mercoledì 16 agosto 2017

L'eredità (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino


Mario Fusaro era orfano di padre e di madre. Il padre era morto in guerra, o meglio era da considerarsi disperso, come dicevano le autorità militari nella lettera ufficiale dell’Agosto 1942, con cui comunicavano che se ne erano perse le tracce sul fronte russo. La madre, vedova di guerra, gli era sopravvissuta pochi anni, perché nell’ inverno del 1946 era deceduta in seguito alle complicazioni di una polmonite.
Mario quindi era rimasto orfano all’età di diciotto anni e riusciva a tirare avanti solo con la modestissima pensione di guerra che lo stato gli corrispondeva. Con quella non avrebbe potuto durare a lungo, se non fosse che anche il Comune di Scandale, tramite l’E.C.A, Ente Comunale di Assistenza, provvedeva di tanto in tanto a rifornirlo di qualche bene di prima necessità.
A dire il vero c’era in paese anche uno zio, fratello della madre, zio Paolo, che avrebbe potuto assisterlo, tanto più che era uno degli uomini più ricchi del paese e, cosa che in casi simili non guasta, non si era mai sposato e non aveva figli. Zio Paolo sembrava un novello Mazzarò: come il personaggio verghiano aveva incominciato quasi dal niente, ma, a poco a poco, con la sua testa di contadino con le scarpe grosse ed il cervello fino, all’età di sessanta anni si ritrovava proprietario di molte case del paese e di buona parte degli oliveti che lo circondavano. Mogli non ne aveva volute.”Perché mettersi un’estranea in casa? E poi le donne basta pagarle”, era solito ripetere. E forse non aveva tutti i torti, perché le malelingue gli attribuivano varie relazioni, ma tutte occasionali e non impegnative.
A chi avrebbe dovuto lasciarli i soldi zio Paolo? Non aveva moglie, non aveva figli, aveva solo quel nipote, che con la sua muta e costante presenza gli ricordava fastidiosamente i legami della parentela e il dovere morale dell’assistenza. Ma da questo orecchio lo zio non ci sentiva: non lo aveva voluto in casa, non lo assisteva e solo di tanto in tanto faceva vaghe promesse di benefici, che, a sentire lui, si sarebbero concretizzate al momento opportuno. Lo zio lo detestava anche perché lo considerava un fannullone capace soltanto di piangere miseria.
Solo una volta, qualche anno prima, tra i due c’era stato un colloquio, quando si erano per caso incontrati per strada e lo zio lo aveva fermato bruscamente.
-Ehi tu, ci sarebbe da raccogliere le ulive in campagna, ti interessa guadagnare qualche soldo?
-E quanto mi dai?, zio
-Quanto do a tutti gli altri, cinquanta lire al giorno.
-Bah, ci penso, zio. Sai, io non sono abituato a stare curvo e soffro pure di schiena. Ci debbo pensare.
-Ah, ho capito.
-Comunque grazie, zio. Ti faccio sapere.
Mario in effetti non faceva molto per guadagnarsi la fiducia e la simpatia dello zio, non tanto perché non volesse, ma proprio perché non ne era capace: la natura non lo aveva certo favorito quanto ad intelligenza ed egli si era assuefatto alle circostanze con passiva rassegnazione.
Viveva da solo, faceva tutto da solo, non aveva vere amicizie e dormiva da solo nel lettone dei suoi genitori. L’unico lusso che si permetteva era quello di arrivare al bar Centrale, ma non per bere una birra, cosa che oltre tutto non si poteva permettere per la cronica mancanza di soldi, ma solo per mettersi ad osservare da dietro le spalle quelli che giocavano a Briscola o a Tressette.
Lo faceva d’estate e d’inverno, con il caldo e con il freddo, con la pioggia e con il bel tempo, quasi ogni giorno dell’anno alle tre del pomeriggio. Era puntuale come una cambiale e c’era chi, scherzando, diceva che con il suo arrivo al bar si potevano addirittura regolare gli orologi. Si piazzava in piedi, alle spalle di un giocatore, senza dire una parola, senza fare un commento, impassibile come una statua, e con il suo inerte atteggiamento alimentava seri dubbi sulla sua capacità di capire, o almeno di seguire, le fasi e l’andamento del gioco. Dopo un paio d’ore, così come era venuto, silenziosamente e con un discreto cenno di saluto se ne andava, per riapparire puntuale il giorno successivo. Nessuno si infastidiva per la sua presenza e molti non ci facevano nemmeno caso, considerandolo alla stregua di un pezzo d’arredamento del locale o di una parte del paesaggio.
Mario ritornava a casa quasi rasentando i muri e scambiando rare parole con chi incontrava, poi preparava la cena, rassettava, puliva quel che c’era da pulire e alle otto di sera, in qualunque stagione, era già a letto.
Spesso al mattino era possibile vederlo seduto davanti alla porta della sua casa, ad osservare quelli che passavano ed a scambiare rare parole di saluto con i contadini che andavano e venivano dalla campagna. Chi lo osservava spesso nutriva un sentimento di commiserazione per la sua solitudine, per la sua povertà, ma senza esagerare in tal senso, perché al paese tutti sapevano che c’era sempre zio Paolo, lo zio ricco, che prima o poi doveva pur passare all’altro mondo e rendere meno precaria la vita del nipote.
Una volta Mario si fece coraggio ed entrò a Crotone nel casino di Giuseppina Balestrieri, Mamma Pina, come tutti la chiamavano. La ragazza che lo accolse notò la sua goffaggine e gli chiese se era la prima volta. Tutto sommato Mario trovò la cosa di suo estremo gradimento. L’unica cosa che gli dispiaceva erano le quaranta lire che aveva dovuto pagare per la marchetta e che per lui rappresentavano un’enormità, oltre a fargli capire che per lui il casino era un lusso che difficilmente si sarebbe potuto permettere un’altra volta.
Poi Mario, nell’attesa che lo zio si decidesse a compiere il grande passo, concepì l’idea di trovarsi una moglie. Capì inoltre che, per trovarsi una moglie, doveva prima trovarsi una fidanzata e che, per trovarsi una fidanzata, doveva prima trovare una donna che accettasse l’idea di vivere con lui. Rifletté a lungo sul problema, scartò varie ipotesi e concluse che l’unica che poteva fare al caso suo era Franceschina.
Franceschina era una bella donna, un po’ più grande di lui quanto ad età ed abbastanza disinibita per quei tempi, tanto che spesso andava in giro da sola non facendosi scrupolo di ostentare vistosamente le sue grazie e di attaccare discorso anche con gli uomini, con grave scandalo dei benpensanti.
Mario, dopo aver riflettuto a lungo, decise di affrontarla.
Un giorno, mentre era seduto davanti alla porta di casa, la vide arrivare. Nell’attesa capì che quello era il momento decisivo; “adesso o mai più”, si disse. Cercò di trovare due parole acconce, provò a ripeterle mentalmente, ma, quando  finalmente si sentì calmo e rilassato, si accorse che Franceschina era già irrimediabilmente passata, senza far caso a lui. Si sentì perduto, ma, ritornato in sé, decise di non darsi per vinto: affrettò il passo e si mise quasi ad inseguirla. Quando fu a qualche metro da lei,
-Franceschinaaa, gridò.
Franceschina trasalì, si girò di scatto e gridò-Che è successo?
-Franceschina, mi vuoi sposare?
-Come? ti voglio sposare?!
-Sì, Franceschina, mi vuoi sposare?
-E così me lo chiedi?
-E come te lo debbo chiedere?
-E come campiamo? Con la misera pensione che ti passa lo stato?
-Ma un giorno sarò ricco, lo sai. Lo sanno tutti.
-Ecco, hai detto bene. Un giorno sarai ricco. Ma allora aspettiamo che diventi ricco e poi ne parliamo.
Da quel giorno Mario si considerò il fidanzato ufficiale di Franceschina. Per il matrimonio c’era solo un piccolo problema da superare: era necessario che zio Paolo si decidesse a tirare le cuoia, cosa che sarebbe accaduta quanto prima, dal momento che lo zio aveva superato i sessanta e quindi non gli restava molto da vivere.
Il giovane apparve ringalluzzito dal suo nuovo status e volle anche darsi un tono. Incominciò a dire qualche parola in più con gli estranei, prese a curare di più la sua persona ed un giorno arrivò perfino a presentarsi dal barbiere, cosa che aveva sempre evitato in precedenza, perché i capelli era abituato ad accorciarseli da solo e la barba l’aveva fatta sempre con un vecchio rasoio che egli si limitava ad affilare di tanto in tanto.
Una domenica, addirittura, Mario fu visto con un vestito nuovo. Gli andava un po’ largo, ma faceva comunque il suo effetto. Era un vestito, che il padre aveva lasciato in un armadio al momento di partire in guerra e che egli aveva sempre considerato una sorta di sacra reliquia. Mario andò a ripescarlo, lo lavò, lo stirò, lo indossò e percorse in lungo ed in largo il corso principale del paese. La sera andò a dormire contento, perché sentiva che tutto filava liscio e che presto si sarebbe sposato, a parte quel piccolo particolare che lo angustiava e che prima o poi, più prima che poi, doveva avverarsi riguardo allo zio.
E quel piccolo particolare si avverò, una mattina di Luglio del 1960, quando lo zio aveva ormai settantaquattro anni ed il nipote trentadue. Quella mattina faceva molto caldo ed un uomo si aggirava nel mercato di Crotone tra i banchi di frutta e verdura: aveva in mano una borsa vuota e avvertiva uno strano affanno. Ad un certo punto si sentì mancare il respiro e stramazzò a terra. Qualcuno si premurò di chiamare il Pronto Soccorso, ma il personale dell’ambulanza constatò subito che lo sconosciuto era già morto. Era stato un infarto.
Nelle tasche del morto fu trovato il suo portafoglio con qualche soldo, i suoi documenti ed un biglietto di andata e ritorno Scandale-Crotone e Crotone-Scandale. Quel biglietto di ritorno Crotone-Scandale era stato probabilmente l’unico, seppur involontario, spreco di denaro della sua vita.
Mario ricevette la notizia da un messo comunale verso mezzogiorno, mentre stava preparando il pranzo. Non sapeva se essere contento o dispiaciuto della notizia, ma si accorse che in fondo aveva voluto bene a quel suo zio arcigno e si comportò secondo quanto le circostanze richiedevano.
Si recò subito alla casa del morto, dove una vecchia domestica aveva provveduto ad aprire il portone e dove, dopo un paio d’ore, un carro funebre venne a depositare la bara. I vicini vennero in visita, fu approntata la veglia funebre e il nipote si comportò da perfetto padrone di casa e da nipote addolorato.
Il giorno dopo in chiesa, durante il funerale, Mario sedette in prima fila, poi ricevette le condoglianze di quasi tutto il paese e solo sul tardi poté ritornare alla casa del morto, dove qualcuno ancora si attardava a salutare e a dare le condoglianze.
Quando, finalmente, si ritrovò solo, si guardò in uno specchio e sorrise: si sentiva ricco e padrone.
-E’ fatta, pensò.
Si preparò a fare un giro per la casa per vedere quello che c’era. Poi si pentì.
-Ma no, verrò domani con calma, anche perché c’è molto da vedere.
Spasimava dalla voglia e dalla curiosità di girare per quella casa a lui quasi sconosciuta e nella quale era entrato solo una volta molti anni prima e quasi in punta di piedi. Ma riuscì a calmare le sue voglie e, seppure stanco, si sentì finalmente tranquillo. Ritornò a casa sua, mangiò qualcosa svogliatamente, andò presto a dormire, ma quasi non chiuse occhio durante la notte.
Il giorno successivo, mentre stava per uscire di casa, il portalettere gli consegnò un telegramma. Pensò che fosse un telegramma di condoglianze, ma veniva da Crotone e la cosa gli sembrò piuttosto strana. Mario lo aprì con una certa apprensione e lo lesse con difficoltà, anche perché non era abituato a ricevere telegrammi e soprattutto non era abituato a leggere, da quando tanti anni prima aveva preso la licenza elementare con la maestra Belvedere. Il signor Mario Fusaro è convocato presso lo studio dello scrivente, per domani Giovedì 28 Luglio 1960, alle ore 15, per comunicazioni che lo riguardano. Firmato Tommaso Capocasale Notaio in Crotone.
Non avrebbe mai immaginato che zio Paolo potesse fare un testamento e, addirittura, potesse depositarlo presso un notaio. Ma, se c’era, tanto valeva affrontarlo serenamente, perché lui era l’unico parente del morto e non potevano esserci pericoli. Che se poi lo zio avesse deciso di lasciare qualcosina, per scrupolo di coscienza, a un estraneo, e beh, pazienza! Questo avrebbe cambiato poco o niente.
Il giorno dopo chiamò un taxi, ormai se lo poteva permettere, e si fece portare a Crotone. Quando fu introdotto nello studio del notaio, si accorse della presenza di un signore che dimostrava più o meno la sua stessa età. Pensò fosse un dipendente dello studio, ma restò perplesso quando ad essere convocati dal notaio furono in due, lui e lo sconosciuto.
Il notaio li fece sedere, lui su un divanetto, lo sconosciuto su una poltrona di fronte, e così parlò:
-Siete stati convocati in questo studio perché il signor Paolo Crimi, deceduto in data 25 luglio 1960, ha depositato presso me notaio un testamento olografo, con richiesta di immediata lettura: cosa che mi appresto a fare.
Il notaio estrasse da una busta un foglio scritto a mano e lesse:
Il sottoscritto Paolo Crimi, nato a Scandale (Catanzaro) il 21 aprile 1883, nella mia piena capacità di capere e di volere, decido questo. lascio tutti i miei averi e i miei soldi a mio figlio Giacomo Crimi, figlio naturale che ho riconosciuto come figlio legittimo, con provvedimento del giudice del 1955. Lascio a mio nipote Mario un asino. Scandale 20 marzo1957.
Mario ritornò a casa arrabbiato, deluso e sconcertato. E poi quale asino? Non c’era nessun asino, o meglio un asino c’era, ma lo zio lo aveva venduto due anni prima di morire. Dal momento che questa era la volontà del morto, egli pretese un asino dall’unico erede, il quale non ebbe difficoltà ad accontentarlo, comprandone uno.
Dopo qualche giorno Mario fece sfilare l’asino per le vie del paese, forse per far vedere ai paesani che comunque qualcosa in eredità aveva avuto. L’insolito spettacolo aveva attirato l’attenzione di molti e soprattutto di un nugolo di monelli che, gridando e sbeffeggiando, si erano aggiunti al corteo. Tutti si voltavano ad osservare, le donne si affacciavano alle finestre e ai balconi, uno strano e frenetico tripudio sembrava aver coinvolto l’intero paese.
Alla testa del corteo Mario spingeva l’asino, gli gridava dietro e lo bastonava senza pietà con un randello, chiamandolo zu Paulu (zio Paolo).
Quando il corteo festante arrivò nella piazza principale, Mario fece segno che voleva un po’ di silenzio e fu subito accontentato. L’attesa era vivissima, perché era la prima volta che egli aveva qualcosa da dire e tutti erano curiosi di ascoltare.
Mario si schiarì la voce con un colpetto di tosse, una, due, tre volte, poi disse:
-Scandalesi, tutti avete visto quello che mio zio mi ha lasciato. Mi ha lasciato un asino. Ma quest’asino non è mio, è di tutto il paese. Chiunque lo vuole, da domani potrà usarlo. Ad una condizione. Che, quando gli dovete dare una bastonata, lo dovete chiamare zu Paulu.
Gli astanti applaudirono, gridando, sghignazzando, torcendosi dalle risate. Poi Mario fu issato sulle spalle dei presenti e portato in trionfo per la piazza dalla folla in delirio.
Mario si sentiva sballottato e trascinato e, mentre passava da una spalla all’altra, osservando la folla tumultuante sotto di lui, forse per la prima volta in vita sua ebbe un barlume di lucidità, intuì confusamente qualcosa sul senso della vita e pensò:
-Bisogna guardarli bene e ricordarli uno per uno. Sono gli stessi che solo quindici giorni fa mi hanno dato le condoglianze per la morte dello zio.
Ezio Scaramuzzino


martedì 18 luglio 2017

La storia di Giustino (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino

 “Pettini, pettinisse, rocchelle, cromatine, specchi, nastri-iì “ (Pettini, forcine a denti multipli, rocchetti di filo per cucire, lucido per le scarpe, specchi e nastri di ogni tipo). Questo grido era ripetuto più volte, con una particolare ed inconfondibile cadenza, con uno strascico prolungato dell’ultima parola e soprattutto con un rialzo di tono dell’ultima sillaba, che conferiva all’intero grido il tono languido e ritmato di una poesia. Con esso annunziava il suo arrivo al mio paese Giustino, un venditore ambulante, che due-tre volte a settimana da Petilia Policastro giungeva a Scandale a vendere la sua mercanzia.
C’era un intenso e strano traffico commerciale allora tra Scandale e Petilia, di cui Giustino non era l’unico rappresentante. Oltre a lui arrivava periodicamente una vecchia signora specializzata nel vendere il pane di castagna, molto apprezzato dalle mie parti, ed anche un’altra signora, che girava per le case dove c’erano giovani fanciulle per cercare di piazzare corredi ed altri prodotti similari, rigorosamente fatti a mano e destinati alle figlie più o meno in età da marito.
Giustino però era atteso con particolare interesse, perché vendeva prodotti non facilmente reperibili in loco e anche perché tutto sommato i suoi prezzi erano facilmente abbordabili in quelle famiglie contadine, dove il contante era un bene prezioso e dove non si disdegnava talvolta di ricorrere all’antichissimo ed insostituibile sistema del baratto: pettini e pettinisse in cambio di qualche uovo e di altri magri prodotti della terra.
Giustino arrivava in genere con il pullman verso le 7 del mattino e subito incominciava a girare per le strade del paese con le sue cassette, che egli reggeva e trasportava con delle cordicelle legate ai quattro angoli di ognuna di esse e tenute insieme da un asse centrale di legno: quattro cassette in tutto, due per mano. D’estate e d’inverno, in qualunque momento della giornata lo si poteva vedere in giro, oppure fermo ad un angolo di strada con la sua mercanzia bene in vista e messa insieme in miracoloso equilibrio, mentre le donne vociavano intorno a lui o contrattavano sul prezzo. I clienti non gli mancavano, perché quelle quattro cassette erano per molti aspetti una sorta di bazar, dove era veramente possibile trovare un po’ di tutto.
Giustino era un uomo intorno ai cinquanta, di media statura, tarchiato, di poche parole, con un volto eternamente atteggiato a serietà, con dei baffetti che avevano qualche pretesa di accuratezza e di civetteria. Ascoltava con pazienza le richieste delle donne, ma raramente si lasciava convincere ad un pagamento dilazionato o inferiore a quello che lui aveva deciso in cuor suo. Non era sposato, viveva da solo a quel che si diceva in giro, campava modestamente con gli stentati incassi del suo lavoro di ambulante.
La sua apparente serietà non gli aveva però impedito di allacciare una tresca a Scandale. Non si sa come, non si sa perché, fatto sta che Giustino aveva messo gli occhi, ricambiato, su una vedova quarantenne, Rosina, che viveva in una modesta casa circondata da un vasto podere, alla periferia del paese, con un unico figlio diciottenne.
Non si sa nemmeno come la cosa avesse avuto inizio e qualcuno, quando le prime voci si diffusero in giro, non escluse l’ipotesi che la vedova pagasse in natura qualche debito accumulato nell’acquisto della mercanzia e diventato ormai troppo oneroso per poter essere pagato diversamente. Quando Giustino arrivava da quelle parti, osservava con ansia già da lontano la biancheria stesa ad asciugare. Se nella biancheria era steso un lenzuolo azzurro, quello era il segnale convenuto che il figlio era assente o al lavoro nei campi, che Rosina era sola, libera e disponibile e che quindi la via era aperta e lui poteva tranquillamente raggiungerla.
Nel vedere il lenzuolo azzurro, Giustino veniva afferrato da una strana frenesia, concludeva i modesti affari pendenti, licenziava tutti e con fare furtivo si dirigeva dalla sua Rosina. All’inizio la cosa sembrò strana, ma, quando si incominciò a capire il motivo di quella fretta, i paesani presero la cosa con rassegnazione e in tutto il paese ci si abituò al pascolo abusivo di Giustino, che si consolava lontano dal suo paese.
Giustino incominciò a diventare un frequentatore quasi abituale della casa di Rosina. Arrivava con il fiatone, si riposava un pochino, poi si dirigeva nella stanza da letto dove Rosina aveva preparato tutto e, senza inutili perdite di tempo o smancerie, si infilava nel lettone dove già la vedova si trovava ad attenderlo distesa e dove il rapporto amoroso veniva sbrigato con una rapidità quasi animalesca.
La pacchia durava da qualche tempo, ma, come tutte le pacchie, era destinata a finire. E già, perché Rosina era sì vedova, ma era vedova di guerra, ed in quegli anni non era infrequente il caso di improvvisi ed inaspettati ritorni di soldati creduti morti. Il marito di Rosina, Peppino, era stato semplicemente ed ufficialmente dichiarato disperso durante la battaglia di El Alamein, il suo cadavere non era mai stato ritrovato e l’eventualità di un suo inaspettato ritorno non era del tutto da escludere. Questa preoccupazione angustiava oltremodo i due piccioncini.
Ma c’era anche un’altra preoccupazione ad angustiarli. Al paese c’era un altro pretendente di Rosina, Michele Altimari, fabbro ferraio, sposato e con figli, che aveva avuto una fugace relazione con Rosina e non si rassegnava alla nuova situazione, dimostrando senza alcun ritegno la sua insofferenza di spasimante deluso e messo da parte. Rosina lo aveva escluso quando all’orizzonte era apparso Giustino, con il quale prima o poi contava di arrivare ad una qualche sistemazione, cosa del tutto improponibile, anzi impossibile, con Michele.
Costui però dimostrava di non riuscire a tollerare la sua nuova condizione, si sentiva ingiustamente umiliato, smaniava e, preso dalla disperazione e dalla gelosia, incominciò a progettare un gesto clamoroso che, seppure poco utile a lui, servisse però a porre fine all’idillio dei due amanti.
Michele aveva un amico per la pelle, Martino, suo compagno in diverse occasioni di ribalderie e di bagordi. Costui si era accorto che l’amico stava attraversando un periodo difficile ed un giorno gli prese il discorso.
- Miché’, lo so che non stai attraversando un buon momento.
- Già, non ci vuole molto a capirlo, ma così non può continuare. Bisogna fare qualcosa.
- Ma che vuoi fare? Rassegnati. Ce ne sono di donne a questo mondo. Ne troverai un’altra.
- Ma un’altra Rosina non si trova facilmente. La mia Rosina era speciale e tu non puoi nemmeno immaginare che donna fosse. Comunque io un’idea ce l’avrei. Potresti far credere a Giustino che sei il marito ritornato dalla guerra e costringerlo a scomparire. Così, con le buone, senza violenza.
- Ma che dici? La cosa verrebbe risaputa prima o poi e non funzionerebbe.
- In alternativa si potrebbe minacciarlo apertamente e costringerlo a tagliare la corda.
- Già questo mi sembra più fattibile. L’importante è agire bene e con risolutezza. Giustino non mi sembra un tipo coraggioso e un paio di minacce lo convinceranno facilmente.
I due amici presero accordi dettagliati sul da farsi e Michele si sentì rinfrancato e pieno di speranza. L’occasione propizia si presentò dopo qualche settimana.
Era un giorno di agosto dell’anno di grazia 1950. Il figlio di Rosina era andato a Catanzaro per la visita di leva e sarebbe stato assente per un paio di giorni. Rosina e Giustino si erano visti al pomeriggio e, approfittando della circostanza, avevano deciso di protrarre il loro incontro fino al giorno successivo. La vedova aveva fatto le cose per bene: aveva preparato una deliziosa cenetta per la sera, si era agghindata con ricercatezza, aveva dato una rassettata alla camera da letto, aveva anche spostato in un’altra stanza il ritratto incorniciato del “defunto “ marito, ad evitare che dal comò potesse con il suo incerto sorriso quasi rivolgerle un muto rimprovero per la notte d’amore che si apprestava a trascorrere.
I due amici Michele e Martino erano però al corrente di tutto. Sin dal pomeriggio avevano sorvegliato i movimenti di Giustino, avevano intuito tutto e contavano di passare all’azione nel corso della notte. L’isolamento della casa alla periferia del paese avrebbe favorito il loro piano.
I due amanti erano andati a letto presto e verso le undici, nel pieno delle loro effusioni, sentirono bussare alla porta. Si augurarono di aver sentito male, ma capirono che non poteva essere: entrambi avevano sentito nitidamente i colpi sulla porta. Si rivestirono entrambi in fretta: Giustino cercò di nascondersi alla meglio dietro un armadio, mentre Rosina con il cuore in gola si avviava verso la porta. Si sentirono ancora una volta nitidamente alcuni colpi.
-Chi è? , chiese Rosina.
-Come chi sono? Disse una voce. Sono Peppino, tuo marito. Sono ritornato dalla prigionia. Apri. O debbo sfondare questa maledetta porta?
Rosina era perplessa. La voce non era chiara e non sembrava che fosse con certezza quella del marito. Ma erano dieci anni che non lo vedeva e sentiva, erano successe tante cose e anche la voce del marito forse era un po’ cambiata. Non sapeva che fare, ma altri colpi decisi sulla porta, che aveva preso a traballare vistosamente, riuscirono a convincerla. Accese la luce, girò con decisione la chiave nella toppa, aprì un chiavistello supplementare, spalancò l’uscio e sulla soglia, pienamente illuminati, apparvero i due amici Michele e Martino.
-Dov’è lui? Dov’è Giustino?, gridò il primo e con passo deciso si avviò verso la stanza da letto. Quando lo vide tremante dietro l’armadio,
-Vestiti, gli gridò. Anzi, sei già vestito. Allora spogliati! E, visto che Giustino esitava, lo strattonò con violenza e gli tolse la camicia di dosso. –Continua a spogliarti, gli intimò.
Giustino, di fronte alla furia del suo “nemico”, divenne docile e ubbidiente e continuò a spogliarsi. Rosina, atterrita, era incapace di profferir parola, mentre il sodale di Michele la teneva a bada e con tutta evidenza dava manforte al suo amico. Giustino si tolse le scarpe, i calzini, i pantaloni, la canottiera e rimase in mutande: chiese se poteva tenere almeno quelle. Michele era quasi fuori di sé: la facilità dell’impresa alimentava a dismisura la sua euforia e dava ai suoi atteggiamenti ed alle sue parole toni esaltati, quasi parossistici. Gli disse di tenere le mutande, poi lo fece girare. Poteva fermarsi lì, poteva accontentarsi dell’umiliazione inferta al suo nemico, ma tutto questo non gli bastò. Tirò fuori un cartello preparato in precedenza e glielo appese al collo. Fece segno a Rosina di scansarsi, assestò una pedata sul didietro a Giustino invitandolo a muoversi, indicò al suo amico di seguirlo ed infine la strana processione dei tre si diresse verso il centro del paese.
Dileggiato, spintonato e sputacchiato dai due, Giustino si moveva come un automa. Ad ulteriore dileggio, sul cartello era scritto “Sono un ricchione”, cosa che allora era considerata la massima offesa alla dignità di qualunque uomo, di qualunque maschio. Non ci fu pietà per lui. Inebetito e quasi reso ubriaco dal dolore e dalla vergogna, Giustino fu portato in giro per le strade del paese, esibito come un triste trofeo e fu visto da varie persone in quella notte d’agosto. Ma nessuno ebbe il coraggio di intervenire. Alla fine, in quelle condizioni, fu strettamente legato con una corda ad un bidone delle immondizie, dove al mattino qualcuno riuscì a liberarlo.
Il giorno dopo al paese già tutti ne parlavano e non ci volle molto a sapere come si erano svolti i fatti. La notizia corse di bocca in bocca e si diffuse dappertutto, anche nei paesi circostanti. Tutti avevano l’impressione che si fosse superato ogni limite e dicevano che i colpevoli dovevano essere puniti. Ben presto i due amici furono individuati, arrestati, sottoposti a processo per la loro crudele bravata e finirono col fare qualche mese di carcere.
A distanza di qualche anno, quando la cosa ormai tendeva a sbiadire nella nebbia dei ricordi, Giustino riprese la via di Scandale e incominciò a rivendere la sua mercanzia. Un giorno, trovandosi verso la periferia del paese, guardò verso la casa di Rosina e si accorse che tra i panni stesi ad asciugare c’era anche un lenzuolo, bianco questa volta. Sembrava quel lenzuolo come una bandiera bianca, il segnale di una resa di fronte alle tempeste della vita e alle vicende di una tresca amorosa che era finita per sempre.
Un amaro sorriso affiorò sulle labbra di Giustino, il quale divenne improvvisamente serio e pensieroso. Poi egli si girò dall’altra parte, si passò una mano sui capelli come per scacciare un brutto pensiero e per l’ennesima volta prese a gridare “pettini, pettinisse, rocchelle, cromatine, specchi, nastri-iì…”
Ezio Scaramuzzino

domenica 16 luglio 2017

Sotto l'ombrellone


Dialogo tra un  venditore di cappelli (V) ed un bagnante (B).

V- Cappelli, cappellini, paglie, scialli e copricapo! Cugì’, lo compri un cappellino per difenderti dal sole?
B- No, grazie! Non porto cappelli di nessun genere.
V- Dai, cugì’, solo per mangiare. Aiutami! Non ho ancora venduto niente.
B- Da dove vieni tu?
V- Dal Camerun. Sono arrivato quindici anni fa, con un barcone.
B- Quindi hai il permesso di soggiorno.
V- No, non ce l’ho. Ma non ce n’è bisogno. In Italia nessuno me l’ha mai chiesto. L’Italia è buona con gli immigrati.
B- Hai chiesto qualche forma di protezione? 
V- No, non l’ho mai chiesta e non ce l’ho. Ma non ce n’è bisogno. L’Italia è buona con gli immigrati.
B- Dove dormi la notte?
V- In una casa di campagna con altri venti Africani.
B- Pagate qualcosa?
V- No, niente. Siamo abusivi. Una volta la polizia ci ha pure cacciati, ma noi siamo ritornati. Non c’è bisogno di pagare. L’Italia è buona con gli immigrati.
B- Come ti procuri la merce? Paghi le tasse su quello che guadagni?
V- La roba me la passa un Egiziano. Tasse non ne pago perché non posso pagare. Ma non c’è bisogno di pagare. L’Italia è buona con gli immigrati.
B- Hai venduto sempre cappelli da quando sei in Italia?
V- No! All’inizio lavavo i vetri delle auto, poi guardavo le auto e facevo il posteggiatore per conto di un Marocchino. Poi ho venduto droga. Ma mi hanno fermato e mi hanno dato il foglio di via.
B- Quindi sei ritornato in Camerun!?
V- No, sono rimasto in Italia. Cinque volte mi hanno dato il foglio di via e sono rimasto sempre in Italia. Non c’è bisogno di andare via, perché l’Italia è buona con gli immigrati.
B- Sei mai stato in carcere?
V- Sì una sola volta per un mese, quando raccoglievo i soldi delle puttane per conto di un Tunisino. Poi sono uscito, mi hanno dato il foglio di via e mi sono messo a vendere cappelli.
B- Ti piace l’Italia? Come ti trovi qui?
V- Una volta era meglio, ma ora ci sono troppi immigrati e continuano ad aumentare. Ma, Inshallah, se Dio vuole, andrà meglio!
B- Meglio come? Come l’anno scorso?
V- Di più, certo!
B- Allora come quale anno? Come due, tre anni fa?
V- Non lo so, cugì', ma certo andrà meglio, perché Allah è clemente e misericordioso e l’Italia è buona con gli immigrati.
B-Tu pensi che io sia pure buono?
V- Non lo so se sei buono, ma, se compri un cappello, sei buono.
B- Ti ho detto che non uso cappelli. Ma dammi una paglia per mia moglie. Ecco, quella va bene. Quanto costa?
V- Cinque Euro, cugì’, ma per te tre Euro. Grazie, cugì’.
B- Ecco i tre Euro. Grazie a te, ciao.
V- (mentre si allontana) Cappelli, cappellini, paglie, scialli e copricapo!
Ezio Scaramuzzino



mercoledì 28 giugno 2017

L'Asino di Buridano

Giovanni Buridano, filosofo francese del Medioevo, creò la famosa teoria-paradosso che da lui prese il nome di Asino di Buridano. La teoria dice che “Un asino affamato è accovacciato esattamente tra due mucchi di fieno, ma non c'è niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall'altra. Perciò resta fermo e muore”. A questo paradosso allude Dante Alighieri nel canto IV del Paradiso:
Intra due cibi, distanti e moventi
d’un modo, prima si morria di fame,
che liber’omo l’un recasse ai denti.                               
A titolo personale aggiungo che ad un esame di maturità mi capitò di chiedere ad uno studente se conosceva L’Asino di Buridano. Al che lo studente ebbe gioco facile nel rispondere che lo aveva sempre trascurato, trattandosi di un filosofo che era universalmente considerato per l’appunto un asino.
Cose che succedono, certo, nella scuola disastrata dei giorni nostri, ma non si pensi che l’Asino di Buridano sopravviva soltanto nelle scuole, perché, già da qualche tempo, esso conosce una inaspettata fioritura anche nel variegato mondo della politica. C’è solo da precisare che quella teoria ha cambiato nome, perché adesso si chiama Teoria dei due forni, anche se in sostanza non c’è differenza nel risultato finale: muore l’Asino di Buridano e muoiono, o almeno finiscono male, gli assertori della Teoria dei due forni.
Il primo significativo esponente della teoria fu Bettino Craxi, buonanima, che, al momento dei suoi maggiori successi politici con l’allora Partito Socialista, si alleava ora con il partito Comunista, ora con la Democrazia Cristiana, a seconda di come più gli conveniva. A prescindere dalle sue notevoli capacità politiche e al netto della vergognosa persecuzione giudiziaria alla quale fu sottoposto, si sa come è finito Bettino. E’ morto in esilio, ad Hammamet in Tunisia, e, nel momento del bisogno, a nulla gli valsero i doppi e tripli forni con cui aveva alimentato i suoi successi politici, perché si ritrovò abbandonato da tutti, anche dai suoi fedelissimi.
Il secondo significativo esponente fu Giulio Andreotti, il Divo Giulio, il quale aveva fatto della Teoria dei due forni l’essenza della sua attività politica. Del resto lui stesso, con estremo candore, era solito ripetere: ”Perché limitarsi a comprare il pane sempre allo stesso forno, quando ce ne sono due a disposizione?” E lui non esitò a sfruttare tale possibilità, formando governi ora con il Partito Socialista, ora con il Partito Liberale, finché alla fine non si decise ad imbarcarli tutti e due nella maggioranza, formando i famosi Governi Pentapartito. Il Divo Giulio, come è risaputo, subì anche lui una ventennale persecuzione giudiziaria per concorso esterno in associazione mafiosa: persecuzione che amareggiò grandemente gli ultimi anni della sua vita e da cui riuscì a venir fuori solo con una arzigogolata sentenza assolutoria, tirata fuori dalla nostra Magistratura creativa.
Roba del passato, certo, ma negli ultimi tempi la teoria ha conosciuto un’inaspettata reviviscenza, grazie al cavalier Silvio Berlusconi, il quale, con una certa disinvoltura, sembra aver dimenticato i suoi venti anni di precedente attività politica. Lui che era per il sistema elettorale maggioritario, ora fa il tifo per il proporzionale, lui che era per la designazione secca del premier, ora propende per la trattativa post elezioni, lui che era per il principio dell’o di qua o di là, ora sembra dire e non dire, appare disponibile alla trattativa, al compromesso, con un ritorno pericoloso alle peggiori tradizioni della politica italiana. E’ vero che egli cerca anche di giustificare le sue giravolte, ma poi finisce che “pezo el tacon del buso”, peggio la toppa del buco, come dicono a Padova.
Ora, sia ben chiaro, non è che improvvisamente il Cavaliere sia impazzito o rimbambito, anche se va per la veneranda età degli ottanta. Io l’ho votato tante volte, ma le sue posizioni degli ultimi tempi suscitano negli elettori di centrodestra una certa perplessità, per non dire altro.
Che qualcosa sia cambiato negli ultimi tempi lo si deduce anche da quello che sta avvenendo nella stampa e nella Tv di sua proprietà. Solo a voler fare qualche esempio, su Rete4 hanno snaturato la trasmissione I fatti vostri, licenziando Maurizio Belpietro e trasformando la trasmissione in qualcosa di insulso. Pare poi che abbiano intenzione di abolire Quinta Colonna. Anche il TG5, il famoso TG5, negli ultimi tempi sembra diventato la brutta copia del TG1 e risulta emotivamente coinvolgente quanto la lettura della Gazzetta Ufficiale. Sul Giornale ci vuole infine tutta l’abilità di Alessandro Sallusti per cercare di star dietro alle frequenti giravolte del Cavaliere.
Alle ultime elezioni amministrative il travolgente successo del Centrodestra unito non sembra avere scalfito più di tanto la nebulosità del Cavaliere, il quale una volta sembra pendere dalla parte di Matteo Salvini, un’altra volta dalla parte di Matteo Renzi. A quale dei due Mattei vadano le sue reali preferenze è un dilemma ancor tutto da chiarire.
Personalmente ritengo che le attuali incertezze di Berlusconi siano anche una conseguenza della lunga persecuzione giudiziaria alla quale egli è stato sottoposto e che per molti versi lo hanno segnato e forse anche terrorizzato, a parte alcuni suoi errori personali e tutto sommato veniali. Bisogna dargli atto di tutto quello che egli ha fatto per l’Italia e per il rinnovamento della politica, ma la sua ricchezza, che una volta costituiva il suo punto di forza e la base della sua indipendenza e del suo libero sentire, alla lunga si è rivelata il suo tallone d’Achille e lo ha reso, ritengo, ricattabile.
Comunque il Cavaliere è adulto, fin troppo, vaccinato, battezzato, cresimato ed è libero di fare quello che vuole. Una sola cosa non gli è consentita: prendere in giro gli elettori. Parli chiaro e dica quello che vuole fare da grande. Gli elettori si regoleranno di conseguenza, anche se non ci vuole il mago di Arcella per capire che, nel caso di alleanza con Renzi, il suo partito diventerà insignificante e la stragrande maggioranza degli elettori lo abbandonerà. Ed io sarò tra questi.
Per ritornare al discorso iniziale, non vorrei che il Cavaliere finisse male come l’Asino di Buridano. Quello morì d’inedia, per la sua indecisione su quale mucchio di fieno scegliere. Al Cavaliere auguro di cuore altri cento anni di vita, ma non vorrei che egli morisse politicamente per la sua indecisione su quale Matteo scegliere.
Ezio Scaramuzzino


venerdì 23 giugno 2017

L'amico cinese


Nel mio footing mattutino, che con l’approssimarsi dell’estate sta diventando quasi antelucano, mi è capitato tempo fa di imbattermi in un signore cinese. La prima volta l’ho osservato con curiosità, perché ho notato che portava un paio di sandali, che comunque non gli impedivano di camminare a passo abbastanza veloce, diversamente da noi occidentali, che non facciamo un passo senza scarpe adatte, comode e confortevoli. Mi veniva incontro, all’altezza più o meno del Lido degli Scogli, e mi faceva un largo sorriso, con gli angoli della bocca che gli arrivavano quasi alle orecchie ed in primo piano un paio di denti d’oro, vistosi e lucidissimi. Mi ha salutato in Cinese ed io mi son sentito in dovere di salutare con un sorriso a mia volta.
L’ho rivisto dopo un paio di giorni, sempre in direzione di marcia opposta alla mia. Si è scansato in anticipo, ha detto un paio di parole in Cinese ed ha anche accennato un inchino. Questa volta ho risposto con un sorriso più ampio e con un ciao, che mi è parso non abbia capito.
Il giorno successivo l’ho rivisto davanti a me, questa volta nella stessa direzione di marcia. L’ho raggiunto facilmente e, nell’accostarmi a lui, ho fatto un cenno con le mani ed ho aggiunto il solito ciao.
Lui mi fatto segno di fermarmi e poi si è messo a parlare, in Cinese, come le altre volte, come sempre. Gli ho chiesto se sapeva parlare Italiano, se almeno conosceva qualche parola d’Italiano, ma lui rispondeva in Cinese, solo in Cinese. Ad un certo punto ha estratto un pacchetto di sigarette e mi ha indicato di prenderne una, amichevolmente, come per stabilire un rapporto. Gli ho fatto capire che non ero fumatore e lui ha riposto le sigarette. Poi l’ho salutato ed ho ripreso il mio passo veloce.
L’ho rivisto dopo un paio di giorni ancora. Già da lontano mi mostrava un cellulare e solo da vicino mi ha fatto capire che voleva fare un selfie con me. L’ho accontentato ovviamente e da parte mia mi sono limitato a fargli una foto con il mio cellulare, quella che si vede in alto. Dopo le foto, mi ha fatto capire che voleva accompagnarsi a me per un tratto, invertendo la sua direzione di marcia. L’ho lasciato fare, ma mi sono accorto che con i suoi sandali faticava a tenere il mio passo e rimaneva indietro. Mi voltavo continuamente e notavo che la distanza tra me e lui aumentava progressivamente. Dopo una curva l’ho perso di vista.
Dopo quel giorno non l’ho più rivisto e ad oggi sono più di quindici giorni che non lo vedo e non so niente di lui: non so come si chiama, dove abita, quanti anni ha, che cosa fa in Italia. Ogni tanto, arrivato nella zona dove eravamo soliti incontrarci, mi guardo con curiosità tutt’intorno, ma non lo vedo. Mi capita allora di pensare al mio sconosciuto amico cinese. Forse è malato, forse è partito, forse è ritornato in Cina. Non so niente di lui ed in fondo è giusto ed è bene che sia così.
Io e lui eravamo due monadi, disperse nell’Universo, venute in contatto casualmente per chissà quale fortuito gioco del destino ed incapaci di stabilire un rapporto comprensibile, proprio come succede alle monadi di leibniziana memoria. L’unica cosa che poteva stabilire un legame tra di noi era ed è quel sottile filo di simpatia, di cordialità, di umanità, che da sempre ha legato l’Italia e la Cina. Non c’è bisogno di scomodare Marco Polo e Matteo Ricci: i Cinesi, da qualche anno, stanno rafforzando quegli antichi legami stabilendosi sempre più numerosi nel nostro Paese e, solo a voler fare un esempio, nell’elenco telefonico di Milano il cognome più diffuso è Hu.
I Cinesi sono un popolo gentile e generoso, che nel corso dei secoli ha resistito a calamità, guerre, epidemie e tirannie oscene e sanguinarie, come quella di Mao Tse Tung. Sono tanti i Cinesi, sono quasi un miliardo e mezzo di formichine dedite al lavoro e sono già diventati una potenza a livello mondiale. C’è da scommettere che diventeranno sempre più potenti e decisivi.
Ovviamente hanno qualche difettuccio: sono in genere un po’ chiusi e riservati, se questo è un difetto, stabiliscono legami quasi sempre solo tra di loro ed hanno spesso un’aria misteriosa ed enigmatica, che induce noi altri a qualche sospetto e a qualche diceria nei loro confronti. Si dice che abbiano anche poca dimestichezza con l’igiene e con il pagamento delle tasse. Sarà!
Ma bisogna riconoscere anche che lavorano sodo, che anzi hanno una vera e propria religione del lavoro e che qui da noi in genere non creano problemi di ordine pubblico. Quando commettono dei reati, quasi sempre le vittime sono altri Cinesi, raramente degli Italiani. Non sono venuti con l’intenzione di convertirci al loro modello di vita, non ci minacciano, non hanno intenzione di tagliarci la gola. Nei tempi gaglioffi della prepotenza e del terrorismo islamico, dell’invasione dei clandestini raccolti nel Mediterraneo e sulle coste della Libia, delle prostitute nigeriane e degli spacciatori nordafricani, dell’invasione rom, che sta svuotando i Balcani e sta riempiendo l’Italia, la disponibilità dei Cinesi è apprezzabile ed è già tanto.
Amico mio cinese, sconosciuto Ciang, Cing, Dong,Tse, Shek, o comunque ti chiami, dove sei?
 Ezio Scaramuzzino

domenica 18 giugno 2017

Niente e così sia


Quando, nel 1989, crollò l’Unione Sovietica, il politologo nippo-americano Francis Fukuyama proclamò solennemente, scrivendoci anche un famosissimo libro, La fine della storia. Rivista col senno di poi, si può dire che mai una simile affermazione risultò essere più fallace. E' vero che in precedenza c'era la contesa fra i due blocchi, ma l’equilibrio del terrore aveva ingessato la vita politica dell’Occidente ed aveva finito col bloccare ogni forma di evoluzione: si conviveva con un po’ di terrorismo, con gli scioperi a getto continuo, con gli autunni caldi che duravano un’intero anno, ma in fondo si continuava a vivere decentemente e dignitosamente. Anche l’allora Partito Comunista Italiano, che in teoria doveva costituire l’alternativa di regime ed in realtà agiva da Quinta colonna per conto dell’URSS, aveva finito con l’imborghesirsi e non rappresentava più una reale minaccia per la democrazia.
Dopo il 1989 invece niente è stato più come prima e l’evoluzione storico-politica ha assunto un andamento febbrile, a volte tumultuoso. Dopo il 1989 c’è stata la nascita del terrorismo islamico, che ha impresso una svolta drammatica alla politica del mondo intero; c’è stato il risveglio più o meno legittimo dell’Islam, che non riesce a convivere con le altre religioni ed anzi si pone spesso in alternativa esistenziale a tutte le altre confessioni religiose; c’è stato il dilagare dell’immigrazione clandestina, che sta sconvolgendo in maniera convulsa gli equilibri politici e demografici in tutto il mondo.
Qualcuno sostiene che si tratta di fenomeni epocali, ai quali sarebbe inutile opporsi: tesi discutibile e che non ritengo possa giustificare l’atteggiamento dell’Occidente, sempre incline ad assecondare e subire i fenomeni, oltre che incapace di un seppur minimo controllo e rinunciatario fino all’autolesionismo.
Fatto è che un tale atteggiamento rinunciatario è particolarmente grave nel nostro Paese, dove ormai l’azione del nostro Governo e dei maggiori responsabili politici ha chiaramente assunto le caratteristiche dell’autolesionismo e del masochismo sublimato fino a diventare filosofia di vita.
Le vicende relative all’approvazione dello Ius soli sono soltanto l’ultimo capitolo di una barbarie politica che può trovare una spiegazione solo nei condizionamenti determinati dalla follia. Si vuole regalare la cittadinanza italiana a folle sterminate di clandestini solo per averne un compenso elettorale, nella speranza che questi clandestini siano poi riconoscenti a chi questa cittadinanza ha regalato; si vuole trasformare l’Italia in una enorme clinica ostetrica, galleggiante nel Mediterraneo, in attesa delle partorienti in arrivo da tutto il mondo. Senza considerare che le nazioni, che in tempi normali hanno concesso lo jus soli, stanno affannosamente cercando di porre delle limitazioni e in molti casi stanno facendo una precipitosa marcia indietro; senza considerare ancora che la concessione della cittadinanza è un premio da dare alla fine di un impegno personale all’integrazione e non un regalo da fare in maniera preventiva ed indiscriminata all’inizio di un eventuale e del tutto aleatorio, improbabile percorso.
Detto questo, visto che i nostri governanti sono tutt’altro che disponibili a prestare ascolto alle critiche, anzi ostentano un’impermeabilità che rasenta il cinismo, che cosa resta da fare? Onestamente penso che, al punto in cui ci troviamo, ci sia da fare ben poco e che questo poco al massimo possa consistere in una difesa patetica e ormai disperata di quel che resta del nostro modo di vivere comune e soprattutto della nostra vita privata. Bisognava pensarci prima, probabilmente, ma non è stato fatto anche perché gli Italiani sono stati in un certo senso anestetizzati: uno sbarco qua, uno sbarco là, una cooperativa qua, una là, una leggina al giorno ed a poco a poco la situazione è diventata irreversibile, giusto come volevano coloro che a questo risultato miravano.
E poi non bisogna dimenticare che a tanti Italiani pare che questo andazzo sia gradito e d’altra parte non si possono spiegare diversamente i successi elettorali del Pd, primo responsabile di quel che sta avvenendo, e dei suoi alleati minori. Bisogna pur dirlo. Tanta gente in Italia vuole che l’Italia sia sommersa dalle ondate migratorie e dai nuovi Italiani acquisiti, perché, nonostante tutto, ora che la situazione è chiaramente delineata e nessuno può dire di non sapere, ancora nel nostro Paese c’è tanta gente che vota PD. E’ noto che circa un mese fa a Milano c’è stata addirittura una manifestazione in cui si invocava l’arrivo di un maggior numero di profughi e alla testa di questo corteo c’erano i massimi esponenti del Pd e alcune tra le massime autorità dello stato.
E allora, se a tanti Italiani tutto questo sta bene, rassegniamoci. Continueremo a vivere, peggio di prima certamente, ammesso che tanti Italiani possano vivere peggio di come già stanno vivendo adesso, ma continueremo a vivere. Probabilmente vivremo con un senso di stupita rassegnazione, di fronte allo sfacelo dell’Italia ormai ridotta ad una fogna, vivremo con dipinta sul volto la malinconia per un’Italia che sta scomparendo e che per molti aspetti è già scomparsa, ma continueremo a vivere.
 Dagli altri: dai nostri governanti che pensano solo al loro "particulare"; dall’Europa, anzi dalla Germania, che pensa solo a metterci con le spalle al muro; dalla Stampa e dalla TV ormai quasi tutta ridotta, tranne pochissime e proprio per questo lodevoli eccezioni, a fare da stampella e da menestrello del Potere; da quella che una volta era la Chiesa cattolica e dall’ineffabile Bergoglio, sempre prontamente schierato a difesa dell’Islam e dei clandestini, mai una volta a difesa dei Cristiani massacrati per il mondo; ecco, da tutti costoro, anche per ricordare un famoso libro di Oriana Fallaci  e come omaggio ad una indimenticabile scrittrice, che tutto questo aveva previsto in tempo, noi ci attendiamo una sola cosa: NIENTE E COSI’ SIA.
Ezio Scaramuzzino



mercoledì 14 giugno 2017

Le mie radici (poesia inedita) di Alfredo Giglio


Quando la mente tra ricordi arranca
Come l’onda che viene alla tornata
Sento ancor più che l’anima mi manca
Perché risorge una figura amata
Ch’al petto m’ha tenuto con diletto.
Il cor si stringe ed i pensieri avvince
Andando ai dì di quella fanciullezza
Che trasportato m’ha nei primi sogni
Ch’erano fatti sol di tenerezza.
Sento il profumo della primavera
Che più sbocciare ha visto il mio sorriso
E vedo quella mano delicata
Che terso m’ha le lacrime dal viso.
Una donna sempre esile e modesta
Che ricca ha reso l’esistenza mia
Con la fatica sua penosa e gretta
In quella casa misera e ristretta,
Priva di mezzi e ricca sol d’amici
Ove attecchite son le mie radici.
Ora che la mia pianta è più matura,
Piena di rami e con la scorza dura
Mi sento solo e sono inaridito,
Vieppiù piangente e sempre più smarrito.

Alfredo Giglio