domenica 30 gennaio 2011

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese


Cesare Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Vittorio Gassman: voce
Ludwig Van Beethoven: Al chiaro di luna, per chitarra
video
Da ascoltare questa interpretazione di Vittorio Gassman, in uno dei momenti più alti della poesia italiana del Novecento.
La voce del grande attore, lacerante, contenuta e sommessa come non mai, ha il ritmo straziante di un singhiozzo, di un lamento represso.
Buon ascolto!

lunedì 10 gennaio 2011

Paganini non ripete di Achille Campanile


Quando Paganini, dopo un ultimo, interminabile, acrobatico geroglifico di suoni rapidissimi, ebbe terminata la sonata, nel salone del regal palazzo di Lucca scoppiò un applauso da far tremare i candelabri gocciolanti di cera e iridescenti di cristalli di rocca, che pendevano dal soffitto. Il prodigioso esecutore aveva entusiasmato, come sempre, l’uditorio.
Calmatosi il fragor dei consensi e, mentre cominciavano a circolare i rinfreschi e d’ogni intorno si levava un cicaleccio ammirativo, la marchesa Zanoni, seduta in prima fila e tutta grondante di merletti veneziani intorno alla parrucca giallastra, disse con la voce cavernosa e fissando il concertista con un sorriso che voleva essere seducente tra le mille rughe della sua vecchia pelle:
– Bis!
Inguainato nella marsina, con le ciocche dei capelli sugli occhi, Paganini s’inchinò galantemente, sorrise alla vecchia gentildonna e mormorò a fior di labbra:
– Mi dispiace, marchesa, di non poterla contentare. Ella forse ignora che io, per difendermi dalle richieste di bis che non finirebbero mai, ho una massima dalla quale non ho mai derogato, né mai derogherò: Paganini non ripete.
La vecchia signora non lo udì. Con un entusiasmo quasi incomprensibile in lei, ch’era sorda come una campana, continuava a batter le mani e a gridare, con le corde del collo tese come una tartaruga:
– Bis! Bis!
Paganini sorrise compiaciuto di tanto entusiasmo ma non si lasciò commuovere. Fe’ cenno alla vecchia dama di non insistere e ripeté con cortese fermezza:
– Paganini non ripete.
– Come? – fece la vecchia che, naturalmente, non aveva sentito.
– Paganini – ripeté il grande violinista, a voce più alta, – non ripete.
La vecchia sorda non aveva ancora capito. Credé che il musicista avesse consentito e si dispose ad ascoltare nuovamente la sonata. Ma, vedendo che il celebre virtuoso s’accingeva a riporre lo strumento nella custodia, esclamò afflitta:
– Come? E il bis?
– Le ho già detto, signora, – fece Paganini – Paganini non ripete.
– Non ho capito – disse la vecchia.
– Paganini non ripete – strillò Paganini.
– Scusi, – fece la vecchia – con questo brusio non si arriva ad afferrar le parole. Parli un po’ più forte.
Il violinista fece portavoce delle mani attorno alla bocca e le urlò quasi all’orecchio:
– Paganini non ripete!
La vecchia scosse il capo.
– Non ho capito le ultime parole – gridò, come se sordo fosse l’altro.
– Non ripete, non ripete, Paganini non ripete! – strillò il virtuoso.
La vecchia fece una faccia allarmata.
– Si vuol far prete? – domandò.
– Ma no – urlò Paganini sgomento. – Paganini non ripete.
– Ha sete? – fece la vecchia.
E volta ai domestici in livrea, che circolavano coi vassoi:
– Un rinfresco al nostro glorioso violinista.
– Ma che sete! – esclamò questi. – Che rinfresco!
– Via, via, il bis ora – insisté la vecchia, convinta che il concertista stesse per contentarla. Ma questi di nuovo s’inchinò con perfetta galanteria e:
– Le ripeto – disse – che Paganini non ripete.
– Quel pezzo ultimo – continuava la sorda.
– Paganini non ripete! – urlò il violinista proteso sull’orecchio di lei, facendo svolazzare i merletti veneziani, che le pendevano dalla gialla parrucca. – Quante volte glielo debbo ripetere?
– Una volta, – fece la vecchia che era riuscita ad afferrare l’ultima frase e credé che Paganini le domandasse quante volte doveva ripetere la sonata – una sola volta mi basta.
– Ma Paganini non ripete – ripeté Paganini.
– Va bene, va bene –, replicò la vecchia, che questa volta aveva capito e credé che Paganini non volesse ripetere la frase detta – non occorre che me lo ripeta, ho capito benissimo; mi basta che faccia il bis.
– Paganini – strillò Paganini con quanto fiato aveva in gola – non ripete, non ripete, non ripete!
La vecchia fe’ cenno di non aver capito. Paganini si vide perduto. Si volse al gruppo degli altri invitati che si erano affollati intorno a loro attratti dalla scena e disse in tono disperato:
– Fatemi il favore, diteglielo voi. Non ha ancora capito che non ripeto.
Gliel’ho ripetuto venti volte, glielo sto ripetendo: non ripeto! Quante volte glielo debbo ripetere?
(Da Vite degli uomini illustri)

sabato 8 gennaio 2011

Acqua minerale di Achille Campanile

– Il cameriere: Acqua minerale?
– Il cliente: Naturale
– Il cameriere: (prendendo nota) Acqua naturale.
– Il cliente: Ho detto minerale
– Il cameriere: Veramente, mi scusi, ma lei ha detto naturale
– Il cliente: Intendevo: "naturale, acqua minerale". Non le sembra 
   naturale che io beva acqua minerale?
– Il cameriere: Anche la signora acqua minerale?
– La cliente: Naturale
– Il cameriere: (prendendo nota) Minerale.
– La cliente: Ho detto naturale
– Il cameriere: Credevo che intendesse come il signore: "naturale,
   acqua minerale".
- La cliente:Invece intendo: "naturale, acqua naturale".
– Il cameriere: (angosciato) Signora! Ho famiglia. Un figlio.
– Il cliente: (commosso) Legittimo?
– Il cameriere: Naturale …
– Il cliente: E non può legittimarlo?
– Il cameriere: Perché dovrei legittimarlo, se è già legittimo.
– Il cliente: Ha detto che è naturale
– Il cameriere: No. Intendevo: "naturale, è legittimo".
(Da Umorista sarà lei)

venerdì 7 gennaio 2011

La rivolta delle sette di Achille Campanile

La cosa più strana, circa l'avvenimento di cui hanno parla­to i giornali e che va sotto il nome di rivolta delle sette, è che essa era stata fissata per le sei. Ma in realtà poteva esser fissa­ta per un'ora qualsiasi, poiché per sette s'intendeva non l'ora, ma le associazioni segrete che pullulano in quel paese. Sette, plurale di setta.

Purtroppo, finché c'è una sola setta, tutta va liscio; ma, quando esse cominciano a moltiplicarsi, si salvi chi può. E questa fu causa non ultima dei guai a cui andò incontro il mo­to insurrezionale.

Difatti gli organizzatori fissarono la sommossa, come detto, per le sei del pomeriggio. Ora comoda, né troppo presto né troppo tardi, che permetteva a tutti di parteciparvi,senza scombussolare né l'orario d'ufficio né quello della cena. I con­giurati si passarono la voce, come è buon uso nelle congiure; e del resto non si può fare diversamente in questi casi e biso­gna farlo con le dovute cautele. Un congiurato, passando accanto a un altro, mormorava in fretta, senza guardarlo, per non dar nell'occhio agli altri passanti:

« Ci vediamo alla rivolta delle sette».

L' altro credeva che alludesse non alle associazioni, ma alle ore. Né, del resto, poteva stare a domandare spiegazioni, anzi doveva filar via come niente fosse. Così pure si svolgevano dialoghi di questo genere:

« Anche tu fai parte della rivolta...».

« ... delle sette, sì.»

E i capi facevano circolare l'ordine: «Domani, tutti alla rivolta delle sette! Nessuno manchi ».

Conclusione: la maggior parte dei congiurati si presentò alle sette invece che alle sei. Voi capite che, in una faccenda di questo genere, un ritardo può esser fatale. Determinò il fallimento. Fu per questo che, in un successivo tentativo, l'ora della rivolta fu fissata, a scanso d'equivoci, per le sette. Col che gli organizzatori ottennero che, nominando soltanto il moto sedizioso, si diceva contemporaneamente anche l'ora per cui era fissato e, d'altro canto, dicendo l'ora, si indicava anche a quale moto si alludeva, con evidente risparmio di tempo e di spesa, per tutto quello che si riferisce a stampati, circolari, ecc. Alcuni più pignoli dicevano:

«La rivolta delle sette delle sette ».

Ora bisogna sapere che le sette, in quel paese, erano una ventina, ma alla rivolta partecipavano soltanto sette di esse e non fra le più importanti. Quindi fu necessario dire: «La rivolta delle sette sette », oppure: «La rivolta delle sette sette delle sette ».

Ciò anche quando, prevalendo la tendenza unificatrice, le sette si ridussero a sette.

Ogni setta era composta di sette membri, i quali erano chiamati i sette delle sette sette, e il loro moto sovversivo si chiamò la rivolta dei sette delle sette sette delle sette.

La cosa grave è che c'era un'altra rivolta, o meglio una controrivolta, un movimento reazionario insomma, i cui pro­motori nulla avevano a che fare con la prima e anzi erano contro di essa e contro ogni setta.

Disgraziatamente questi, ignorando che l'altra rivolta era fissata per le sette, fissarono per la stessa ora anche la loro. Non vi dico quello che successe fra i congiurati delle due par­ti, che fecero confusioni tremende, sicché gli antisette finirono fra le sette, verso le sette e mezzo, e le sette fra gli antisette alle sette.

La controrivolta si chiamò la rivolta delle sette degli anti­sette contro la rivolta dei sette delle sette sette delle sette.

In attesa che essa scoppiasse, i congiurati giocavano a tres­sette. E questi giuochi passarono alla storia come i tressette della rivolta antisette delle sette, contro quella dei sette delle sette sette delle sette.

Un caso curioso avvenne quando uno dei sette congiurati della rivolta delle sette contro quella dei sette delle sette sette, giocando a tressette verso le sette, si fece un sette ai pantalo­ni: e questo si dovette chiamarlo il sette del tressette d'uno dei sette della rivolta antisette delle sette contro quella dei sette delle sette sette delle sette.
(Da Manuale di conversazione)

giovedì 6 gennaio 2011

Galileo di Achille Campanile

Quando Galileo, osservando le oscillazioni del pendolo, fece la grande scoperta, per prima cosa andò a dar la notizia al Granduca.
“Eccellenza,“gli disse “ho scoperto che il mondo si muove”.
“Ma davvero?” fece il Granduca, meravigliato e anche un po' allarmato. “E come l'avete scoperto?”
“Col pendolo”.
“Accidenti! Colpendolo con che cosa?”
“Come, con che cosa? Col pendolo, e basta. Non c'era nient'altro, quand' ho fatto la scoperta”.
“Ho capito. Ma colpendolo con che cosa? Con un oggetto contundente? Con un'arma? Con la mano?”
“Col pendolo, soltanto col pendolo. »
“ Benedetto uomo, ho capito. Avete scoperto che il mondo si muove colpendolo. Cioè, che si muove quando lo si colpisce. Bisogna vedere con che cosa lo si colpisce.
Non potete averlo colpito con niente. E ci vuole un bell' aggeggio per colpire il mondo in modo da farlo muovere".
Il grande astronomo e matematico si mise a ridere di cuore.
“Eccellenza”, disse “ma voi credete che "col pendolo” vada legato con "si muove”. No. Va legato con "ho scoperto”. Col pendolo ho scoperto che il mondo si muove. L' ho scoperto col pendolo”.
“Colpendo il mondo. Ho capito”.
“Ma no. Col pendolo. Col pendolo!”
“Ma colpendo chi, allora? E con che?”
“ Ma non colpendolo. Col pendolo!”
“Che modo di ragionare! Non colpendolo, ma colpendolo!”
Insomma, dovette scriverglielo su un pezzo di carta.
 E dire che avrebbe chiarito tutto se avesse detto: “Con il pendolo”.

(Da Vite degli uomini illustri)

mercoledì 5 gennaio 2011

La quercia del Tasso di Achille Campanile

Quell’antico tronco d’albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand’essa era frondosa.

Anche a quei tempi la chiamavano così.

Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.

Meno noto è che, poco lungi da essa, c’era, ai tempi del grande e infelice poeta, un’altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi.

Un caso.

Ma a cagione di esso si parlava della quercia del Tasso con la “t” maiuscola e della quercia del tasso con la “t” minuscola. In verità c’era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per distinguerlo dall’altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso.

Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perciò lo chiamavano “il tasso del Tasso”; e l’albero era detto “la quercia del tasso del Tasso” da alcuni, e “la quercia del Tasso del tasso” da altri.

Siccome c’era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, poeta anch’egli), il quale andava a mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: “E’ il Tasso dell’olmo o il Tasso della quercia?”.

Così poi, quando si sentiva dire “il Tasso della quercia” qualcuno domandava: “Di quale quercia?”.

“Della quercia del Tasso.”

E dell’animaletto di cui sopra, ch’era stato donato al poeta in omaggio al suo nome, si disse: “il tasso del Tasso della quercia del Tasso”.

Poi c’era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s’era dedicata al poeta e perciò era detta “la guercia del Tasso della quercia”, per distinguerla da un’altra guercia che s’era dedicata al Tasso dell’olmo (perché c’era un grande antagonismo fra i due).
Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perciò detta: “la quercia della guercia del Tasso”; mentre quella del Tasso era detta: “la quercia del Tasso della guercia”: qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso.
Qualcuno più brevemente diceva: “la quercia della guercia” o “la guercia della quercia”. Poi, sapete com’è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia; e, quando lui si metteva sotto l’albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia.
Ora voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi.

Viveva.

E lo chiamarono: “il tasso della quercia della guercia del Tasso”, mentre l’albero era detto: “la quercia del tasso della guercia del Tasso” e lei: “la guercia del Tasso della quercia del tasso”.

Successivamente Torquato cambiò albero: si trasferì (capriccio di poeta) sotto un tasso (albero delle Alpi), che per un certo tempo fu detto: “il tasso del Tasso”.

Anche il piccolo quadrupede del genere degli orsi lo seguì fedelmente, e durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero, l’animaletto venne indicato come: “il tasso del tasso del Tasso”.

Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all’ombra d’un tasso perché non ce n’erano a portata di mano, si spostò accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da allora: “il tasso barbasso del Tasso”; e Bernardo fu chiamato: “il Tasso del tasso barbasso”, per distinguerlo dal Tasso del tasso.
Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con sé, quindi da allora quell’animaletto fu indicato da alcuni come: il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso; da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del tasso del Tasso.

Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.
(Da Vite degli uomini illustri)

martedì 4 gennaio 2011

Le seppie coi piselli di Achille Campanile

Le seppie coi piselli sono uno dei più strani e misteriosi accoppiamenti della cucina. Le seppie, da vive, ignorano in modo assoluto l'esistenza dei piselli. Abitano le profondità marine, nuotano lente e quasi trasparenti in una limpida luce d'acquario, fra strane masse sospese, tra ombrelli fosforescenti che pigramente s'aprono da soli sul vuoto e da soli camminano come fantasmi; tra lanternini che occhieggiano e si spengono, tra lievi alghe lucenti che ondeggiano appena, mentre nessun alito di vento le carezza, fra forme enigmatiche e lunghe, nere, bisce immobili. Laggiù non arriva notizia del mondo esterno, dell'aria, delle nuvole. Le seppie non hanno e non possono avere alcuna idea di quelle leguminose. Bisogna dire di più: non hanno alcuna idea delle leguminose in genere e degli ortaggi. Ma che dico: ortaggi? Esse ignorano addirittura gli orti, la terra, le foglie, l'erba, gli alberi e tutto il mondo fasciato d'aria. Non sanno che in qualche parte lontana esistono i prati su cui si rincorrono fanciulle con grandi cappelli di paglia e lunghe vesti leggere tra piccole margherite; ignorano i canneti. Non vengono a contatto coi piselli che dentro il tegame sul fuoco, quando sono già spellate, tagliate a pezzi e quasi cotte, che non è certo la condizione ideale per apprezzare la vicinanza di chicchessia, si tratti pure di personaggi rispettabili come i piselli.
Dal canto loro questi — ammesso che abbiano delle idee non possono avere nella migliore ipotesi che un'idea molto vaga del mare. Più che altro per sentito dire. Sono chiusi nel baccello, poveri pallottolini ciechi che non si sa, davvero per chi esistano, là dentro, e, se non ci fossero gli uomini a tirarli fuori, ben difficilmente vedrebbero il sole. Non vedono nemmeno i prati, l'orto in cui nascono, figurarsi il mare e le profondità di esso. E probabilmente delle seppie non avranno mai sentito nemmeno il nome. Eppure si direbbero fatti gli uni per le altre.
Ma l'uomo è uno strano animale. Fabbrica le barche, la fiocina, le lampade. Non si contenta di pescare in modo semplice e primitivo con la canna, o le reti, o le nasse, pesci più a portata di mano. Vuole anche le seppie. Di notte va sul mare lentamente costeggiando gli scogli in silenzio. Da lungi si vede l'abbagliante lampada, la luce che penetra nell'acqua e la colora, fruga le anfrattuosità degli scogli e dà qualche bagliore fuggitivo al volto intento del pescatore.
Intanto coltiva gli orti, pianta i piselli, li cura e sorveglia, li coglie. Poi porta tutto al mercato. Una mattina, ecco le seppie sul banco della pescheria, da una parte; e dall'altra, lontano, ecco i piselli nel reparto ortaggi. Ancora non si conoscono, ignorano l'esistenza gli,uni delle altre. Fa freddo. Arriva la donna; qui entra in campo solitamente la femmina dell'uomo che, non paga di fare i figli, vuol fare anche le seppie coi piselli; quel giorno; perché non le fa tutti i giorni; questo non è il cibo particolare dell'uomo; è un capriccio, Una raffinatezza, un di più; quel giorno le è saltato il ticchio di fare le seppie coi piselli; senza interpellare le seppie, senza domandare ai piselli se sono d'accordo. La femmina del re del mare, della terra e del cielo, compera le seppie e i piselli mediante il denaro guadagnato e fabbricato; perché l'uomo ha inventato anche il denaro, e lo fabbrica, lo guadagna, lo contende, lo nega.
Ma torniamo alla donna. Va a casa. Spella, taglia, scafa. Seppie e piselli - partiti rispettivamente le une dagli abissi del mare, gli altri dalle viscere della terra, s'incontrano in un tegame sfrigolando.
Da questo momento i loro destini sono legati. Nel primo istante c'è un po' di freddezza, ma dopo poco, bon gré mal gré, s'accordano a maraviglia. Insieme vengono scodellati, insieme arriveranno a tavola, insieme verranno assaporati e lodati, né cercheranno di sopraffarsi l'un l'altro.
Consummatum est. Rientrano nel tutto. Hanno percorso fino in fondo le traiettorie del loro lungo viaggio e delle loro brevi vite che, con un'effimera fosforescenza nel buio dell'universo, si sono incontrate, fuse e spente.

(da Manuale di conversazione)