sabato 21 novembre 2015

ISIS, Catari e Boko Haram

Si può ridere anche in tempi di tragedia. Tutti sanno che nell’assalto all’Hotel di Bamako, nel Mali, i terroristi Islamici hanno liberato solo coloro che sapevano recitare i versetti del Corano. Sistema forse troppo semplice e sbrigativo per distinguere gli amici dai nemici, ma, tutto sommato, efficace. Poche domande e via.
-Tu, alzati! Che cosa dice il Profeta, che Dio lo benedica e gli dia pace, nella Sura al-Baqarah, Versetto 23?
- Il loro caso è simile a quello di coloro che accendono un fuoco e, quando illumina i dintorni, Allah porta via la loro luce e li lascia in tenebre nelle quali nulla vedono.
-Risposta esatta. Puoi andare. Sei libero. Avanti un altro.
-Tu, alzati! Che cosa dice la Sura Al-Ghâfir al Versetto 4?  
- Solo i miscredenti polemizzano sui segni di Allah. Non ti lasciar suggestionare dal loro andirivieni in questa terra. 
-Risposta esatta. Puoi andare anche tu. Sei libero. Avanti un altro.

E così di seguito per altre 30 persone, di fede musulmana, tutte liberate.

In momenti di emergenza, nell’incalzare della battaglia, è sempre importante poter distinguere quelli che ti sono davanti, sapere se sono alleati o avversari, decidere se devi ammazzarli o salvarli.
Forse pochi sanno che il 22 luglio 1209, durante la crociata indetta da papa Innocenzo III contro i Catari, furono uccise circa 2000 persone, comprese donne e bambini. In quell’occasione il messo papale Arnaud Amaury, richiesto da un soldato su come poter distinguere gli eretici dai Cattolici, rispose: "Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi".

Forse nessuno sa che qualche mese addietro, nella Nigeria insanguinata dai terroristi islamici di Boko Haram, anche i Cristiani di quel paese, stanchi di subire vessazioni, attacchi  e stragi, hanno deciso di costituire dei gruppi armati idonei a difenderli e, se necessario, contrattaccare. Nella sua prima azione di tipo militare un gruppo denominato “Guerriglieri di Cristo Re” ha occupato un villaggio nella periferia di Lagos. Nella retata sono finiti molti Nigeriani ma anche molti Italiani, che lì operavano  per conto dell’ ONU e di varie organizzazioni  umanitarie occidentali. Il capo dei guerriglieri, che portava sul petto una vistosa immagine della Madonna  e al collo una grossa Corona del Rosario, ha cercato di capire chi erano, tra gli ostaggi, i Cristiani da salvare. Ha individuato un biondino.
-Tu, alzati! Da dove vieni?
-Sono Italiano.
-Sei Cristiano?
-Sì, sono Cristiano.
-Sei stato battezzato?
-Certo, sono stato battezzato.
-Quali furono le ultime parole di Gesù sulla Croce?
-…Uhm…Sto morendo…, disse.
-Uhm…Un’altra domanda. Conosci il “Padre Nostro”? Il suo no, ma il mio sì. Si chiama Antonio Scognamiglio ed abita a Napoli in via Caracciolo.
-Uhm… Forse è il caso di passare ad un altro… Tu, da dove vieni?
-Sono Italiano. Vengo dalla Sicilia.
-Sei Cristiano?
-Certo.
-Sai che cosa dice il Decimo Comandamento?
-No, non lo so.
-Sai perché è importante la Via Crucis?
-L’hanno asfaltata?
-Ho capito…Forse è il caso di liberare tutti…

Considerazione finale. Finiamola di ridere. Probabilmente la nostra civiltà, quella che una volta era definita la “civiltà occidentale”, merita di scomparire. Noi meritiamo di scomparire e meritiamo di essere sostituiti da orde di uomini col turbante e di donne col burqa o col chador.
Perché noi, pur di  sopravvivere e di difendere il nostro miserabile benessere, siamo disponibili ad ogni compromesso, anche il più vergognoso. Perché da anni, ormai, noi siamo intossicati dal relativismo religioso e culturale e non crediamo più in niente. Loro, invece, saranno terroristi, saranno fanatici, saranno spregevoli e magari qualche volta faremo anche fatica a considerarli come appartenenti al consorzio umano, ma almeno credono in qualcosa.


giovedì 5 novembre 2015

La piccola Roque

Propongo un bel racconto di Guy de Maupassant. Per chi ha una mezzoretta di tempo e vuole ritemprarsi lo spirito con la lettura.


 
Il procaccia Médéric Rompel, che i paesani familiarmente chiamavano Mede, partì alla solita ora dall’ufficio postale di Roüy-le-Tors. Traversò la cittadina coi suoi lunghi passi di vecchio soldato, tagliò per i campi di Villaume per giungere sulla riva della Brindille da cui, seguendo la corrente, arrivava al villaggio di Carvelin, dove cominciava la distribuzione.
Camminava alla svelta, lungo il fiumicello che spumeggiava, brontolava, ribolliva e correva nel suo letto erboso, sotto una volta di salici. I grossi ciottoli, fermando la corrente, creavano attorno a sé un tondo rigonfio d’acqua, come una cravatta che finiva in un nodo di schiuma. Qua e là, c’erano cascate alte un piede, talvolta invisibili, che facevano, sotto le foglie, sotto le liane, sotto un tetto di verzura, un chiasso iroso e dolce; più oltre le sponde si allargavano, s’incontrava un tranquillo laghetto nel quale le trote guizzavano in mezzo a quei lunghi capelli verdi che ondeggiano in fondo ai ruscelli calmi.
Médéric camminava senza veder nulla, pensando soltanto a questo: «La prima lettera è per i Poivron, e dopo ne devo portare una al signor Renardet: perciò bisogna che traversi il bosco».
Il suo camiciotto turchino stretto alla vita da una cintola di cuoio nero passava con moto svelto e regolare sulla siepe verde dei salici; e il suo grosso bastone di agrifoglio gli camminava accanto come un’altra gamba.
Traversò la Brindille sul ponte fatto con un sol tronco d’albero gettato da una sponda all’altra, che aveva come ringhiera una corda sorretta da due paletti piantati per terra.
Il bosco, proprietà di Renardet, sindaco di Carvelin e il più grosso possidente di quei luoghi, era pieno di alberi antichi, enormi, ritti come colonne, che si stendevano per una lunghezza di due chilometri sulla riva destra del ruscello che faceva da confine all’immensa volta di foglie. Lungo il corso dell’acqua erano spuntati dei grandi arbusti, sotto i raggi del sole; ma cotto il bosco non si trovava altro che muschio, un muschio spesso, dolce e morbido che spandeva nell’aria stagnante un odorino di muffa e di rami morti.
Médéric rallentò l’andatura, si levò il berretto nero ornato d’un gallone rosso, si asciugò la fronte: già faceva caldo in campagna, benché non fossero ancora le otto di mattina.
S’era appena rimesso in capo il berretto, riprendendo la sua marcia energica, allorché vide ai piedi d’un albero un coltellino da ragazzi. Lo stava raccattando quando vide anche un ditale, e, vicino a questo, una scatolina per aghi.
Li prese, e pensò: «Li porto dal sindaco». Poi si rimise in marcia, ma teneva gli occhi aperti, aspettandosi di trovare qualche altra cosa.
Improvvisamente si fermò di botto, come se avesse urtato contro una stanga di legno: a dieci passi davanti a lui, supino, giaceva sul muschio un corpo infantile, completamente nudo. Era una bambinetta, che avrà avuto dodici anni. Stava a braccia aperte, a gambe larghe, col viso coperto da un fazzoletto. Aveva le cosce macchiate di sangue.
Médéric cominciò a camminare in punta di piedi, come se avesse paura di far rumore, oppure avesse temuto qualche pericolo: e spalancava gli occhi.
Che era mai quella roba? Di certo, stava dormendo. Ma poi pensò che nessuno si mette a dormire nudo, alle sette e mezzo di mattina, sotto il fresco degli alberi. Allora era morta; e quello era un delitto. A quell’idea un brivido gli corse per la schiena, bench’egli fosse un vecchio soldato. Era così raro un omicidio, nel paese, e poi l’omicidio d’una bambina, che non riusciva a credere ai suoi occhi. Però non aveva nessuna ferita, tranne quel sangue coagulato sulle gambe. In che modo era stata uccisa?
Si fermò vicino a lei, e la guardò, appoggiato al bastone. La conosceva di certo, perché conosceva tutti gli abitanti del luogo; ma, non potendola vedere in viso, non poteva sapere chi era. Si chinò per levarle il fazzoletto dalla faccia; ma si fermò, con la mano stesa, trattenuto da un pensiero. Aveva il diritto di muovere qualcosa dal cadavere, prima che la giustizia avesse fatto le sue constatazioni? Per lui la giustizia era come una specie di generale al quale nulla sfugge, e che dà uguale importanza a un bottone perduto e a una coltellata nella pancia. Forse sotto quel fazzoletto si sarebbe trovata una prova essenziale; e comunque era un corpo di reato che poteva perdere il suo valore, se toccato da una mano maldestra.
Allora volle rialzarsi per correre dal sindaco, ma fu trattenuto da un altro pensiero. Se, per caso, la bambina fosse ancora viva, non avrebbe potuto abbandonarla a quel modo. Pianino pianino si mise in ginocchio, ma tenendosi lontano, per prudenza, e stese una mano verso il piede di lei. Era freddo, gelato da quel terribile freddo che rende spaventevole la carne morta, e non lascia più dubbi. Dopo averla toccata, il procaccia, come raccontò dopo, si sentì sottosopra, con la bocca completamente asciutta. Si alzò di scatto e cominciò a correre sotto gli alberi verso la casa del signor Renardet.
Andava a passo svelto, col bastone sottobraccio, i pugni stretti, il capo proteso, mentre il sacco di cuoio, pieno di lettere e giornali, gli batteva ritmicamente sulla schiena.
La casa del sindaco era all’estremità del bosco, che gli faceva da parco, e bagnava tutta una parte dei suoi muri in un piccolo stagno formato in quel punto dalla Brindille.
Era una casona quadrata, di pietra grigia, molto antica, che un tempo aveva anche subito degli assedi, e finiva in una enorme torre, alta venti metri, costruita nell’acqua.
Dall’alto di quella specie di cittadella un tempo si sorvegliava tutto il paese. La chiamavano, chissà perché, torre della Volpe; e da quell’appellativo, senza dubbio, era derivato il cognome Renardet, portato dai proprietari del feudo, rimasto alla stessa famiglia per più di duecento anni. Infatti i Renardet appartenevano a quella borghesia quasi nobile che spesso s’incontrava in provincia, prima della Rivoluzione.
Il procaccia entrò di volata nella cucina, dove la servitù stava mangiando, gridando:
- E alzato il signor sindaco? Gli devo parlare subito.
Siccome Médéric era conosciuto come una persona seria e riflessiva, capirono subito che era accaduto qualcosa di grave.
Il sindaco, avvertito, ordinò che lo facessero entrare. Pallido ed ansimante, il procaccia, col berretto in mano, trovò il sindaco seduto davanti ad una lunga tavola coperta di fogli sparpagliati.
Era un omaccione grande e grosso, pesante, rosso, forte come un toro, assai benvoluto in paese nonostante il suo carattere straordinariamente violento. Avrà avuto una quarantina d’anni, era vedovo da sei mesi e viveva sulle sue terre, da gentiluomo campagnolo. Col suo carattere focoso si era spesso immischiato in spiacevoli storie da cui sempre lo traevano fuori i magistrati di Roüy-le-Tors, suoi amici, indulgenti e discreti. Un giorno aveva buttato giù dal sedile il guidatore della diligenza perché stava per schiacciare il suo cane da ferma Micmac... Un’altra volta aveva rotto le costole a un guardiacaccia che gli voleva far la contravvenzione perché stava attraversando col fucile sotto il braccio le terre d’un vicino... Un’altra volta aveva preso per il colletto il sottoprefetto fermatosi nel villaggio durante un viaggio amministrativo che Renardet voleva definire viaggio elettorale: egli infatti faceva l’opposizione al governo, per tradizione familiare.
- Cos’è successo, Médéric? - chiese il sindaco.
- Ho trovato una bambina morta nel vostro bosco...
Renardet si rizzò col viso infuocato.
- Come... una bambina?
- Sissignore, una bambina, tutta nuda, supina, sporca di sangue, e morta, proprio morta.
Il sindaco bestemmiò:
- Perdio! Scommetto che è la piccola Roque. Mi sono venuti a dire proprio ora che ieri sera non è tornata a casa. Dove l’avete trovata?
Il procaccia spiegò tutto, fornì particolari, si offerse di far da guida.
Ma Renardet gli rispose bruscamente:
- No, non ho nessun bisogno di voi. Mandatemi subito la guardia campestre, il segretario comunale e il dottore, e andate a finire il vostro giro. Via, via, andate, e dite che mi raggiungano nel bosco.
Disciplinato, il procaccia obbedì e se ne andò, furibondo e dispiaciuto di non potere assistere alle constatazioni.
Anche il sindaco uscì, dopo avere preso il suo cappellone di feltro grigio, molle, a tese larghissime, e si fermò per qualche istante sulla soglia di casa. Davanti a lui si stendeva un ampio prato nel quale splendevano tre grandi macchie, di color rosso turchino e bianco, tre aiole di fiori sbocciati, una di fronte alla facciata le altre sui fianchi. Più in là si rizzavano fino al cielo i primi alberi del bosco, mentre a sinistra, oltre la Brindille allargata in stagno, si vedevano verdi campagne, una regione verde e piatta tagliata da canaletti e da siepi di salici che parevano mostri: nani, tozzi, nodosi, coi rami sempre tagliati, che reggevano sul tronco enorme e corto un fremente piumetto di ramicelli.
A destra, dietro alle scuderie, alle rimesse, a tutte le costruzioni della proprietà, cominciava il paese, ricco, popolato da allevatori di bovini.
Pian piano Renardet scese la scalinata, svoltò a sinistra, giungendo alla sponda del ruscello che cominciò a seguire a passi lenti, con le mani dietro la schiena. Camminava a fronte china; ogni tanto si guardava attorno, per vedere se arrivasse qualcuno di coloro che aveva mandato a chiamare.
Giunto che fu sotto gli alberi si fermò, si tolse il cappello e si asciugò la fronte, come aveva fatto Médéric: l’ardente sole di luglio cadeva sulla terra come pioggia di fuoco. Poi riprese a camminare, si fermò di nuovo, tornò indietro. Improvvisamente, abbassandosi, inzuppò il fazzoletto nel ruscello che scorreva ai suoi piedi, e se lo mise sul capo, sotto il cappello. Gocciole d’acqua gli colarono sulle tempie, sulle orecchie ancora violette, sul collo rosso e possente, e penetrarono, una dopo l’altra, sotto il colletto bianco della camicia.
Siccome non si vedeva ancora nessuno, egli cominciò a battere col piede per terra, e a gridare: - Ohé, ohé!
Poi, sotto gli alberi, apparve il dottore: era un ometto magro, ex chirurgo militare, stimato per molto bravo nella zona. Essendo stato ferito, durante il servizio militare, zoppicava e s’aiutava con un bastone, per camminare.
Poi si videro la guardia campestre e il segretario comunale, i quali, avvertiti nello stesso tempo, arrivavano insieme. I loro visi apparivano sgomenti, mentre essi accorrevano, alternando passo a trotto per sbrigarsi di più, e muovendo talmente le braccia da sembrare di far più lavoro con quelle che con le gambe.
Renardet disse al dottore:
- Sapete di che si tratta?
- Sì, Médéric ha trovato nel bosco una bambina morta.
- Bene, allora andiamo.
Cominciarono a camminare accanto, seguiti dagli altri due. Sul muschio i loro passi non facevano alcun rumore: cogli occhi essi cercavano davanti a sé.
Ad un tratto il dottor Labarbe stese il braccio:
- Ecco, ecco, là!
Assai lontano, sotto gli alberi, si vedeva qualcosa di chiaro. Se non avessero saputo che era, non l’avrebbero potuto capire. Appariva lucente e bianco, come un lenzuolo caduto: un raggio di sole scivolato attraverso i rami illuminava la carne pallida con una larga striscia che colpiva obliquamente il ventre. Avvicinandosi potevano distinguere le forme: il capo coperto rivolto verso l’acqua, le due braccia aperte come se l’avessero crocifissa.
- Sento un caldo tremendo... - disse il sindaco.
Chinandosi verso la Brindille inzuppò un’altra volta il fazzoletto nell’acqua, e se lo rimise sulla fronte.
Il medico affrettò il passo, interessato dalla scoperta. Appena si trovò vicino al cadavere si chinò per esaminarlo, senza toccare nulla. S’era messo un paio d’occhiali a stringinaso, come si fa quando si vuole guardare un oggetto strano, e girava pian piano intorno al corpo.
Disse, senza nemmeno rialzarsi:
- Violenza ed assassinio, che ora constateremo subito. La bambina era già quasi donna, guardatele il petto.
I due seni, già assai sviluppati, si afflosciavano sul petto, resi molli dalla morte.
Il dottore, con mossa leggera, levò il fazzoletto che copriva la faccia, la quale apparve: nera, spaventosa, con la lingua fuori della bocca, gli occhi sbarrati.
- Perbacco, - disse egli, - l’hanno strozzata, dopo avere fatto...
Palpava il collo:
- Strozzata con le mani, senza lasciar tracce di nessun genere, né segni d’unghie o impronte di dita. Benissimo. È la piccola Roque, proprio lei.
Rimise delicatamente a posto il fazzoletto:
- Non ho altro da fare, qui: è morta da dodici ore almeno. Bisogna avvertire il tribunale.
Renardet, con le mani dietro la schiena, guardava fissamente il corpicino steso sull’erba. Mormorò:
- Che miserabile! Bisognerebbe trovare i vestiti...
Il dottore stava tastando le mani, le braccia, le gambe. Disse:
- Certamente aveva fatto il bagno. Dovevano stare sulla riva.
Il sindaco ordinò:
- Tu, Principe (era il segretario comunale), andrai a cercarmi questi vestiti lungo il ruscello. Tu, Maxime (era la guardia campestre), fai una corsa a Roüy-le-Tors a chiamare il giudice istruttore e i gendarmi. Bisogna che siano qui entro un’ora, hai capito?
I due uomini si allontanarono svelti, e Renardet disse al dottore:
- Chi sarà mai quella bestia che ha potuto fare una cosa simile, in un paese come questo?
- Chi lo sa? - mormorò il dottore. - Tutti possono averlo fatto. Tutti in particolare e nessuno in generale. Sarà stato qualche vagabondo, un disoccupato. Da quando siamo diventati una repubblica non si fa che incontrar di questa gente per le strade.
Eran tutti e due bonapartisti.
- Sì, certo, - riprese il sindaco, - non può essere stato altro che un estraneo, un passante, un vagabondo senza arte né parte...
- ... E senza donne... - finì il dottore con una punta d’ironia. - Non avendo né da mangiare né da dormire, s’è procurato il resto. Non si può dire quanti uomini vi siano sulla terra capaci di fare una cosa simile, in certi momenti. Lo sapevate, voi, che la bambina era sparita?
- Sì, sua madre era venuta da me, ieri sera verso le nove perché la piccola non era tornata a casa all’ora di cena, le sette.
Fino a mezzanotte l’abbiamo chiamata, per tutte le strade, ma non abbiamo pensato al bosco. E poi, si doveva aspettare il giorno per poterla cercare bene.
- Volete un sigaro? - chiese il dottore.
- Grazie, non ho voglia di fumare. Mi fa effetto, questo spettacolo.
Stavano tutti e due davanti a quel fragile corpo d’adolescente, pallidissimo sul muschio scuro. Un moscone con la pancia turchina, che stava passeggiando su una coscia, si fermò sulle macchie di sangue, poi risalì, e percorrendo il fianco con quella sua andatura vivace e scattante, si arrampicò su un seno, scese e andò a esplorare quell’altro, cercando qualcosa da bere sulla morta. I due uomini guardavano quel punto nero che si muoveva.
Il dottore disse:
- Quant’è graziosa, una mosca sulla pelle... Le donne del secolo scorso avevano ragione a applicarsele sul viso. Perché oggi non si usa più?
Il sindaco pareva che non lo sentisse nemmeno, sperduto nei suoi pensieri.
D’un tratto si voltò, sorpreso da un rumore: una donna con la cuffia e il grembiule turchino stava correndo sotto gli alberi. Era la madre, la Roque. Appena ebbe visto Renardet, cominciò a urlare:
- La mia bimba, dov’è la mia bimba?...
Era tanto fuor di sé che non guardava nemmeno per terra. Ad un tratto la vide, si fermò subito, giunse le mani e levò le braccia, mandando un urlo acuto e straziante, come un animale mutilato.
Si slanciò verso il cadavere, cadde ginocchioni e tolse, come strappandolo, il fazzoletto che copriva il volto. Non appena ebbe visto quell’orrendo volto, nero e contorto, si rizzò di scatto, e poi si prostrò con la faccia a terra, gettando, attraverso lo spessore del muschio, grida spaventevoli, senza mai fermarsi.
Il suo gran corpo magro, sul quale le vesti parevano incollate, era scosso dalle convulsioni, palpitava. Si vedevano le caviglie ossute, i polpacci magri coperti di grosse calze turchine, tremare orrendamente; scavava la terra con le dita adunche, come per farvi un buco e nascondervisi.
Commosso, il medico mormorò:
- Povera donna!...
Il ventre di Renardet mandò uno strano rumore; e poi egli fece un forte starnuto che gli uscì insieme dal naso e dalla bocca, e tirando fuori di tasca il fazzoletto, cominciò a piangerci dentro, tossendo, singhiozzando, soffiandosi rumorosamente il naso. Balbettava:
- Ma... ma... ma... maledetto quel porco che l’ha ridotta in questo stato... Vo... vorrei vedergli tagliare il collo...
Riapparì Principe, col viso afflitto e le mani vuote.
- Non sono riuscito a trovar nulla, signor sindaco... - mormorò; - non c’è nulla in nessun posto...
L’altro, sgomento, gli rispose con una voce grassa e affogata nelle lacrime:
- Che cosa non trovi?
- I panni della piccola...
- Cerca, cerca ancora... e... se non li trovi... farai i conti con me...
Principe, ben sapendo che non si poteva opporsi al sindaco, si allontanò con passo scoraggiato, gettando di traverso sul cadavere una occhiata timorosa.
Si udivano sotto gli alberi voci lontane, un confuso rumore, il rumore d’una folla che s’avvicinava; Médéric, nel suo giro, aveva seminato la notizia di porta in porta. I paesani, dapprima stupiti, avevano chiacchierato del fatto per la strada, sulle soglie; poi s’eran riuniti, avevano cianciato, discusso, commentato l’accaduto per qualche minuto; ed ora venivano a vedere.
Giungevano a gruppi, un poco esitanti ed inquieti, per timore della prima impressione. Non appena ebbero visto il corpo si fermarono, senza più coraggio di venire avanti, parlando sottovoce. Poi si fecero coraggio, fecero qualche passo, si fermarono e avanzarono di nuovo, e presto formarono intorno alla morta, a sua madre, al dottore e a Renardet, un circolo fitto, mosso e rumoroso che si stringeva sotto la pressione dei nuovi venuti. Arrivarono a toccare il cadavere; alcuni si abbassarono perfino a palparlo. Il medico li scostò. Ma il sindaco, uscendo improvvisamente dal suo torpore, s’infuriò, ed afferrando il bastone del dottor Labarbe, si gettò sui suoi amministrati, balbettando.
- Levatevi dai corbelli, levatevi... massa di animali... andatevene via!
In un attimo il cerchio dei curiosi si allargò di duecento metri.
La Roque s’era rialzata, rivoltata, seduta; ed ora piangeva col viso tra le mani.
Nella folla, si stava discutendo; e avidi occhi di ragazzi frugavano quel giovane corpo scoperto. Renardet se ne accorse, e levandosi la larga giacca di tela la gettò sul corpo della fanciulletta che vi sparì sotto.
I curiosi si avvicinavano piano piano; il bosco si empiva di gente; un continuo rumore di voci saliva sotto il fitto fogliame dei grandi alberi.
Il sindaco, in maniche di camicia e col bastone in mano, stava in atteggiamento combattivo. Pareva che la curiosità della gente lo facesse andare in bestia; ripeteva:
- Se uno di voi s’avvicina, gli spacco la testa come un cane...
I paesani avevano molta paura di lui, e si tennero a distanza. Il dottor Labarbe, fumando, si sedette accanto alla Roque, parlandole, cercando di distrarla. Subito la donna si tolse le mani dalla faccia, e rispose con un torrente di frasi lacrimose, vuotando il suo dolore nell’abbondanza delle parole. Raccontò tutta la sua vita, il suo matrimonio, la morte del suo marito, mandriano di bovi ucciso da una cornata, l’infanzia della figliola, la sua miserabile esistenza di vedova priva di risorse, col carico di quella piccina. Aveva soltanto lei, la piccola Roque, e gliel’avevano ammazzata, in quel bosco. D’un tratto volle rivederla, e, trascinandosi ginocchioni fino al cadavere, sollevò la giacca che la copriva, poi la lasciò ricadere e si rimise a urlare. La gente tacque, osservando con avidità tutti i gesti della madre.
Ad un tratto ci fu un gran movimento, e si sentì gridare:
- I gendarmi, i gendarmi!
Si vedevano, lontano, due gendarmi giungere di gran trotto, facendo da scorta al capitano e ad un omettino con le fedine rosse che ballava come una scimmia sopra un’alta giumenta bianca.
La guardia campestre aveva trovato il signor Putoin, il giudice istruttore, proprio mentre stava per montare a cavallo per fare la sua solita passeggiata, poiché egli si atteggiava a bel cavaliere, con gran divertimento degli ufficiali.
Scese assieme al capitano, strinse la mano al sindaco e al dottore, gettando un’occhiata da faina sulla giacchetta di tela gonfiata dal corpo che vi giaceva sotto.
Appena l’ebbero messo a conoscenza dei fatti, fece disperdere il pubblico. I gendarmi cacciarono la gente dal bosco, ma dall’altra parte del ruscello, sulla pianura, apparve ben presto una gran siepe di teste eccitate e irrequiete.
A sua volta il medico fornì delle spiegazioni che Renardet scriveva con la matita sul suo taccuino. Furono fatte le constatazioni, registrate e commentate, senza che ne uscisse null’altro di nuovo. Anche Maxime era tornato, senza aver trovato traccia dei vestiti.
Quella scomparsa sorprendeva tutti, e non si poteva spiegare che con un furto; però, siccome quegli stracci tutti insieme non valevano nemmeno una lira, anche il furto era inammissibile.
Giudice istruttore, sindaco, capitano e dottore s’eran messi a cercare a due a due, scostando perfino i più insignificanti ramoscelli lungo la riva.
Renardet diceva al giudice:
- Come può essere che quel miserabile abbia nascosto o portato via i vestiti, lasciando il corpo così esposto, alla vista di tutti?
L’altro, sornione e perspicace, rispose:
- Eh... forse è un’astuzia. Questo delitto dev’essere opera o d’un bruto oppure d’un furbo di tre cotte. In ogni caso, sapremo scoprirlo.
Un rumore di ruote li fece voltare. Erano il sostituto del procuratore, il medico e il cancelliere del tribunale che stavano arrivando. Le ricerche furon riprese, tra discussioni animate.
Ad un tratto Renardet disse:
- Restate tutti a desinare da me, nevvero?
Tutti accettarono con gran sorrisi, ed il giudice istruttore, pensando che per quella giornata s’erano occupati anche troppo della piccola Roque, disse, volgendosi verso il sindaco:
- Posso far portare il corpo in casa vostra? Avrete una camera dove si possa tenerla fino a stasera...
Il sindaco, turbato e balbettante, rispose:
- Sì... no... no... A dire la verità, preferirei che non fosse portata a casa mia... per via... per via dei domestici... che... che già parlano troppo dei fantasmi nella... nella torre... nella torre della Volpe... Sapete com’è... se ne andrebbero via tutti... No, no, preferirei che non la portassero...
Il magistrato sorrise:
- Va bene, va bene... La farò portar subito a Roüy, per l’esame legale.
E, volgendosi verso il sostituto:
- Posso adoperare la vostra carrozza, vero?
- Naturalmente...
Tutti tornarono verso il cadavere. Ora la Roque, seduta accanto alla sua figliola, la teneva per la mano e guardava davanti a sé con aria sperduta e ebete.
I due medici tentarono di condurla via, perché non vedesse quando avrebbero portato via il corpo della bambina; ma lei capì subito la loro intenzione, e, buttandosi sul cadavere, lo abbracciò. Standovi sdraiata sopra, ella gridava:
- No, non portatela via, è mia, è mia, ora è mia. Me l’hanno ammazzata, e voglio tenermela io, non ve la darò!
Gli uomini, tra turbati ed indecisi, le facevano cerchio attorno. Renardet s’inginocchiò, per parlarle:
- Statemi bene a sentire: bisogna farlo, per poter sapere chi l’ha ammazzata; se no non riusciremo mai a saperlo, e bisogna cercarlo, invece, per poterlo castigare... Ve la ridaranno non appena l’avremo trovato, ve lo prometto...
Questa promessa infiammò la donna e fece brillare una luce d’odio nel suo sguardo smarrito:
- Allora, lo prenderete? - disse.
- Sì, ve lo prometto.
Lei si rialzò, decisa ormai a lasciarli fare; ma il capitano mormorò:
- È proprio strano che non si trovino i vestiti...
Allora un’idea nuova, che ancora non l’aveva sfiorata, penetrò in quel suo cervello di contadina; chiese:
- Dove sono i vestiti? Sono miei: li voglio. Dove li avete messi?
Le spiegarono come non si riuscisse a trovarli; e lei li reclamò con disperata ostinazione, piangendo e gemendo:
- Sono miei, li voglio; dove sono? Li voglio...
Più tentavano di calmarla e più lei singhiozzava e si ostinava. Ora non voleva più il corpo, ma le vesti, le vesti della sua figliola, forse sia per l’incosciente cupidigia della miserabile per la quale un po’ di denaro rappresenta già una fortuna, sia per affetto materno. E quando il piccolo corpo, arrotolato nelle coperte che erano state prese in casa di Renardet, fu messo nella carrozza, la donna, ritta sotto gli alberi, sostenuta dal sindaco e dal capitano, gridava:
- Nulla, nulla, non ho potuto pigliare nulla, nulla, nemmeno la cuffiettina, la sua cuffiettina!... nulla, nulla, nemmeno la cuffiettina....
Era arrivato il parroco, un prete molto giovane, già grasso. S’incaricò di condur via la Roque, e insieme se ne andarono verso il paese. Il dolore della madre si attenuava, sotto le frasi mielate del prete, che le prometteva mille compensi. Ma lei ripeteva:
- Almeno avessi la cuffiettina... - ostinandosi in quell’idea che ora predominava sulle altre.
Di lontano Renardet gridava:
- Signor curato, siete a mangiare da me... Fra un’ora...
Il sacerdote voltò il capo e rispose:
- Volentieri, signor sindaco. Sarò da voi a mezzogiorno.
Tutti si diressero verso la casa, di cui attraverso i rami già si poteva scorgere la grigia facciata e la gran torre piantata sulla riva della Brindille.
Il desinare fu lungo: si parlò del delitto. Tutti si trovavano d’accordo: era stato commesso da qualche vagabondo che passava per caso, mentre la bambina faceva il bagno.
Poi i magistrati se ne riandarono a Roüy, annunciando che sarebbero tornati la mattina dopo, presto; il dottore e il parroco rientrarono a casa loro e Renardet, dopo una lunga passeggiata attraverso i campi, tornò nel bosco, dove rimase a passeggiare fino a notte, a passi lenti, con le mani dietro la schiena.
Andò a letto molto presto e la mattina seguente ancora dormiva quando il giudice istruttore entrò in camera sua. Questi si stropicciava le mani, pareva contento; disse:
- Ah, ah, state ancora dormendo? Ma noi abbiamo delle novità, stamani...
Il sindaco s’era seduto sul letto:
- Che c’è?
- Qualcosa di strano. Vi ricordate che ieri la madre voleva un ricordo della figliola, soprattutto una cuffietta? Bene: stamani, mentre apriva la porta, ha trovato, sulla soglia, i due zoccoletti della bambina. Questo prova che il delitto è stato commesso da qualcuno del paese, che ha avuto pietà di lei. Inoltre il procaccia Médéric mi ha portato il ditale, il temperino e l’agoraio della morta. L’uomo, portando via i vestiti per nasconderli, ha fatto cadere questi oggetti che erano in tasca. Io trovo che è importante soprattutto il fatto degli zoccoli, che indica nell’assassino una certa cultura morale e una certa possibilità di commozione. Perciò ora, se volete, passeremo in rivista i principali abitanti del paese.
Il sindaco s’era alzato. Suonò per farsi portare l’acqua calda per la barba. Disse:
- Volentieri; ma sarà una cosa lunga, perciò possiamo cominciar subito.
Putoin s’era seduto a cavalcione d’una seggiola, continuando, anche in casa, con quella sua mania dell’equitazione.
Renardet si stava coprendo il mento di schiuma bianca, guardandosi nello specchio; poi affilò il rasoio sulla coramella, e seguitò:
- Il principale abitante di Carvelin si chiama Joseph Renardet, sindaco, ricco possidente, persona bisbetica che picchia le guardie e i cocchieri...
Il giudice istruttore si mise a ridere:
- Basta, basta... Andiamo pure avanti...
- Il secondo in ordine d’importanza è Pelledent, primo assessore, allevatore di bovini, anche lui ricco possidente, contadino furbo e sornione, avvedutissimo in tutte le questioni di denaro, ma incapace, secondo me, di avere fatto una cosa simile.
- Andiamo avanti, - disse Putoin.
Renardet, sempre radendosi e lavandosi, continuò l’ispezione morale di tutti gli abitanti di Carvelin.
Dopo due ore di discussione i loro sospetti si fermarono su tre individui poco raccomandabili: un bracconiere che si chiamava Cavalle, un pescatore di trote e di gamberi che si chiamava Paquet e un conduttore di bovi che si chiamava Clovis.



II


Le ricerche durarono per tutta l’estate: il criminale non fu scoperto. Le persone sospette, arrestate, dimostrarono facilmente la loro innocenza, per cui il tribunale dovette rinunciare a dar la caccia al colpevole.
Ma pareva che quel delitto avesse stranamente commosso il paese. Era rimasta nell’animo degli abitanti un’inquietudine, una vaga paura, una sensazione di misterioso terrore, derivante non soltanto dall’impossibilità di scoprire qualunque traccia, ma anche e soprattutto dalla strana scoperta degli zoccoli davanti alla porta della Roque, il giorno dopo il delitto. La certezza che l’assassino avesse assistito alle constatazioni, che ancora vivesse nel villaggio, era sempre presente alla mente di tutti, senza dubbio, perseguitava tutti, pareva che gravasse sul paese come una continua minaccia.
Anche il bosco era diventato un luogo temuto, evitato e, si credeva, frequentato dalle anime. Prima i paesani ci andavano a passeggio tutte le domeniche dopopranzo; si mettevano a sedere sul muschio ai piedi degli enormi alberi, oppure seguivano il corso dell’acqua guardando le trote che guizzavano in mezzo alle erbe. I ragazzi giocavano a palla, a tappo, a bocce, in certi punti dove avevano scoperto, spianato e battuto la terra; e le ragazze, in file di cinque o sei, andavano a spasso tenendosi a braccetto, strillando con le loro voci acute certe romanze che grattavano le orecchie, facendo certe stonature che turbavano l’aria tranquilla e facevano allegare i denti come l’aceto. Invece ora più nessuno andava sotto la volta fitta ed alta, quasi temendo di trovare qualche cadavere disteso.
Venne l’autunno, caddero le foglie. Cadevano giorno e notte, calavano volteggiando, tonde e leggere, lungo i grandi tronchi; e già si cominciava a vedere il cielo, attraverso i rami. Ogni tanto, allorché una ventata passava sulle cime, quella pioggia lenta e continua s’ispessiva improvvisamente, diventava come un acquazzone appena frusciante che copriva il muschio con uno spesso tappeto giallo che scricchiolava un poco sotto il passo. Ed il mormorio quasi impercettibile, l’ondeggiante mormorio della caduta, continuo, dolce e triste, pareva un lamento, e le foglie che seguitavano a cadere parevano lacrime, grandi lacrime versate dai grandi alberi tristi che piangevano giorno e notte sulla fine dell’anno, sulla fine delle tiepide albe e dei dolci crepuscoli, sulla fine dei caldi venticelli e dei limpidi soli, e fors’anche sul delitto che avevano visto commettere sotto la loro ombra, sulla fanciulla violata ed uccisa ai loro piedi. Piangevano nel silenzio del bosco deserto e vuoto, del bosco abbandonato e temuto nel quale doveva errare, sola, l’anima, l’anima piccola della morticina.
La Brindille, ingrossata dai temporali, scorreva più svelta, gialla e irosa, tra le sue sponde aride, tra due siepi di salici magri e ignudi.
Ora, ecco che Renardet, d’un tratto, ricominciò a passeggiare nel bosco. Tutti i giorni al cader della notte usciva di casa, scendeva la scalinata a passi lenti, e se ne andava sotto gli alberi con aria pensierosa, con le mani in tasca. Camminava a lungo sul muschio umido e morbido, mentre una legione di corvi, accorsi da ogni parte per dormire sulle alte chiome, si svolgeva attraverso lo spazio come un immenso velo da lutto che ondeggiasse al vento, facendo un grande e sinistro schiamazzo.
Ogni tanto si posavano, bucando di macchie nere i rami intrecciati contro il cielo rosso, sanguinante dei crepuscoli d’autunno. Poi, di colpo, ripartivano gracidando spaventosamente, svolgendo di nuovo sul bosco il lungo e scuro festone del loro volo.
Infine si buttavano sulle cime più alte, ed a poco a poco i loro clamori cessavano, mentre la notte avanzando mischiava le loro piume nere al nero dello spazio.
Renardet girava ancora lentamente in mezzo agli alberi; poi, quando non poteva più camminare nel buio fitto, tornava a casa, si buttava come un sasso nella poltrona, davanti al luminoso caminetto, tendeva verso il fuoco i piedi umidi, che fumavano per parecchio tempo.
Una mattina, una grande notizia corse per il paese: il sindaco faceva abbattere il bosco.
Già venti boscaioli stavano lavorando. Avevano cominciato dalla parte più vicina alla casa, e andavano in fretta, sotto la sorveglianza del padrone.
Anzitutto i tagliatori s’arrampicano sul tronco.
Legati a esso da un collare di corda, lo abbracciano e alzando una gamba dando come un calcio al tronco in modo che la punta d’acciaio fissata alla suola delle loro scarpe penetri nel legno e vi resti conficcata sicché l’uomo possa sollevarsi come su uno scalino, colpire con la punta dell’altro piede, e così via.
Ogni volta che l’uomo sale porta più su il collare di corda che lo trattiene all’albero. Dalle reni gli pende e brilla la roncola d’acciaio. Si arrampica piano piano, come un animale parassita che assalga un gigante, sale pesantemente lungo l’immensa colonna, l’abbraccia e la sperona per andare a decapitarla.
Appena è giunto ai primi rami si ferma, si stacca dal fianco la roncola affilata e colpisce. Colpisce lentamente, con metodo, intaccando il ramo proprio vicino al tronco finché all’improvviso quello scricchiola, si piega, s’inclina, si strappa e crolla sfiorando nella caduta gli alberi vicini. Poi si schiaccia al suolo tra uno schianto di legna spezzata e i suoi ramicelli seguitano per parecchio tempo a palpitare.
Il terreno si copriva di rottami che altri uomini, a loro volta, tagliavano, legavano in fascine e ammucchiavano, mentre gli alberi ancora in piedi somigliavano a pali smisurati, a giganteschi pioli amputati e rasi dal tagliente acciaio delle roncole.
Quando il tagliatore aveva finito il suo lavoro, lasciava in cima al fusto dritto e sottile la collana di corda che aveva portato, ridiscendeva con l’aiuto degli speroni lungo il tronco scoronato, che i boscaioli cominciavano ad attaccare alla base, battendo gran colpi che risuonavano in tutto il bosco.
Quando la ferita al piede della pianta pareva abbastanza profonda, gli uomini tiravano la corda fissata alla cima, mandavano un grido cadenzato, e l’immenso tronco scricchiolava e cadeva a terra producendo lo stesso sordo rumore e rimbombo di una cannonata lontana.
Ogni giorno il bosco scemava, perdeva gli alberi abbattuti, come un esercito perde i soldati.
Renardet non se ne andava mai via; stava lì dalla mattina alla sera, contemplando immobile, con le mani dietro la schiena, la morte del suo bosco. Ogni albero che cadeva, ci poggiava sopra il piede, come se fosse stato un cadavere. Poi alzava lo sguardo sul successivo, con una specie d’impazienza segreta e tranquilla, quasi che aspettasse o sperasse qualcosa, dopo tutto quel massacro.
Intanto si stavano avvicinando al luogo dov’era stata trovata la piccola Roque. Ci arrivarono una sera, all’ora del crepuscolo
Il cielo era coperto, ed era buio: i boscaioli volevano interrompere il lavoro, rinviando al giorno dopo la caduta d’un enorme faggio, ma il sindaco si oppose, e volle che subito si togliessero i rami e si buttasse giù il colosso alla cui ombra s’era svolto il delitto.
Quando il tagliatore l’ebbe denudato, ed ebbe finito la sua acconciatura di condannato a morte, quando gli spaccalegna ne ebbero distrutto la base, cinque uomini cominciarono a tirar la corda fissata sulla cima.
L’albero resisteva: il suo tronco possente, benché intaccato fino a metà, era rigido come il ferro. Tutti insieme gli operai, con un saltello regolare, tendevano la corda chinandosi fino a terra, e mandando un grido soffocato che rivelava e regolava il loro sforzo.
Due spaccalegna, ritti accanto al gigante, con l’ascia in pugno, parevano due carnefici pronti a colpir di nuovo, e Renardet, immobile, con la mano sulla corteccia, aspettava la caduta con una commozione inquieta e nervosa.
Uno degli uomini gli disse:
- State troppo vicino, signor sindaco; vi potrebbe far male, quando casca...
Il sindaco non rispose né si mosse; pareva anzi che volesse abbrancare lui stesso il faggio per stenderlo giù, come un lottatore.
Ad un tratto, al piede dell’alta colonna di legno, ci fu una sorta di lacerazione che corse fino alla cima, simile a un brivido doloroso; la pianta s’inchinò un poco, come per cadere, eppure resistendo ancora. Eccitati, gli uomini s’irrigidirono, si sforzarono maggiormente, e, mentre l’albero spezzato crollava, Renardet improvvisamente fece un passo avanti e si fermò, con le spalle sollevate, per ricevere l’irresistibile e mortale urto che l’avrebbe schiacciato al suolo.
Ma il faggio, avendo deviato un poco, gli sfiorò le reni, e lo mandò a cadere cinque metri più avanti, con la faccia a terra.
Gli operai si slanciarono per rialzarlo, ma lui già s’era tirato su in ginocchio, stordito, cogli occhi sbarrati, e si passava la mano sulla fronte, come se si svegliasse da un attacco di pazzia.
Quando fu in piedi, gli uomini, sorpresi, lo interrogarono, non riuscendo a capire quel che aveva fatto. Ed egli rispose, balbettando, che aveva avuto un attimo di smarrimento, e aveva creduto di poter riuscire a passare sotto l’albero, proprio come i monelli passano correndo davanti alle carrozze che vanno di trotto, che aveva sfidato il pericolo, che da otto giorni gli cresceva la voglia di farlo e si chiedeva, tutte le volte che un albero scricchiolava e stava per cadere, se avrebbe potuto passarci sotto senza farsi toccare. Riconosceva che era una sciocchezza, ma tutti hanno simili momenti d’insania e simili tentazioni d’una stupidità puerile.
Parlava con lentezza, cercando le parole, con voce sorda; e poi se se andò dicendo:
- Arrivederci a domani, amici...
In camera sua, si sedette davanti alla tavola rischiarata vivamente dalla lampada coperta da un paralume; si prese la fronte tra le mani e cominciò a piangere.
Pianse per molto tempo, poi s’asciugò gli occhi, rialzò il capo e guardò la pendola. Non erano ancora le sei. Pensò: «C’è tempo, prima di cena», e andò a chiudere la porta a chiave. Poi si rimise a sedere davanti alla tavola, tolse dal cassetto di mezzo una pistola, la posò sulle carte, in piena luce: l’acciaio dell’arma riluceva, mandava bagliori come di fiamma.
Renardet stette a contemplarla per un po’ con lo sguardo stravolto d’una persona ubriaca: poi s’alzò e si mise a camminare.
Andava in su e in giù, ogni tanto si fermava e subito riprendeva a camminare; aprì la porta del camerino, inzuppò un asciugamano nella brocca dell’acqua e si bagnò la fronte, come aveva fatto la mattina del delitto. Poi si rimise a camminare. Tutte le volte che passava davanti alla tavola il suo sguardo era attirato dall’arma lucente, la sua mano era sollecitata; ma poi guardava la pendola e pensava: «C’è tempo».
Suonarono le sei e mezzo. Allora prese la pistola, spalancò la bocca con una smorfia orrenda, ci infilò dentro la canna, come se avesse voluto ingoiarla. Rimase per qualche istante così, fermo, col dito sul grilletto, poi, scosso da un brivido d’orrore, sputò l’arma sul tappeto.
Ricadde nella poltrona, singhiozzando: - Non posso! Non ho il coraggio. Oh Dio, Dio! Come posso fare per avere il coraggio d’ammazzarmi?
Sentì bussare alla porta; si rizzò, sgomento. Un servo diceva:
- La cena è pronta...
Rispose:
- Va bene, scendo.
Raccolse la pistola, la richiuse nuovamente nel cassetto, poi si guardò nello specchio del caminetto per vedere se il suo viso non apparisse troppo convulso. Era rosso come sempre, forse un po’ troppo. Null’altro. Scese, e si mise a tavola.
Mangiò con lentezza, tirando per le lunghe, come se non volesse ritrovarsi solo con se stesso. Poi fumò una pipata dopo l’altra, mentre sparecchiavano la tavola. Infine, salì in camera sua.
Appena ebbe chiuso col chiavistello, guardò sotto il letto, aprì tutti gli armadi, esplorò tutti i cantucci, frugò in tutti i mobili. Dopo accese le candele del caminetto e si voltò indietro diverse volte, percorrendo la stanza con lo sguardo, con un terrore angosciato che gli deformava il volto, poiché ben sapeva che stava per vederla, come tutte le notti, stava per vedere la piccola Roque, la ragazza che aveva violentato e poi strozzato.
Tutte le notti l’orrenda visione ricominciava. Dapprima si sentiva nelle orecchie una specie di brontolio, come il rumore d’una battitrice o il passaggio lontano d’un treno su un ponte. Allora gli veniva l’affanno, si sentiva soffocare e doveva sbottonarsi il colletto, slacciarsi la cintola. Camminava, per far circolare il sangue, cercava di leggere, si sforzava di cantare: ma era tutto inutile; suo malgrado il pensiero gli tornava al giorno del delitto, glielo faceva ripetere in tutti i più segreti particolari, con tutte le più forti sensazioni, dal primo all’ultimo minuto.
La mattina di quell’orrenda giornata, alzandosi, aveva provato un certo stordimento, un mal di capo che attribuì al caldo, sicché rimase in camera fino all’ora del desinare. Dopo mangiato, aveva fatto la siesta; poi era uscito, alla fine del pomeriggio, per respirare un po’ d’aria fresca e ristoratrice sotto gli alberi del bosco.
Ma, appena fuori, l’aria pesante e ardente della campagna aumentò il suo senso d’oppressione. Il sole, ancora alto in cielo, riversava torrenti di luce ardente sulla terra calcinata, arida e sitibonda. Nemmeno un soffio di vento muoveva le foglie. Tutti gli animali, gli uccelli e perfino le cavallette, stavano zitti. Renardet arrivò sotto i grandi alberi e cominciò a camminare sul muschio, dove la Brindille evaporava un po’ di frescura, sotto l’immenso tetto dei rami. Ma si sentiva male lo stesso: gli pareva che una mano sconosciuta ed invisibile gli stringesse il collo; e non pensava quasi più, dato anche che normalmente aveva poche idee per la testa. Soltanto una vaga idea lo tormentava da tre mesi, l’idea di risposarsi. Non riusciva a viver solo: ne soffriva fisicamente e moralmente. Abituato da dieci anni a sentirsi una donna accanto, abituato alla sua presenza continua, al suo quotidiano abbraccio, aveva un bisogno forte e confuso di quel contatto incessante, di quell’amore regolare. Dopo la morte della moglie egli soffriva, soffriva, senza capir bene perché, di non sentire più le gonne di lei sfiorargli le gambe, ogni giorno, di non potersi più calmare e indebolire tra le sue braccia, soprattutto. Era vedovo appena da sei mesi, e già cercava nelle vicinanze una ragazza o una vedova da sposare appena fosse finito il lutto.
Aveva un’anima casta, ma un possente corpo da Ercole: immagini sensuali avevano cominciato a turbargli il sonno e la veglia. Le scacciava, e quelle tornavano. In certi momenti, sorridendo di se stesso, mormorava: «Sono come Sant’Antonio...».
Quella mattina gli eran venute parecchie di quelle visioni opprimenti; ebbe voglia di andare a fare un bagno nella Brindille per rinfrescarsi e placare l’ardore del sangue.
Conosceva un posticino, un po’ nell’interno, dove c’era un’ansa larga e profonda in cui la gente del paese si bagnava, talvolta, d’estate. Ci andò.
Folti salici nascondevano quel limpido bacino dove la corrente si riposava, faceva un sonnellino prima di riprendere il cammino. Nell’avvicinarsi gli parve di sentire un rumore leggero, uno sciacquio che non era quello del ruscello sulle sponde. Scostò pian piano le foglie e guardò. Una giovinetta, nuda e bianca attraverso l’onda trasparente, batteva l’acqua con le mani, faceva delle mosse di danza, girava su se stessa con gesti gentili. Non era più una bambina e non era ancora donna; era grassa e formata, eppure sembrava ancora una monella, cresciuta in fretta, quasi matura.
Immobile trattenne il respiro, attonito, angosciato, preso da un turbamento strano e forte. Gli era venuto il batticuore, come se uno dei suoi sogni sensuali si fosse avverato, come se una fata impura gli avesse fatto apparire davanti quell’essere conturbante e troppo giovane, piccola Venere rusticana nata dai ribollimenti del ruscelletto come l’altra, quella grande, era nata dalle onde del mare.
Ecco che la fanciulla uscì dall’acqua, senza vederlo, venne verso di lui per cercare gli abiti e rivestirsi. A mano a mano che s’avvicinava, a passettini esitanti per timore dei sassi puntuti, egli si sentiva sospinto verso di lei da una irresistibile forza, da uno slancio bestiale che gl’increspava la carne, gli ottenebrava l’anima e lo faceva tremare da capo a piedi.
La sentì ferma, per qualche istante, dietro il salice che lo nascondeva. Perse completamente la testa, scostò i rami, si precipitò su lei, la prese tra le braccia. Ella cadde, troppo sgomenta per resistere, troppo atterrita per chiamare: la possedette senza nemmeno capire quel che facesse.
Si svegliò dal delitto come da un incubo. La fanciulla cominciava a piangere.
- Stai zitta, - le disse. - Stai zitta. Ti darò tanti soldi.
Lei non lo ascoltava e seguitava a singhiozzare.
- Vuoi stare zitta, vuoi stare zitta, vuoi stare zitta?... - seguitò lui.
La fanciulla urlò e si contorse per fuggire.
Improvvisamente lui capì di essere perduto; la prese per il collo perché non le uscissero più dalla bocca quei gridi strazianti e terribili. Mentre la bambina seguitava a dibattersi con la forza esasperata di chi vuole sfuggire alla morte, egli strinse la sua mano di colosso su quella piccola gola gonfia di urla e la sua stretta era così furente che in pochi istanti la strozzò, benché non intendesse ammazzarla ma soltanto farla tacere.
Poi si rizzò, pietrificato dall’orrore.
Lei gli giaceva davanti, sanguinante, col viso nero. Stava per scappare quando nella sua anima sconvolta sorse il misterioso e confuso istinto che guida gli esseri in pericolo.
Poco mancò che non buttasse il corpo nell’acqua; ma un altro impulso lo sospinse verso i vestiti, che radunò in un pacchettino. Con un pezzo di spago che aveva in tasca li legò e li nascose in un profondo buco del ruscello, sotto un tronco d’albero che si bagnava nella Brindille.
Poi se ne andò alla svelta, arrivò alla campagna, fece un grandissimo giro per farsi vedere da certi contadini che stavano dall’altra parte del paese e rientrò per la cena alla solita ora, raccontando ai domestici tutta la passeggiata che aveva fatto.
Eppure quella notte dormì di un pesante sonno animalesco, come talvolta devono dormire i condannati a morte. Aprì gli occhi soltanto alle prime luci dell’alba e si mise ad aspettare la normale ora del suo risveglio, torturato dalla paura che il crimine fosse scoperto.
Poi dovette assistere a tutte le constatazioni. Agì come un sonnambulo, in una sorta d’allucinazione che gli mostrava uomini, persone e cose attraverso una sorta di sogno, in una nube di ebbrezza, con quel sospetto d’irrealtà che sconvolge le menti durante le grandi catastrofi.
Soltanto il grido straziante della Roque gli traversava l’anima. Per poco non si buttò ai piedi della donna gridando: «Sono stato io...». Ma riuscì a trattenersi. Durante la notte andò a ripescare gli zoccoli della morta e li portò sulla soglia della madre.
Finché durò l’inchiesta ed egli dovette guidare e ingannare la giustizia, restò calmo, padrone di sé, furbo e sorridente. Discuteva tranquillamente coi magistrati tutte le loro supposizioni, combatteva le loro opinioni, demoliva i loro ragionamenti. Godeva, anche, in un modo aspro e doloroso, a sconvolgere le loro ricerche, a imbrogliare le loro idee, a far risultare innocenti coloro ch’essi sospettavano.
Ma, da quando le ricerche furono abbandonate, egli a poco a poco s’innervosì, diventò più eccitabile di prima, ancorché riuscisse a dominare gl’impeti di collera. Un rumore improvviso lo faceva sobbalzare impaurito; fremeva per un nonnulla, a volte trasaliva se una mosca gli si posava sulla fronte. Lo prese allora un imperioso bisogno di movimento, che lo costrinse a fare passeggiate straordinarie, a star ritto per notti intere camminando su e giù nella camera.
Non era mica tormentato dai rimorsi. La sua natura brutale non era fatta per percepire sfumature di sentimento o timori morali. Uomo energico e violento, nato per guerreggiare, per saccheggiare i paesi conquistati e massacrare i vinti, con selvaggi istinti di cacciatore e lottatore, per lui la vita umana non contava nulla. Rispettava la Chiesa, per politica, ma non credeva né a Dio né al diavolo e quindi non s’aspettava da nessun’altra vita castighi o ricompense per le azioni commesse in questa. Ciò in cui egli credeva era una confusa filosofia formata delle idee di tutti gli Enciclopedisti del secolo passato: considerava la religione come una sanzione morale della legge; e credeva che l’una e l’altra fossero state inventate dagli uomini per regolare i rapporti sociali.
Uccidere qualcuno in duello, o in guerra, o in un litigio, o per disgrazia, o per vendetta, o anche per malvagità, gli sarebbe parsa un’azione divertente e spavalda, che non avrebbe lasciato nella sua mente una traccia maggiore della fucilata tirata su una lepre; ma era restato profondamente turbato dall’assassinio della fanciulla. Lo aveva commesso nell’accecamento d’una irresistibile ebbrezza, in una tempesta di sensualità che aveva travolto la sua ragione. E gli era restato nel cuore e nella carne e sulle labbra, perfino nelle sue dita di assassino, una specie di amore bestiale, misto a un orrore impaurito, per la fanciullina che aveva sorpreso e vigliaccamente ucciso. Il suo pensiero tornava di continuo a quell’orribile scena; benché si sforzasse di scacciarne l’immagine, di metterla da parte con orrore, se la sentiva girare nella mente, intorno alla persona, in attesa di riapparire.
Cominciò ad aver paura della sera, dell’ombra che gli calava attorno. Non sapeva ancora perché le tenebre lo spaventassero, ma le temeva istintivamente: le sentiva colme di terrori. Il giorno non è fatto per la paura: si vedono esseri e cose, e s’incontrano soltanto gli esseri e le cose che si mostrano alla luce. Ma la notte, la notte buia più spessa d’una muraglia, vuota ed infinita, così nera e grande, nella quale si possono sfiorare cose tanto spaventevoli, la notte in cui si sente girare il misterioso terrore, gli sembrava che nascondesse un pericolo ignoto, vicino e minaccioso. Quale?
Lo seppe presto. Una sera, molto tardi, mentre stava nella sua poltrona, perché non poteva dormire, gli parve di veder muovere la tendina della finestra. Attese, inquieto, mentre il cuore gli batteva forte: la stoffa non si muoveva più; poi, d’un tratto, si mosse di nuovo o almeno gli parve che si muovesse. Non ebbe il coraggio d’alzarsi, non respirava nemmeno; eppure era coraggioso: spesso s’era battuto, e gli sarebbe piaciuto scoprire dei ladri in casa.
Si muoveva davvero quella tendina? Seguitava a chiederselo, nel timore che gli occhi l’avessero ingannato. Che cos’era, d’altronde, un leggero brivido della tenda, quel tremolio delle pieghe, quell’ondeggiamento che provoca il vento? Renardet stava con gli occhi sbarrati, il collo teso; finché d’un tratto si levò, vergognandosi della sua paura, fece due passi, prese la stoffa a piene mani e la scostò. Dapprincipio vide soltanto i vetri neri, neri come lucenti lastre d’inchiostro. La gran notte impenetrabile si stendeva dietro ad essi fino all’orizzonte invisibile. Lui stava ritto, di fronte a quell’ombra illimitata, e d’un tratto scorse una luce che si muoveva e pareva lontana: accostò il viso al vetro pensando che fosse un pescatore di frodo in cerca di granchi nella Brindille, perché era mezzanotte passata e la luce strisciava sul bordo dell’acqua, sotto il bosco. Non riuscendo ancora a distinguere nulla, Renardet si protesse gli occhi con le mani, e d’un tratto il barlume divenne chiarore e vide la piccola Roque nuda e sanguinante sul muschio.
Pieno di raccapriccio indietreggiò, urtò contro la poltrona e cadde all’indietro. Restò qualche istante così, angosciato, poi si mise a sedere e cominciò a pensare. Aveva avuto un’allucinazione, provocata da quel ladro notturno che camminava sulla riva con la lanterna. E poi non c’era nulla di strano che il ricordo del delitto provocasse la visione della morta.
Si rialzò, bevve un bicchier d’acqua, e si rimise a sedere: «Che faccio, se ricomincia?» pensava. E sentiva, era certo che sarebbe ricominciato. Già la finestra stimolava il suo sguardo, lo attirava. Per non vederla più rivoltò la poltrona, prese un libro e cercò di leggere. Ma presto credette, gli parve di sentire qualcosa muoversi, dietro a lui, e fece piroettare la poltrona su una zampa. La tendina si muoveva ancora; sì, s’era mossa davvero questa volta, non c’eran dubbi; si slanciò e la prese con tanta violenza, che la tirò giù, con tutto il palchetto: poi incollò avidamente il viso sul vetro. Di fuori era tutto nero: respirò con la stessa gioia dell’uomo al quale sia stata salvata la vita.
Si rimise a sedere; ma quasi subito lo riprese il desiderio di guardare un’altra volta dalla finestra. Da quando era caduta la tenda essa era diventata come una nera apertura, attraente e temibile, sulla campagna buia. Per non cedere alla pericolosa tentazione si spogliò, spense i lumi, si mise a letto e chiuse gli occhi.
Immobile, supino, con la pelle calda e madida, aspettava il sonno. All’improvviso fu abbagliato da una gran luce, aperse gli occhi, credendo che bruciasse la casa. Era tutto nero. Si sollevò, poggiandosi sul gomito, per cercare di distinguere la finestra che seguitava ad attirarlo invincibilmente. A forza di frugare con lo sguardo vide qualche stella; si alzò, traversò la camera a tastoni, con le mani stese, trovò i vetri, vi poggiò la fronte. Sotto gli alberi il corpo della fanciulla brillava come fosforo, illuminando l’erba intorno!
Renardet mandò un grido e corse verso il letto, dove rimase fino alla mattina, con la testa nascosta sotto il guanciale.
Da quel momento la sua vita diventò insopportabile. Le giornate passavano nel terrore delle notti; ed ogni notte la visione ricominciava. Appena s’era chiuso in camera tentava di lottare, ma invano; una forza irresistibile lo sollevava, lo portava fino al vetro, come a chiamare il fantasma: la vedeva subito, sdraiata sul luogo del delitto, con le braccia e le gambe spalancate, come l’avevano trovata. Poi la morta si alzava, camminava a passettini, come aveva fatto la fanciulla uscendo dall’acqua. Veniva pian piano, attraversando in linea retta il prato, passando sull’aiola di fiori secchi, e si alzava nell’aria, verso la finestra di Renardet. Gli andava incontro come aveva fatto il giorno del delitto: incontro al suo assassino. L’uomo indietreggiava davanti all’apparizione, indietreggiava fino al letto, vi si lasciava cadere, ben sapendo che la piccola era entrata, ed ora stava dietro la tenda, che si sarebbe subito mossa. Fino all’alba guardava fissamente la tenda, aspettandosi ad ogni istante di vederne uscire la sua vittima. Ma costei non usciva: restava sotto la stoffa agitata ogni tanto da un fremito. Renardet stringeva le dita aggranchite sulle lenzuola, come aveva stretto la gola della piccola Roque. Udiva battere le ore; sentiva, nel silenzio, il ticchettio della pendola e i palpiti profondi del suo cuore. E soffriva, quel miserabile, più di quanto abbia mai sofferto alcun altro uomo.
Appena sul soffitto si vedeva una striscia bianca che annunciava il giorno, si sentiva libero, finalmente solo, solo nella camera: si rimetteva a letto. Dormiva alcune ore, d’un sonno inquieto e febbrile, durante il quale gli accadeva di sognare le sue spaventose visioni.
Più tardi, quando scendeva per il desinare, era sfinito, come dopo straordinarie fatiche; appena mangiava, perseguitato dal timore di colei che avrebbe rivisto la notte seguente.
Sapeva bene che non poteva essere un’apparizione, che i morti non tornano, che la sua anima malata ed ossessa da quell’unico pensiero, da quell’indimenticabile ricordo, era la sola causa del suo supplizio, la sola evocatrice della morta; essa la chiamava, la resuscitava, gliela metteva davanti agli occhi, gliela stampava indelebilmente nello sguardo.
Ma sapeva anche che non sarebbe guarito, che mai sarebbe sfuggito alla persecuzione selvaggia della sua memoria; e piuttosto di sopportare ancora quei tormenti, decise di morire.
Cercò il modo d’ammazzarsi. Voleva qualcosa di semplice e naturale, che non facesse credere a un suicidio. Ci teneva alla sua reputazione, al nome che gli era stato lasciato dai suoi avi: se avessero sospettato la causa della sua morte, senza dubbio avrebbero pensato al delitto impunito, all’assassino introvabile, e prima o poi l’avrebbero accusato.
Gli era venuta una strana idea, di farsi schiacciare dall’albero sotto cui aveva ucciso la piccola Roque. Decise di far buttare giù il bosco e di fingere un incidente. Ma il faggio si rifiutò di spezzargli le reni.
Tornato a casa, fuor di sé dalla disperazione, aveva preso la pistola, ma non aveva avuto il coraggio di sparare.
Era venuta l’ora di cena; aveva mangiato, poi era tornato su, senza sapere quel che avrebbe fatto. Si sentiva vigliacco, ora che era sfuggito una volta alla morte! Poc’anzi era pronto forte, deciso, arbitro del suo coraggio, della sua decisione, ora era debole, aveva paura della morte quanta ne aveva della morta.
«Non ce la farò più, non ce la farò più», balbettava; e guardava terrorizzato ora l’arma sulla tavola, ora la tenda che copriva la finestra. Gli pareva perfino che sarebbe accaduto qualcosa di tremendo, appena la sua vita fosse finita. Qualcosa? Che cosa? Forse si sarebbero incontrati? Lei lo spiava, l’aspettava, lo chiamava e si faceva vedere tutte le sere, perché voleva prenderlo, a sua volta, voleva attirarlo nella vendetta e convincerlo a morire.
Cominciò a piangere come un bimbo, ripetendo: - Non ce la farò più, non ce la farò più.
Cadde ginocchioni, balbettando: - Mio Dio, mio Dio...
Eppure non credeva in Dio.
Non aveva davvero il coraggio di guardare la finestra dove sapeva che stava rannicchiata l’apparizione, né la tavola dove brillava la pistola.
Appena si fu alzato, disse a voce alta: - Non può durare bisogna finirla.
Il suono della sua voce nella camera silenziosa gli suscitò un brivido di paura che gli traversò le membra, ma siccome non riusciva a decidersi, siccome ben sapeva che il suo dito avrebbe rifiutato di premere il grilletto, tornò a nascondere il capo sotto le coperte, e si mise a pensare.
Doveva trovar qualcosa che lo costringesse a morire, inventare un trucco contro se stesso che non gli permettesse esitazioni, ritardi o rimpianti. Invidiava i condannati che vengono condotti al patibolo in mezzo ai soldati. Oh! se potesse pregare qualcuno di sparargli addosso; se potesse, dichiarando lo stato in cui si trovava, aprire la sua anima, confessare il suo delitto ad un amico fidato che non lo dicesse mai, e ottenere che costui lo uccidesse!... Ma a chi poteva chiedere un così tremendo favore? A chi? Pensò alle varie persone che conosceva. Il dottore? No, avrebbe raccontato tutto, dopo...
D’improvviso uno strano pensiero gli attraversò la mente. Avrebbe scritto al giudice istruttore, che conosceva intimamente, per denunciarsi da sé. Nella lettera gli avrebbe detto tutto: del delitto, delle torture che pativa, della decisione di morire, delle sue esitazioni, del mezzo che aveva escogitato per sforzare il suo vacillante coraggio. Lo avrebbe supplicato in nome della loro vecchia amicizia di distruggere la lettera non appena avesse saputo che il colpevole s’era condannato da sé. Renardet sapeva che poteva fidarsi di quel magistrato, lo conosceva come persona sicura, discreta, incapace perfino di dire una frase leggera. Era uno di quegli uomini dotati d’una coscienza inflessibile, governata, diretta e regolata dalla sola ragione.
Appena ebbe concepito quel progetto, una strana gioia gli invase l’anima. Si sentiva tranquillo. Avrebbe scritto la lettera, e, con calma, la mattina l’avrebbe messa nella cassetta che stava sul muro della masseria, sarebbe salito sulla torre per vedere quando arrivava il procaccia, e appena l’uomo col camiciotto turchino se ne fosse andato, si sarebbe buttato a capo in giù sulle rocce ov’erano poste le fondamenta. Avrebbe fatto in modo che lo vedessero gli operai che stavano abbattendo il bosco. Si sarebbe potuto arrampicare sull’alto scalino che reggeva l’asta della bandiera che veniva alzata nei giorni di festa. Avrebbe stroncato l’asta e si sarebbe precipitato insieme ad essa. Tutti avrebbero creduto in un incidente, e lui sarebbe morto sul colpo, dati il suo peso e l’altezza della torre.
Subito uscì dal letto, andò alla tavola e cominciò a scrivere; non dimenticò nulla, né un particolare del delitto, né un particolare della sua vita tormentata, né un particolare delle torture che lo straziavano; finì annunciando che s’era condannato da sé, che avrebbe giustiziato il criminale, e pregava il suo amico, il suo vecchio amico, di vigilare affinché la sua memoria non fosse mai accusata».
Nel finire la lettera s’accorse che era spuntato il giorno. La chiuse, la sigillò, scrisse l’indirizzo, scese con passo leggero, corse fino alla cassettina bianca fissata sul muro, all’angolo della masseria, e, quando vi ebbe gettato dentro quella carta che gli pesava in mano, tornò su alla svelta, mise il paletto al portone e salì in cima alla torre per aspettare il passaggio del procaccia che si sarebbe portato via la sua sentenza di morte.
Si sentiva calmo, sollevato, salvo!
Un vento freddo ed asciutto, di ghiaccio, gli percoteva la faccia. Lo aspirava con avidità, a bocca aperta, bevendo quella carezza gelida. Il cielo era d’un rosso ardente ed invernale, e la campagna bianca di brina brillava sotto i primi raggi del sole come se fosse stata cosparsa di polvere di vetro. Renardet, dritto, a testa nuda, guardava il paesaggio, la campagna a destra, a sinistra il paese coi camini che già cominciavano a fumare per la colazione.
Ai suoi piedi vedeva scorrere la Brindille, tra le rocce su cui si sarebbe schiacciato fra poco. Si sentiva rinascere, in quella bella alba gelata, pieno di forza e vita. La luce lo inondava, lo circondava, lo riempiva come una speranza. Mille ricordi gli venivano alla mente, ricordi di mattinate simili, di marce svelte sulla terra dura che risuonava sotto il passo, di felici cacce sulla riva degli stagni in cui dormono le anatre selvatiche. Tutte le cose buone che gli piacevano, le cose buone della vita s’affollavano nel suo ricordo, lo stimolavano con nuovi desideri, ridestavano i vigorosi appetiti del suo corpo attivo e possente.
E stava per morire... Perché? Stava per ammazzarsi, a quel modo, perché aveva paura d’un’ombra? Paura di nulla... Era ricco, ed ancora giovane. Che pazzia! Ma gli sarebbe bastata una distrazione, una vacanza, un viaggio, per dimenticare! Quella stessa notte non aveva visto la fanciulla, perché la sua mente era occupata e s’era distratta. Forse non l’avrebbe rivista più! E poi, se lo perseguitava in quella casa, non lo avrebbe seguito altrove! La terra era grande, l’avvenire lungo... Perché morire?
Il suo sguardo vagava sulla campagna, e scorse una macchia turchina nel sentiero che costeggiava la Brindille. Era Médéric che veniva a portare le lettere dalla cittadina ed a portar via quelle del paese.
Renardet sussultò, ebbe una sensazione di dolore fisico, e si slanciò per la scala a chiocciola, per ripigliare la sua lettera, per farsela ridare dal postino. Gli importava poco d’essere visto ora; correva tra l’erba su cui pareva schiumeggiare il lieve ghiaccio della notte, ed arrivò davanti alla cassetta, all’angolo della fattoria, nello stesso istante del procaccia.
Costui aveva aperto lo sportello di legno e stava prendendo le lettere che vi avevano messo gli abitanti del paese.
- Buongiorno, Médéric, - gli disse Renardet.
- Buongiorno, signor sindaco.
- Sentite, Médéric: ho buttato nella buca una lettera di cui ora ho bisogno. Vorrei che me la ridaste.
- Va bene, signor sindaco, ora ve la ridò...
Il postino alzò gli occhi. Restò sbigottito, nel vedere il viso di Renardet: le guance violette, lo sguardo smarrito, gli occhi cerchiati di nero e quasi sprofondati nelle orbite, i capelli spettinati, la barba in disordine, la cravatta sciolta. Si vedeva che non era andato a letto.
- Vi sentite male, signor sindaco? - chiese Médéric.
Nel capire quanto dovesse parere strano il suo contegno l’altro si confuse e balbettò:
- No... no... Sono saltato giù dal letto per venirvi a chiedere questa lettera... Stavo dormendo... capite?
Un vago sospetto passò nella mente del vecchio soldato.
- Quale lettera? - chiese.
- Quella che mi dovete restituire...
Ora Médéric esitava perché l’atteggiamento del sindaco non gli pareva naturale. Forse in quella lettera c’era un segreto, un segreto di politica. Sapeva che Renardet non era repubblicano, e sapeva i trucchi e le frodi che vengon fatti durante le elezioni.
- A chi era indirizzata la lettera? - chiese.
- Al giudice istruttore Putoin; Putoin, il mio amico, lo sapete!
Il procaccia cercò tra le carte e trovò quella reclamata. Si mise a guardarla, girandola e rigirandola tra le dita, molto indeciso e turbato dal timore di commettere un grave sbaglio o di farsi nemico il sindaco.
Nel vedere la sua esitazione Renardet fece un movimento per afferrare la lettera e levargliela. Quel gesto brusco convinse Médéric che si trattava d’un mistero importante, e lo decise a fare il suo dovere a qualunque costo.
Buttò la busta dentro il sacco, lo richiuse, rispondendo:
- Non posso, signor sindaco. Siccome era indirizzata alla giustizia, non posso.
Una tremenda angoscia strinse il cuore di Renardet, che balbettò:
- Ma voi mi conoscete bene. Potete anche riconoscere la mia scrittura. Vi dico che ho bisogno di questa lettera...
- Non posso.
- Via, Médéric, sapete bene che non vi inganno: vi dico che ne ho bisogno.
- No. Non posso.
Un brivido di collera passò nell’anima violenta di Renardet.
- Ma, perdiana, state attento. Sapete che non scherzo, e che posso farvi saltare il posto, caro mio, senza aspettar tanto. E poi sono o non sono il sindaco del paese? Vi ordino di darmi quella lettera.
Il procaccia rispose con fermezza:
- No. Non posso, signor sindaco.
Fuori di sé Renardet lo prese per un braccio, per togliergli il sacco; ma il postino con uno scossone si svincolò e, indietreggiando, levò il suo grosso bastone di agrifoglio. Disse, sempre calmo:
- Non mi toccate, signor sindaco, se no picchio... State attento... Faccio il mio dovere!
Renardet si sentì perduto, e di colpo diventò umile, dolce, implorante come un bambino:
- Andiamo, andiamo, siate buono, ridatemi quella lettera, saprò ricompensarvi; vi darò dei soldi, sì, sì, vi darò cento franchi, avete capito? cento franchi...
Médéric si voltò e cominciò a camminare.
Renardet lo seguì, ansimando, balbettando.
- Médéric, Médéric, statemi a sentire, vi darò mille franchi, avete capito? Mille franchi...
L’altro seguitava a camminare, senza rispondere. Renardet riprese:
- Vi farò ricco... Capite? quel che vorrete... Cinquantamila franchi... Cinquantamila franchi per quella lettera... Va bene? No? Allora centomila, sì? Centomila franchi, avete sentito? centomila franchi... centomila franchi...
Il procaccia si voltò, col viso duro, l’occhio severo:
- Ora basta, oppure ripeterò alla giustizia tutto quel che mi avete detto.
Renardet si fermò. Era finito. Non c’era più speranza. Si voltò e corse verso casa sua, simile a un animale in fuga.
Fu la volta di Médéric di fermarsi, e di contemplare con stupore quella fuga. Vide il sindaco entrare in casa e rimase ad aspettare, come se dovesse accadere qualcosa di straordinario.
Difatti dopo poco l’alta figura di Renardet apparve sulla sommità della torre della Volpe. Correva intorno alla terrazza, come un matto; poi afferrò l’asta della bandiera e la scrollò con furia senza riuscire a spezzarla; infine, come un nuotatore che si tuffa di testa, si lanciò nel vuoto, con le mani stese avanti.

Médéric corse per portargli aiuto. Mentre traversava il parco vide gli spaccalegna che andavano al lavoro. Li chiamò di lontano, informandoli, a grida, della disgrazia: ai piedi del muro c’era un corpo sanguinante col capo sfracellato contro una roccia. La Brindille circondava quella roccia e nelle sue acque, in quel punto ampie, limpide e tranquille, si vedeva colare un sottile rivolo rosa di cervello commisto a sangue.