domenica 30 dicembre 2012

The dead-I morti (Racconto) di James Joyce


Un piccolo capolavoro di Joyce, tratto dai Dubliners (Racconti di Dublino). Se ne riporta il finale.
James Augustine Aloysius Joyce (Dublino2 febbraio 1882 – Zurigo13 gennaio 1941) è stato uno scrittorepoeta e drammaturgo irlandese.

Trama
A Dublino, nel 1904, in una serata del  periodo natalizio,  si svolge la tradizionale festa che tre  signorine della buona borghesia, due anziane sorelle, Kate e Julia Morkan, e la loro nipote Mary Jane, offrono ogni anno per amici e  parenti. Si fa musica, si balla e si partecipa ad un ottimo pranzo, preparato completamente dalle padrone di casa.  Gabriel Conroy, nipote prediletto delle  signorine Morkan, e sua moglie Gretta sono gli ospiti principali e aiutano a  ricevere gli invitati. Soprattutto è insostituibile Gabriel, incaricato dalle zie di svolgere compiti delicati, come sorvegliare Freddy Malins, un caro amico troppo spesso ubriaco, o tagliare al momento opportuno l’oca arrosto e, infine,  pronunciare il discorsetto ufficiale. La conversazione tra gli ospiti è vivace e si  parla molto di musica e di religione.  C’è anche un noto tenore fra gli invitati, Bartell D’Arcy, ma sembra non voglia esibirsi, mentre la vecchia zia Julia, con voce molto flebile, canta una celebre aria in modo patetico. Tutti lodano l’ospitalità squisita delle tre signorine e il successo della festa. Poi viene l’ora di andare via: Gabriel e Gretta sono rimasti fra gli ultimi e, poiché abitano lontano, per quella notte andranno in  albergo. Il marito è già pronto ad uscire e aspetta all’ingresso la moglie, ma la vede fermarsi sulla scala all’improvviso, a poca distanza da lui: in quel momento il tenore D’Arcy, in una stanza al piano di sopra,  ha iniziato a cantare una vecchia e triste canzone irlandese, The Lass of Aughrim, e Gabriel scorge chiaramente che, ascoltandola, Gretta è commossa fino alle lacrime. Successivamente  i due coniugi raggiungono in carrozza l’albergo, mentre nevica abbondantemente. 

I morti - Finale
Quando la carrozza si fermò davanti all'albergo, Gabriel saltò giù e, nonostante le proteste di Bartell D'Arcy, pagò il vetturino, lasciandogli uno scellino di mancia. Quello salutò e disse:
"Felice anno, signore!"
"Altrettanto a voi," ricambiò Gabriel cordialmente.
Lei gli si appoggiò un momento al braccio per scendere dalla vettura e anche mentre, ferma sul marciapiede, augurava la buona notte agli altri. Gli si appoggiava leggermente al braccio, come poche ore prima, quando aveva ballato con lui. In quel momento egli si era sentito orgoglioso e felice, felice che fosse sua, orgoglioso della sua grazia e della sua femminilità. Ma adesso, con tutti i ricordi che si erano riaccesi in lui, il primo contatto col suo corpo armonioso, strano e profumato, gli faceva provare un forte stimolo di lussuria. Protetto dal silenzio di lei, le prese una mano stringendosela forte contro il fianco e, quando si trovarono di fronte alla porta dell'albergo, sentì che erano fuggiti dalla vita e dai doveri quotidiani, fuggiti da casa e dagli amici per correre insieme, con i cuori spensierati e raggianti, verso una nuova avventura.
Un vecchio era appisolato su un'enorme poltrona nell'atrio. Accese una candela in dispensa e fece loro strada su per le scale. Lo seguivano in silenzio, il rumore dei passi attutito dai folti tappeti. Lei saliva dietro al portiere, con la testa china, le esili spalle curve come sotto un peso, e la gonna stretta intorno alle gambe. Avrebbe potuto cingerle i fianchi con le braccia e stringerla ancora, perché le sue braccia tremavano di desiderio e soltanto conficcandosi le unghie nel palmo delle mani riusciva a controllare l'impeto selvaggio del suo corpo. Il portiere si fermò sulle scale per sistemare meglio la candela che smoccolava e anche loro si fermarono sui gradini dietro a lui. Nel silenzio Gabriel poteva sentire le gocce di cera cadere sul piattello e i battiti del cuore nel petto.
Il portiere li guidò lungo un corridoio e aprì una porta. Poi appoggiò la candela traballante sulla toletta e chiese a che ora desiderassero essere svegliati.
"Alle otto," rispose Gabriel."
Il portiere indicò l'interruttore della luce elettrica e cominciò a scusarsi balbettando qualcosa, ma Gabriel tagliò corto:
"Non ci serve nessuna luce. Ne arriva abbastanza dalla strada. Anzi," aggiunse puntando il dito sulla candela, "portatevi via quel bell'arnese, su, da bravo."
Il portiere si riprese la candela, con gesto lento, perché era rimasto stupito da un'idea tanto strampalata. Poi augurò borbottando la buona notte e se ne andò. Gabriel fece scattare la serratura dall'interno.
La luce spettrale di un lampione dalla finestra si allungava in una striscia fino alla porta. Gabriel gettò soprabito e cappello su un divano e attraversò la stanza dirigendosi verso la finestra. Guardava in strada per riprendersi un po' dall'emozione. Poi si girò e si appoggiò al cassettone, volgendo le spalle alla luce. Anche lei si era tolta cappello e mantello e, in piedi davanti a una grande specchiera, stava slacciandosi il corpetto. Gabriel rimase zitto per alcuni istanti, osservandola, poi le disse:
"Gretta!"
Lentamente lei si allontanò dallo specchio e si diresse verso di lui lungo la fascia di luce. Aveva un'aria così seria e affaticata che Gabriel non riuscì a dire parola. No, non era ancora il momento.
"Hai l'aria stanca," le disse.
"Un po' lo sono," rispose lei.
"Ma non ti senti mica male, vero?"
"No, È solo stanchezza; nient'altro."
Si avvicinò alla finestra e rimase là a guardare fuori. Gabriel aspettò ancora e poi, temendo che la timidezza lo sopraffacesse, disse improvvisamente:
"A proposito, Gretta..."
"Che cosa?"
"Lo conosci quel poveraccio di Malins," disse in fretta.
"Be', che c'è?"
"Poveraccio, è un buon diavolo in fondo," continuò Gabriel con una nota falsa nella voce. "Mi ha restituito quella sterlina che gli avevo prestato e, a dire la verità, non me l'aspettavo. E' un vero peccato che non sappia stare alla larga da quel Browne, perché non è davvero cattivo."
Ora stava tremando per la tensione. Perchè lei aveva quell'aria così distratta? Non sapeva come cominciare. Forse anche lei era tormentata da qualcosa? Se solo si fosse rivolta a lui e gli fosse venuta vicino spontaneamente. Prenderla così sarebbe stato brutale. No, doveva prima vedere un po' di ardore nei suoi occhi. Voleva averla vinta su quel suo strano umore.
"Quando gli hai prestato quella sterlina?" gli chiese lei, dopo una pausa.
Gabriel fece uno sforzo su se stesso per trattenersi dall'esplodere in una serie di parolacce contro quell'ubriacone di Malins e la sua sterlina. Sentiva il bisogno di gridarle qualcosa dal profondo dell'anima, di stringere al suo il corpo di lei, di dominarla. Invece disse:
"Oh, a Natale, quando aprì quel negozietto di cartoleria in Henry Street."
Si sentiva la febbre addosso, una febbre di rabbia e di desiderio, tanto che non la sentì avvicinarsi alla finestra. Se ne stette dritta per un attimo davanti a lui, guardandolo stranamente. Poi, d'improvviso, alzandosi sulla punta dei piedi e, appoggiandogli delicatamente le mani sulle spalle, lo baciò.
"Sei molto generoso, Gabriel," gli disse.
Gabriel, tremante di gioia, per il suo improvviso bacio e per la stranezza della frase, le posò le mani sui capelli e comincio ad accarezzarli all'indietro, toccandoli appena con le dita. L'averli lavati da poco li aveva resi morbidi e lucenti. Il cuore gli traboccava di felicità. Proprio nel momento in cui più lo desiderava, lei era venuta da lui spontaneamente. Forse i loro pensieri avevano seguito lo stesso corso, forse lei aveva sentito il suo impetuoso desiderio, e poi si era fatta arrendevole. Adesso che era venuta da lui con tanta facilità, si chiedeva perché si fosse sentito cosi sfiduciato. Rimase immobile tenendole la testa tra le mani. Poi, passandole rapido un braccio intorno alla vita, l'attirò a sé e le disse con tenerezza:
"Gretta, cara, a che cosa pensi?"
Non gli rispose, né si abbandonò completamente all'abbraccio. Le ripeté ancora dolcemente:
"Dimmi che c'è, Gretta. Credo di indovinare di che cosa si tratta, no?"
Non gli rispose subito. Poi, scoppiando in lacrime, disse: "Sto pensando a quella canzone: La ragazza di Aughrim."
Si sciolse dalla stretta, corse verso il letto e, gettando le braccia sulla spalliera, nascose il viso. Gabriel, per lo stupore, rimase come impietrito per un istante e poi la seguì. Passando davanti alla specchiera, vi sorprese la propria immagine riflessa per intero, il davanti della sua ampia camicia ben steso sopra il petto, il viso, la cui espressione lo metteva sempre in imbarazzo quando si guardava allo specchio, e il luccichio degli occhiali dalla montatura dorata. Si fermò a pochi passi da lei e le disse:
"E che cosa c'è in quella canzone? Perché ti fa piangere?"
Sollevò la testa dalle braccia e si asciugò gli occhi col dorso della mano come una bambina. La voce di Gabriel prese un tono più gentile di quanto effettivamente fosse nelle sue intenzioni, mentre le chiedeva: "Perché, Gretta?"
"Mi ricorda una persona che la cantava tanto tempo fa."
"E chi era quella persona?" chiese Gabriel sorridendo.
"Una persona che avevo conosciuto dalla nonna quando stavo a Galway," rispose.
Il sorriso sparì dal viso di Gabriel. Una sorda collera cominciò ad accumularsi di nuovo in fondo alla sua mente e un sordo ardore di lussuria riprese a bruciargli rabbioso nelle vene.
"Qualcuno di cui eri innamorata, naturalmente?" chiese ironico.
"Era un giovinetto quando lo conobbi," rispose lei, "si chiamava Michael Furey. Cantava spesso quella canzone: La ragazza di Aughrim. Era molto delicato."
Gabriel taceva. Non voleva che lei pensasse che il ragazzo delicato lo interessasse.
"Mi sembra ancora di vederlo," riprese Gretta dopo un momento. "Con quegli occhi grandi, scuri! E che espressione avevano, che espressione!"
"Ne sei proprio innamorata, eh?" disse Gabriel.
"Facevamo spesso delle passeggiate insieme," precisò lei, "quando ero a Galway."
Un pensiero attraversò la mente di Gabriel.
"Forse è per questo che volevi andare a Galway con quella Ivors?" chiese freddamente.
Lo guardò con stupore. "E perchè?"
I suoi occhi gli diedero un senso di disagio. Si strinse nelle spalle.
"Che ne so io? Forse per vederlo."
Distolse gli occhi da lui e in silenzio li rivolse verso la finestra, lungo la striscia luminosa.
"E' morto," disse dopo un bel po'. "E' morto a soli diciassette anni. Non è terribile morire così giovani?"
"Che cosa faceva?" chiese Gabriel, ancora ironicamente.
"Era impiegato presso l'azienda del gas," rispose lei.
Gabriel si sentì umiliato della cattiva riuscita della sua ironia e per aver evocato lo spirito di quel ragazzo morto, un ragazzo impiegato presso l'azienda del gas. Mentre lui era tutto preso dal ricordo della loro vita intima, pieno di tenerezza, di gioia e di desiderio, lei, nella sua mente, lo aveva paragonato a un altro. La coscienza di ciò che lui era in realtà lo assalì e ne sentì vergogna. Si vide come un individuo ridicolo che faceva da galoppino alle zie, un nervoso, ben intenzionato, sentimentale, che faceva discorsi alla plebaglia e che idealizzava i propri bassi istinti, quell'essere fatuo e miserevole, che aveva intravisto nello specchio. Istintivamente girò ancora di più le spalle alla luce per paura che lei potesse accorgersi della vergogna che gli bruciava la fronte. Si sforzò di sostenere il suo tono di fredda interrogazione, ma la sua voce, quando parlò, era umile e indifferente.
"Penso che ne fossi innamorata di questo Michael Furey, Gretta," disse.
"Stavamo molto insieme, allora," osservò lei.
La sua voce era velata e triste. Gabriel, sentendo quanto inutile sarebbe stato ormai cercare di portarla dove si era riproposto, le accarezzò la mano e disse, anche lui con tristezza:
"E di che cosa è morto così giovane, Gretta? Tubercolosi?"
"Credo sia morto per me," rispose Gretta.
Un vago terrore prese Gabriel a questa risposta, come se, in quell'ora nella quale aveva sperato di trionfare, un impalpabile e vendicativo essere gli si scagliasse contro, raccogliendo forze sconosciute contro di lui nel suo mondo non ben definito. Ma con uno sforzo se ne liberò e continuò ad accarezzarle la mano. Non le chiese altro, perché sentiva che lei stessa gli avrebbe detto tutto. La sua mano era calda e umida; non rispondeva al suo tocco, pure continuò ad accarezzarla, proprio come aveva accarezzato la prima lettera di lei quella mattina di primavera.
"Era inverno," disse, "anzi il principio dell'inverno, e stavo per lasciare la casa della nonna per venire qui in collegio. Lui si era ammalato in quei giorni, lì a Galway, e non poteva uscire, tanto che a Oughterard i suoi genitori erano stati avvertiti. Era alla fine, dicevano, o qualcosa del genere. Non l'ho mai saputo con precisione."
S'interruppe per un attimo e sospirò.
"Poverino," riprese. "Mi voleva tanto bene ed era un così caro ragazzo! Facevamo spesso delle passeggiate insieme, tu sai, Gabriel, come si fa in campagna. Avrebbe studiato canto, se la scarsa salute non glielo avesse impedito. Aveva veramente una bella voce, povero Michael Furey."
"Be', e poi?" fece Gabriel.
"Poi, quando arrivò per me il momento di lasciare Galway per andare in collegio, era molto peggiorato, tanto che non mi consentirono di vederlo; allora gli scrissi una lettera dicendogli che andavo a Dublino e che sarei tornata in estate; speravo allora di trovarlo migliorato."
Si fermò ancora un momento per dominare la voce, poi continuò:
"La notte prima che partissi ero in casa della nonna a Nuns Island e stavo facendo le valige, quando sentii un rumore di sassolini contro la finestra. Ma i vetri erano tanto bagnati che non mi fu possibile vedere niente. Allora, così com'ero, corsi giù per le scale e dalla porta posteriore sgattaiolai in giardino; proprio là, in fondo, trovai quel povero ragazzo, scosso dai brividi."
"E non gli dicesti di andarsene via?" chiese Gabriel.
"Lo scongiurai di tornarsene a casa subito e gli dissi che sarebbe morto se fosse rimasto lì sotto quella pioggia. Ma mi rispose che non ci teneva a vivere. Me li rivedo ancora davanti i suoi occhi come fosse adesso! Era in piedi in fondo al muro, vicino a un albero."
"E tornò a casa?" chiese Gabriel.
"Sì, se ne andò. Ma era passata appena una settimana da quando ero entrata in collegio che morì e fu sepolto a Oughterard, il paese dei suoi. Ah, il giorno che lo seppi, che seppi che era morto!"
S'interruppe, scossa dai singhiozzi, e, sopraffatta dall'emozione, si buttò a faccia in giù sul letto, mettendosi a singhiozzare sulla coperta. Gabriel le tenne la mano un po' più a lungo, indeciso, e poi, non volendo intromettersi nel suo dolore, la lasciò ricadere pian piano e si diresse lentamente alla finestra. Si era profondamente addormentata.
Gabriel, appoggiato sul gomito, la guardò per alcuni istanti, senza rancore, i capelli scomposti e la bocca semiaperta, ascoltandone il profondo respiro. Dunque c'era un romanzo nella sua vita: un uomo era morto per lei. Sentiva un'acuta sensazione di pena ora, pensando alla misera parte che lui, il marito, aveva avuto nella sua vita. La osservava, mentre dormiva, come se non avessero mai vissuto insieme da uomo e donna. I suoi occhi curiosi indugiarono a lungo sul suo viso e sui suoi capelli e, mentre pensava a quella che doveva essere stata allora, al tempo della sua bellezza di fanciulla, una strana, benevola pietà per lei gli penetrò nell'anima. Non voleva ammettere neppure con se stesso che il suo viso non era più bello, ma sapeva che non era il viso per il quale Michael Furey aveva sfidato la morte. Forse non gli aveva raccontato tutto. Posò gli occhi sulla sedia su cui lei aveva gettato alcuni indumenti. Un laccio della sottana pendeva sul pavimento, uno stivaletto, la cui parte alta era afflosciata, stava diritto e il compagno gli giaceva di fianco. Si meravigliò della sua eccitazione di prima. Da dove era nata? Dalla cena delle zie, dal suo sciocco discorso, dal vino e dal ballare, dal festoso scambiarsi la buona notte nell'atrio e dal piacere della passeggiata lungo il fiume sulla neve. Povera zia Julia! Anche lei, presto, sarebbe stata un'ombra come Patrick Morkan e il suo cavallo. Glielo aveva letto in faccia per un momento, quando cantava: Ornata per le nozze. Presto, forse, si sarebbe trovato seduto nello stesso salotto, vestito di nero, col cilindro sulle ginocchia. Le imposte sarebbero state socchiuse, e zia Kate, seduta vicino a lui, piangendo e soffiandosi il naso, gli avrebbe raccontato come Julia era morta. Si sarebbe spremuto le meningi per trovare qualche parola che potesse
consolarla e ne avrebbe trovato solo di banali e inutili. Sì, sarebbe successo molto presto.
L'aria della stanza gli faceva sentire freddo alle spalle. Si lasciò scivolare pian piano sotto il lenzuolo e si coricò vicino alla moglie. A uno a uno sarebbero diventati tutti delle ombre. Meglio passare a miglior vita baldanzosamente, nel pieno splendore di qualche passione, piuttosto che appassire e spegnersi lentamente di vecchiaia. Pensava a come colei che gli giaceva accanto avesse per tanti anni custodito gelosamente nel cuore l'immagine degli occhi del suo innamorato, quando le aveva detto che non desiderava vivere. Lacrime generose riempirono gli occhi di Gabriel. Lui non lo aveva mai provato per nessuna donna, ma sapeva che un sentimento simile doveva essere amore. Le lacrime gli salirono più abbondanti agli occhi, e, nella semioscurità, immaginò di vedere la sagoma di un giovinetto in piedi sotto un albero gocciolante. Altre figure gli erano vicino. La sua anima si era avvicinata a quella regione dove abita l'immensa schiera dei morti. Era consapevole della loro esistenza aerea e incorporea, ma non poteva afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un grigio mondo impalpabile: lo stesso solido mondo, in cui questi morti avevano operato e vissuto, si dissolveva e svaniva.
Un leggero picchiare sui vetri lo fece girare verso la finestra. Aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato i fiocchi, argentei e scuri, cadere obliquamente contro il lampione. Era tempo per lui di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali avevano ragione: nevicava in tutta l'Irlanda. La neve cadeva su ogni punto dell'oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. Cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero sulla collina dove era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli. La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l'universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti.





Angelica Huston nel film The dead di John Huston, tratto dal racconto di James Joyce.

3 commenti:

  1. con un'analisi attenta del brano(mi riferisco soprattutto alla parte finale)possiamo notare che la storia non si riferisce propriamente ai morti reali(morte di Michael Furey)ma alla morte interiore di chi resta in vita.Gabriel,che non ha mai amato una donna,prova invidia nei confronti di Micheal e si abbandona a pensieri lugubri in quanto insoddisfatto della sua vita.Capolavoro di James Joyce fa riflettere sul sottile confine tra vita e morte e sull'infelicità umana,che come un'ombra aleggia sulla vita dei protagonisti

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  2. Condivido. Mi piacerebbe sapere chi sei.

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  3. nei morti l'epifania si ha con la canzone o con il discorso di gretta?

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