se è così, e mi auguro che sia così, applichi la tolleranza zero non solo nel perseguire i piccoli reati, ma anche nel curare e nel risolvere i piccoli problemi. Ammesso che quelli di Viale Gramsci siano piccoli problemi.

mercoledì 2 novembre 2016

Anatomia di un'involuzione




Non so se sapete chi è questo signore, che vale comunque la pena di conoscere, anche per capire i tempi che viviamo. Dunque. Questo signore si chiama Vincenzo Boccia, è un imprenditore salernitano ed è attualmente il Presidente di Confindustria. La Confindustria è in senso lato il sindacato degli imprenditori ed il suo Presidente è  più o meno per gli imprenditori quello che la Camusso è per gli operai iscritti alla CGIL.
Per il tipo di attività che svolge, la Confindustria è sempre stata  un po’ vicina alle posizioni del Governo, qualunque fosse il colore politico dello stesso, godendo quindi di protezioni varie, anche a costo di snaturare la sua identità. Negli ultimi tempi però il Presidente Boccia ha evidentemente ritenuto che questo fiancheggiamento non fosse più sufficiente e, ovviamente d’accordo con la sua organizzazione, o almeno con la sua maggioranza, ha deciso di fare il grande balzo. La Confindustria è passata così da fiancheggiatrice a galoppina del governo, schierandosi pertanto per il SI’ senza se e senza ma, in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo.
Ovviamente quest’ultima trasformazione doveva apparire  come graduale, lenta  e  giustificata da nobili motivazioni di carattere politico. Ed invece, come si sa, il diavolo spesso ci mette la coda e manda all’aria i progetti degli umani. All'Assemblea Annuale della Confederazione Italiana Armatori, che si è tenuta a Roma il 24 ottobre 2016, Il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ed il Ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio si trovano per caso fianco a fianco al tavolo della Presidenza e, sempre per caso, si scambiano alcune considerazioni sul prossimo referendum. Parlano a bassa voce, a microfoni spenti, e sono convinti che nessuno ascolti. E invece un microfono è acceso e consente a qualcuno di registrare l’interessante conversazione.
Il tono confidenziale, gli ammiccamenti, i sottintesi parlano più di ogni dichiarazione ufficiale e fanno capire quello che è diventata oggi Confindustria. Doveva essere l’organizzazione su cui faceva affidamento il futuro economico dell’Italia, su cui poggiavano le speranze di una ripresa dell’Italia, ed è diventata invece una combriccola di parassiti, disperatamente attaccati alle briciole dispensate da un governo amico e dispensatore di favori.
Si diceva una volta che quel che era utile a Confindustria era anche utile all’Italia. E’ tempo di aggiornare la massima. Oggi quel che è utile al governo, conviene anche a Confindustria.

Qui sotto il link del breve video rivelatore.
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