martedì 19 settembre 2017

Frate Antonio (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino


Ero poco più che sedicenne e un giorno, di ritorno col pullman da Crotone dove frequentavo il Liceo, vidi in un angolo della cucina di casa mia un signore anziano, piccolo di statura e piuttosto magro ed affusolato, che non avevo mai visto in precedenza.
Era solo, in silenzio, seduto di fianco ad un tavolo e con davanti un bicchiere ed una bottiglia di vino, in buona parte già svuotata. Se ne stava con gli occhi semichiusi, come se avesse bisogno di dormire, e di tanto in tanto oscillava il busto e la testa, quasi non fosse capace di stare dritto, nemmeno seduto.
Gli diedi uno sguardo superficiale, anche perché l’immagine che me ne venne mi fu istintivamente sgradita, e proseguii verso il soggiorno, dove Franca, la giovane donna che aiutava mia madre nelle faccende domestiche, aveva già apparecchiato il pranzo per me, che ero l’ultimo della giornata ad essere servito dal momento che arrivavo troppo tardi.
Pranzai in perfetto silenzio e, prima di uscire da casa, non potei fare a meno di chiedere chi fosse quello sconosciuto. Lo chiesi a Franca, prima di chiederlo agli altri:
        -Chi è quello lì?
      -Zinni’ (così mi chiamava Franca), è arrivato stamattina e ne so ancora poco. Ha detto che si chiama Antonio, viene da Cerenzia, è un ex monaco francescano ed è stato scelto da tuo padre come guardiano della campagna.
     -E proprio quello lì doveva trovare? A me sembra solo un ubriacone e mi sa tanto che deve essere guardato lui.
      -Non ti so dire. Stasera ne sapremo di più.
Quando ritornai dopo un paio d’ore, lo sconosciuto era ancora lì, ma era chiaramente addormentato, ed io continuai a chiedermi come avesse fatto mio padre a trovare quel poco di buono.
Erano tempi difficili allora. Le campagne erano spesso abbandonate a se stesse, i sistemi di sorveglianza erano rudimentali ed inefficaci e più che altro ci si affidava alla compassione dei ladri e dei delinquenti, dai quali si sperava che, quando decidevano di arraffare, avessero il buon cuore di lasciare qualcosa anche per noi.
Ricordo, come fosse ancora oggi, mio fratello che, di ritorno dalla campagna, non appena arrivato a casa, ci dava le ultime notizie.
-Stanotte hanno rubato buona parte dell’uva da vendemmiare;
-Stanotte hanno rubato quasi la metà delle olive della prossima campagna olearia.
Ricordo però che la peggiore notizia era quella che riguardava gli animali.
-Hanno svuotato i pollai;
-Hanno rubato i due maiali.
Capivo perciò mio padre che si era deciso a procurarsi un guardiano, anche se nutrivo dubbi sulla validità della scelta. Quando a sera gli chiesi qualcosa, mi rispose tranquillamente.
       -Guarda che quello lì non ci costa quasi niente. Dorme nella casetta di campagna, non pretende un salario e vuole solo qualche bottiglia di vino, di cui pare non possa fare a meno. Lo so, è un rischio, ma è meglio che niente, perché intanto i ladri sanno che lì qualcuno c’è. Vediamo come va. Per intanto, più che continuare a rubarci non possono fare.
Continuai a restare perplesso, ma qualche mia perplessità incominciò a diradarsi già la sera stessa, quando potei parlargli per la prima volta. Si presentò e disse:
-Sono Frate Antonio dell’ordine dei Frati Minori Francescani e sono stato monaco nel convento di Pietrafitta. Ne sono uscito due anni fa a causa di un Superiore invidioso che mi ha accusato di varie nefandezze e scelleratezze.
-Quindi non sei più frate, sei un ex-frate.
-Ah, no. Lei deve sapere che Semel frater, semper frater (Frate una volta, frate per sempre).
Mi accorsi che parlava con una certa ricercatezza e si esprimeva in un Italiano abbastanza corretto. Poi mi dava del lei, cosa molto insolita dalle nostre parti, e infine conosceva il Latino, o almeno ne conosceva qualche frase, dal che dedussi che non doveva essere stato un monaco questuante, come da noi venivano definiti con una punta di dileggio i francescani di infimo ordine, ma che doveva aver fatto qualche studio.
Confesso che, a parte la storia del vino di cui non riusciva a fare a meno, l’impressione non fu del tutto sgradevole e suscitò in me una certa curiosità. Lo salutai sforzandomi di essere cordiale e mi riservai di conoscerlo meglio.
Circa un mese dopo andai in campagna per qualche motivo e mi accorsi che quei luoghi, che mi erano tanto cari e familiari, avevano subito una certa trasformazione e risentivano della presenza di Antonio. Sul tronco di molti alberi aveva attaccato con dei chiodini delle immaginette sacre; là dove i sentieri si incrociavano, aveva posto delle indicazioni con nomi chiaramente religiosi, come Sentiero dell’Immacolata o Sentiero di San Francesco; su un gigantesco cartello vicino alla casetta aveva scritto Ora et labora; anche sulle palette dei fichi d’india si potevano leggere frasi edificanti e su una lessi Ave Maria.
Nel pomeriggio volle per forza farmi da guida e mi condusse ad esplorare in giro tutte le sue innovazioni, che io finsi di apprezzare e di lodare, anche se in realtà mi sembravano solo povere elucubrazioni di una mente esaltata, se non proprio folle.
Poi mi condusse nella casetta, dove volle farmi vedere degli intrugli che a suo dire erano miracolosi. Aprì un vasetto e ne tirò fuori un mucchietto di ossa, che a me sembrarono comuni ossa di gallina o al più di tacchino per la loro grossezza.
-Vede queste ossa?, mi disse. Sono ossa di pipistrello e le ho rigorosamente raccolte nelle notti di plenilunio.  Non le dico come ho fatto a raccoglierle e dico soltanto che basta pestarne uno in un mortaio, poi si diluisce la polvere ottenuta con del latte d’asina e la bevanda è miracolosa per le donne che non possono avere figli.
-Vede questa polverina?, disse aprendo un altro vasetto. Questa polverina l’ho ottenuta triturando un cervello di cagna, ma solo dopo che ha partorito. Questa è utile per gli uomini che hanno certi problemi, quelli di una certa età soprattutto. Ma lei forse non può capire, perché è troppo giovane ancora e questi problemi certamente non ce li ha.
E poi mi mostrò altri intrugli, ossa e polverine, legati soprattutto alla soluzione di problemi della sfera sessuale-riproduttiva. Fingevo di essere interessato, chiedevo spiegazioni e lui sembrava un torrente in piena, incapace di fermarsi.
Alla fine rimasi quasi frastornato da tutte quelle parole e non nascondo che fui perfino sfiorato dal dubbio se i suoi fossero solo intrugli per i gonzi o se ci fosse qualche barlume di verità in quella che egli presentava come la sua personale clinica ostetrica-ginecologica in formato ridotto.
Dopo quel giorno non vidi più Antonio per parecchio tempo e a poco a poco finii col dimenticarlo.
Un giorno, mentre oziavo sulla veranda del bar Centrale ed ero intento ad osservare svogliatamente l’andirivieni delle persone nell’antistante Piazza Oberdan, vidi arrivare Peppe Nuccà.
Di lui ho già raccontato ampiamente in altre storie. Dico solo che Peppe, alquanto più grande d’età, era stato il confidente della mia fanciullezza, era stato colui che una volta furtivamente mi aveva introdotto in una casa d’appuntamenti e per molti aspetti mi aveva iniziato a quelli che per me erano ancora i misteri del sesso.
Ci salutammo affettuosamente, ci abbracciammo, volle per forza offrirmi un caffè e ci sedemmo ad un tavolino. Mi sembrò un po’ giù di tono, almeno rispetto a come lo ricordavo io, sempre allegro, sempre pieno di vita e felice di vivere. Non ci vedevamo da un paio d’anni.
-Dove sei stato negli ultimi tempi? E poi, che hai? Ti vedo un po’ abbacchiato, gli chiesi.
-Andiamo con ordine. Sono stato fuori, a Milano, a guadagnarmi qualche soldo. E difatti ho guadagnato bene, lavorando con l’Alemagna a produrre dolci e panettoni. Ma negli ultimi tempi mi è successo un guaio. Tu sai che, se c’è una cosa alla quale non riesco a rinunziare, sono le prostitute, ma, a furia di frequentarle, mi sono buscato una bella malattia, che mi sta causando vari problemi. Tranquillo! Non è quella che, come si chiama?, sembra il sibilo di un serpente, ma quell’altra, la lue, più semplice e meno grave, ma che con me non si sta rivelando tanto semplice.
-E tu, con tutti i medici che ci stanno a Milano, sei venuto a guarire qui da noi?
-E’ che a Milano ho già fatto tutto quello che era possibile fare. Sono stato dai migliori specialisti. Alla fine ho fatto instillazioni intrauretrali di Protargolo, che è considerato il miglior preparato per questa malattia. Ma con me non è servito a niente. A me è costato solo tante sofferenze ad ogni instillazione ed una montagna di soldi, perché a Milano gli specialisti costano, altro che. Sono disperato e sono disposto a tutto, pur di guarire.
-Mi dispiace per te. E ora che hai intenzione di fare?
-Non lo so nemmeno io. Hai qualche consiglio da darmi?
-Ma quale consiglio vuoi che ti dia? Io non ho mai avuto di questi problemi. Oddio, non so se può considerarsi un consiglio, ma una cosa da dirti ce l’avrei, poi decidi tu quello che vuoi fare. Io conosco una specie di guaritore, che ha tutta una serie di rimedi pratici per questo genere di problemi. Ovviamente non ti garantisco nulla e non so nemmeno se ha un rimedio per questo problema specifico. Ma tentar non nuoce. I medici e i grandi luminari li hai provati tutti, ti restano solo i guaritori e i ciarlatani. Di soldi ne spendi pochi e nella peggiore delle ipotesi resti come prima.
-Va bene. Fammelo conoscere subito. Ti ripeto che sono disposto a tutto, pur di guarire.
E fu così che gli organizzai un incontro con Fratello Antonio, ex monaco francescano, guardiano dei campi e presunto guaritore di problemi sessuali. Partimmo insieme una mattina di fine Agosto,  a piedi, attraversando strade interpoderali e qualche mulattiera e in meno di un’ora giungemmo a destinazione.
Lo intravidi da lontano e prendemmo ad osservarlo, senza chiamarlo e senza essere visti. Antonio ci era apparso dietro un albero e procedeva nei campi, saltellando come se danzasse, ed aveva a fianco un corvo che, saltellando per terra, sembrava voler tenere il passo. Mi ricordava San Francesco che predica agli uccelli in un dipinto di Giotto e di uccelli ce n’erano veramente tanti in quella splendida mattinata, tra passeri cinguettanti e gazze che in coppia volavano tra gli alberi, mentre un astore in alto sembrava scrutare la terra in cerca di prede. Un leggero vento moveva appena le cime degli alberi e, a guardare per terra, si poteva spesso avvertire il fruscio delle lucertole che si ponevano in salvo dietro i cespugli o nascondendosi tra l’erba folta.
Ma Peppe aveva ben altre preoccupazioni che non quella di ammirare le bellezze della campagna quella mattina e, insistendo, mi pregò di chiamarlo. Quando arrivò, glielo presentai e tutti e tre, insieme, ci dirigemmo verso la casetta e sedemmo su una panca all’ombra di un vasto fico.
Antonio andò a prendere una bottiglia di vino e tre bicchieri, ma finì col bere solo lui, dal momento che io e Peppe declinammo gentilmente l’invito. Poi volle conoscere l’intera vicenda e, quando credette di avere un quadro chiaro e completo della situazione, concluse:
-Si può fare, anche se ci sono alcuni problemi. Prima di tutto non è detto che si guarisca al primo colpo, nel qual caso bisogna ripetere la cura un mese dopo. Poi c’è da dire che la cura stessa è una delle più complicate, ma, tutto sommato, non è difficile portarla a compimento. Ascoltatemi bene.
Voi dovete essere qui di mattina, facciamo le nove, e lei, Peppe, deve aver bevuto non più di un caffè. Appena arrivato, deve bere una pozione che io le do e poi, completamente nudo, deve restare immerso fino al collo per circa un’ora in un calderone di acqua calda che noi avremo preparato nel frattempo e in cui avremo prima sciolto non meno di 5 kilogrammi di ortica e di malva. Intanto stabiliamo il giorno, facciamo il prossimo 20 Settembre. Dunque, per quel giorno voi dovrete portare un calderone, di cui io sono sprovvisto, legna abbondante per il fuoco, un grande treppiede e una scala con cui salire e scendere dal calderone. Procurate pure le erbe, anche se io non mancherò di trovarne e di fare la mia parte. Il pagamento è anticipato e sono cinquecento Lire.
Quando Peppe sentì che doveva stare per un’ora nel calderone, lo vidi impallidire un pochino.
-Ma se poi l’acqua dovesse essere troppo calda o troppo fredda, io come faccio a dirvelo?, disse.
-Nessuna preoccupazione, rispose Antonio. Io ti do un martelletto. Se l’acqua è calda, tu dai un colpetto e noi sottraiamo calore togliendo legna. Se invece l’acqua è fredda, tu dai due colpetti e noi aggiungiamo legna. Ricorda: acqua calda, un colpetto; acqua fredda, due colpetti.
Alla fine Peppe si lasciò convincere.
Nei giorni seguenti trovammo tutto l’occorrente, lo trasportammo in loco a dorso di mulo e per il grande giorno tutto fu pronto, compresa l’impalcatura col treppiede che doveva reggere il calderone.
Alle nove in punto eravamo in campagna da Frate Antonio. Peppe bevve la pozione, poi si spogliò completamente e, salito sulla scala, si calò nel calderone con l’acqua già intiepidita. Dopo un po’ sentimmo due colpetti: l’acqua era fredda e ci demmo da fare per aggiungere legna. Dopo circa dieci minuti un colpetto: l’acqua era troppo calda e ci affrettammo a sottrarre legna. Poi non sentimmo più nulla. Era passata circa mezz’ora dall’ultimo colpetto e tutt’intorno si sentiva solo il canto degli uccelli.
Forse Peppe era svenuto, o forse era morto perché, semplicemente, era rimasto bollito. Salii sulla scala per accertarmi e vidi che Peppe annaspava nell’acqua con un filo di voce, ma era vivo, vivo grazie a Dio. Di corsa scesi a togliere tutta la legna sotto il calderone, mentre Antonio mi gridava di non preoccuparmi più di tanto perché aveva visto casi peggiori. Poi risalii sulla scala e aiutai Peppe a scendere.
Ci fece impressione e restammo entrambi allibiti. Mai in precedenza, nel corso della mia vita, avevo visto un essere umano ridotto in quelle condizioni. Peppe, che già di per sé era piuttosto magro, sembrava un pollo lesso e ora che il calore dell’acqua aveva sciolto quel po’ di grasso che aveva in corpo, sembrava che la carne, ripiegata in sacche flaccide e cascanti, stesse per abbandonarlo e stesse per staccarsi dalle sue ossa.
Lo ricoprimmo con un lenzuolo, piano piano lo portammo in casa e lo adagiammo su un letto, dove, con qualche difficoltà, riuscimmo a rivestirlo. La sera, sul tardi, ritornammo lentamente a casa.
Dopo qualche giorno lo rividi di nuovo al Bar Centrale.
-Ma poi la cura del pentolone ha avuto effetto?, fu la prima cosa che gli chiesi.
Non rispose subito, ma, mentre prendevamo insieme una birra, fece un sorrisetto e disse:
-Certo che ha avuto effetto. Sono completamente guarito, guarito per sempre.
Sorrisi pure io nel sentirgli dire quelle parole, ma ora, a distanza di tanti anni, quando ripenso a quel fatto e a quelle sue parole finali, non sono poi tanto sicuro che le cose stessero effettivamente come lui voleva far intendere. Forse era guarito veramente, ma non è da escludere che la sua presunta guarigione fosse solo una conseguenza della sua paura: la paura di dover ripetere l’esperimento e finire veramente lesso come un pollo ruspante. Una cosa è certa: dopo d’allora egli non mi parlò più del suo malanno, né mai ne parlò ad altri, né mai, a quel che ne so, si rivolse a qualche medico. E da questo deduco che non è nemmeno da escludere che sia guarito veramente e che nel fondo del suo animo abbia sempre conservato un po’ di gratitudine a me, che lo avevo aiutato nell’impresa, e soprattutto a Fratello Antonio che di quella impresa era stato l’artefice e un indimenticabile protagonista.
Quanto a Fratello Antonio aggiungo solo che rimase a fare il guardiano nella nostra campagna per un paio d’anni ancora, poi, come improvvisamente era apparso, altrettanto improvvisamente un giorno scomparve. Dopo qualche mese che non lo vedevo, un giorno ne chiesi a mio padre.
-Come va con Antonio? E’ tanto che non lo vedo e non ne so niente.
-Non ne so niente neppure io. Qualche giorno fa siamo arrivati e non c’era. Lo abbiamo cercato e non c’era. E’ sparito ed ha fatto perdere le sue tracce, senza un avviso, senza lasciare un rigo. Così, semplicemente. Mi dispiace però. Aveva dei difetti, ma in fondo era una brava persona. E almeno per un paio d’anni siamo stati tranquilli.
Ezio Scaramuzzino

domenica 10 settembre 2017

Le ombre del passato (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino


Uno dei piaceri più frequenti di coloro che abitano di fronte al mare, e quindi hanno un panorama cosiddetto lungo, è quello di munirsi di un cannocchiale, o di un binocolo, e con questo osservare la distesa che si perde fino all’orizzonte. Se si è “fortunati”, si ha la possibilità di osservare “da vicino” spettacoli che diversamente sfuggono all’occhio nudo.
Io possiedo un binocolo Zeiss, con sopra stampigliata una Stella Rossa con Falce e Martello, che comprai circa trenta anni fa quando le prime bancarelle dei Polacchi traboccavano di materiale che i venditori garantivano come proveniente dai magazzini dell’ Armata Rossa, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del suo impero. Con questo binocolo mi piace di tanto in tanto osservare il mare: scandaglio a destra la zona di Capo Colonna con il suo faro, il Villaggio Casa Rossa sulla destra e poi lentamente sposto l’osservazione sulla sinistra, fino agli ultimi palazzi ed al "Lanternino", il faro piccolo, posto all’imboccatura del porticciolo turistico di Crotone.
Alcuni anni fa, poco più di dieci se ben ricordo, in un caldo pomeriggio d’estate, mentre il mio binocolo si spostava lentamente sul paesaggio, la mia attenzione fu colpita da una scena particolare: in fondo a sinistra, sulla terrazza dell’ultimo palazzo visibile, una signora stava stendendo dei panni. Mi soffermai ad osservarla mentre, con straordinaria lentezza, svolgeva la sua operazione ed ebbi la sensazione di conoscere quella signora. Misi a fuoco il binocolo per osservarne meglio il volto e la mia convinzione si rafforzò: io la conoscevo; non ricordavo chi fosse e dove l’avessi conosciuta, ma non avevo dubbi. Incominciai a frugare nella mia memoria, ma ogni tentativo fu inutile, anche se ero convinto che in qualche circostanza della mia vita ero venuto a contatto con quella donna.
La quale intanto, convinta di non essere osservata da nessuno, dopo avere steso i panni, dietro un lungo lenzuolo messo ad asciugare, incominciò a spogliarsi. Lo capii quando la vidi riapparire con un vecchio costume da bagno a due pezzi, che faceva evidente contrasto con il suo corpo affusolato, ma non più giovane: alzò le mani, poi stiracchiò le braccia, si guardò addosso, osservò in lontananza con lo sguardo apparentemente perso nel vuoto, infine si diresse verso una sdraio, sulla quale si allungò con l’intento evidente di prendere il sole e di abbronzarsi.
La mia curiosità era grande, come pure la mia voglia di focalizzare quel volto. Il giorno successivo, più o meno alla stessa ora, mi ritrovavo già con il binocolo puntato in quella direzione. Ma rimasi deluso: la corda dei panni era desolatamente vuota, la sdraio del giorno prima era raccolta ed appoggiata ad una parete e sul terrazzo non comparve nessuno. Lo stesso il giorno successivo e poi per alcuni giorni, anche  in ore diverse: quella signora sembrava svanita nel nulla, tanto che incominciai a chiedermi se per caso il mio non fosse stato soltanto un sogno o, forse, un’allucinazione favorita dal caldo opprimente dell’estate. Dopo circa una settimana, invece, fui più fortunato: si era verso mezzogiorno, io avevo appena puntato il binocolo, quando vidi aprire la porta di un abbaino e la signora apparve con una piccola cesta di panni da stendere. Si ripeté la scena della settimana prima: finito di stendere i panni, la signora si mise sulla sdraio per prendere il sole.
Ed intanto io mi arrovellavo per cercare di ricordare chi fosse. Mi capitava di pensarci spesso, in tutte le ore del giorno, ma niente: non riuscivo proprio a venirne a capo. Alla fine presi una decisione: stabilita l’esatta posizione del palazzo, una mattina mi avvicinai al portone d’ingresso e, senza che nessuno mi notasse, controllai l’elenco dei nomi sul citofono. C’era una sola scala e al quinto piano, l’ultimo, confinante col terrazzo, era indicato il cognome “Maggiolini”, senza l’aggiunta di altri cognomi, dal che si deduceva che la signora viveva sola. Ancora niente: quel cognome non mi suggeriva nulla. Il portone era socchiuso. Entrai con una certa circospezione e diedi una controllata alle cassette postali. Anche lì, su una di esse ed in corrispondenza del quinto piano, era indicato il cognome “Maggiolini”, ma questa volta con l’aggiunta di una “S.”. S. Maggiolini: chi era costei? S. Maggiolini…Fu un lampo: le tenebre della memoria furono squarciate e tutto mi fu chiaro.
Silvia Maggiolini era stata la mia professoressa di Storia dell’Arte, in Terza Liceo, al Pitagora di Crotone. Veniva da Firenze ed aveva avuto il suo primo incarico annuale. A Crotone aveva preso in fitto un piccolo appartamento, dove viveva insieme con il padre, un colonnello dell’esercito in pensione, che, dopo essere rimasto vedovo con quell’unica figlia, la seguiva dappertutto.
Ora bisogna sapere che allora, erano gli anni sessanta del secolo scorso, al Pitagora la Storia dell’Arte era considerata poco più che una materia facoltativa, come Religione o Educazione Fisica. Queste materie erano incluse regolarmente in orario, alla prima o all’ultima ora, ma semplicemente non si facevano.
Quando la Maggiolini arrivò al Pitagora, ignara delle consuetudini, si dimostrò piena di tanta buona volontà, ma, quando vide che gli alunni le impedivano letteralmente di fare lezione, non protestò, non ne parlò col Preside, decise di adeguarsi e rinunziò ad insegnare la sua materia.
D’altra parte lei era e si sentiva molto giovane ed era arrivata a Crotone, non con il fuoco sacro dell’insegnamento, ma con altre velleità e ben altre ambizioni. Era anche avvenente, aveva un portamento naturalmente elegante e tutto questo la rendeva interessante. Lei sapeva di essere osservata, se ne compiaceva ed aveva già deciso di prendersi dalla vita quei piaceri, piccoli o grandi che fossero, che la sua giovinezza e la sua bellezza non avrebbero mancato di farle intravedere. Unico ostacolo a queste sue intenzioni era il padre, uomo all’antica, ancora legato ad un mondo in via d’estinzione, che non mancava di sorvegliarla con un’assiduità ed un rigore, che a lei apparivano soffocanti e ai quali d’altra parte si sentiva incapace di ribellarsi apertamente.
A Crotone non era infrequente vedere la professoressa accompagnarsi talvolta ad alunni, che sembravano avere la sua stessa età, oppure aggirarsi disinvolta e felice a feste, ricorrenze e dovunque ci fosse da divertirsi.
Io, la prima volta che la vidi arrivare in classe, non potei fare a meno di apprezzarla, come tutti, dal punto di vista fisico. Non mi aspettavo di imparare da lei la Storia dell’Arte, perché immaginavo già come sarebbe andata a finire, e mi apprestai a seguirla con un misto di curiosità e di ammirazione.
Durante le sue due ore settimanali di tutto si parlava, tranne che di Michelangelo o di Picasso. Si parlava di gite scolastiche, di feste, di amicizie e lei non mancava di far notare che a Crotone la vita di relazione languiva e che in definitiva quella non era la vita che lei si sarebbe aspettata di poter vivere, quando aveva accettato quel trasferimento. Io, dal fondo della mia timidezza, mi limitavo ad ascoltarla, ad ammirarla segretamente, senza dimostrare alcun particolare trasporto.
Allora a Crotone nascevano le prime discoteche, ove si poteva ballare il rock e soprattutto il twist, l’ultimo ballo alla moda. A me non piaceva ballare, che anzi quell’agitarsi frenetico al ritmo di una musica ossessiva e ripetitiva mi dava l’idea di qualcosa di vagamente stupido e paranoico. Però ogni tanto andavo nelle discoteche, qualche volta in compagnia di un amico, perché quello, a Crotone, negli anni sessanta del secolo scorso, era forse l’unico modo di conoscere qualche ragazza e sperare che ne venisse fuori qualcosa.
Una sera, in una discoteca, scorsi da lontano la Maggiolini. Feci finta di non vederla, ma fu lei a notarmi ed a venirmi incontro: era sola, o almeno così sembrava.
-Ah, fece, che ci fai qui? Ogni tanto pure tu lasci i libri!
-Vero, prof, anche io ogni tanto penso a divertirmi. Faccio quello che posso.
-Perché non mi fai ballare? O ti chiedo troppo?
-Troppo?! Anzi, sono lusingatissimo. Però io non sono molto bravo, ci tengo a dirlo.
-Non importa. Ora mi serve che tu mi faccia ballare. Vedi quel tipo con i baffetti ed i capelli tutti impomatati? Mi sta opprimendo da un’ora e debbo liberarmene. Dai, datti da fare!
Quella sera ballai ininterrottamente con la prof, che non accennava a mollarmi. Ogni tanto mi giravo a guardare intorno e potevo notare il tipo con i baffetti, che lanciava occhiate di fuoco verso di me e che non avrebbe esitato a strozzarmi, se solo mi avesse avuto tra le mani. Alla fine ero stanco e felice e, da perfetto, precoce gentiluomo, non mancai di accompagnare la prof a casa sua, salutandola cordialmente e rispettosamente davanti alla soglia.
Quella serata era da me considerata un capitolo aperto e chiuso, né avrei mai osato sperare che potesse ripetersi. Fu la Maggiolini a riprendere quel discorso interrotto, quando un giorno, all’uscita da scuola, mi sentii chiamare da dietro. Mi girai, era lei.
-Ezio!
-Dica, prof!
-Perché non vieni a trovarmi un giorno a casa?
-Non oso farlo, prof, ma lei non immagina quanto mi farebbe piacere.
-E adesso puoi farlo, sono io che te lo chiedo.
Ero emozionato per quella richiesta, non tanto perché coltivassi delle illusioni, ma solo perché l’idea di poterle essere vicino in ore che non fossero solo quelle scolastiche mi riempiva di gioia e anche di un sottile sgomento. Concordammo per il pomeriggio di quello stesso giorno. Lei continuò:
-Sai che mio padre vive con me. Lui è molto rigoroso ed arcigno. Se per caso ti chiede qualcosa, dirai che sei venuto per delle ripetizioni. Portati un libro e l’occorrente per il disegno geometrico. Ciao.
-Buon giorno, prof. Ad oggi pomeriggio.
Alle 16 in punto di quello stesso giorno stavo bussando alla porta della famiglia Maggiolini. Fu lei stessa ad aprire e ad accompagnarmi all’interno. Attraversammo una piccola sala dove, in un angolo, seduto su una poltrona, un anziano signore stava leggendo il giornale. Era il padre della prof, ovviamente, che io non avevo mai visto in precedenza, ma che mi apparve proprio per come lo immaginavo. Sembrava una di quelle figure rappresentate nei vecchi ovali che si usavano agli inizi del secolo. Era un uomo anziano, precocemente invecchiato, con i capelli lisci e bianchissimi, il volto sottile, gli occhiali a pince-nez. Mi vide e, senza tanti preamboli, puntandomi con un bastone che teneva vicino, mi chiese:
-Chi sei tu?
-Buon giorno, colonnello. Sono un alunno di sua figlia, mi chiamo Ezio, Ezio Scaramuzzino.
-Ah, bene! E che sei venuto a fare?
-Avevo bisogno di alcune ripetizioni e la professoressa sua figlia si è detta disponibile.
-Ah, bene. Buon giorno!
-Buon giorno, colonnello.
La prof, con un po’ di trepidazione, mi introdusse in uno studio, dove erano sistemate alcune sedie intorno ad un tavolo. Ci sedemmo. La lezione, che io speravo la prima di una lunga serie e che invece si sarebbe rivelata la prima ed ultima, incominciò a bassa voce.
-Mi puoi chiamare Silvia, se vuoi. Almeno qui, fuori dalla scuola.
-Preferisco chiamarla prof, se me lo concede. Non mi viene di chiamarla di nome.
-Vedo che hai portato l’album. Come te la cavi col disegno?
-Male. Non ho mai disegnato nulla e non saprei disegnare nemmeno un uovo.
-Non è difficile. Basta esercitarsi e comunque ti insegno io.
Aprii l’album, afferrai una matita. Lei prese la mia mano, dolcemente, la accarezzò. Il cuore mi batteva forte e credo di essere arrossito, ma lei era tranquilla, parlava con voce suadente e modulata. Io avvertivo il suo respiro sfiorarmi il volto, credevo di sentire il battito tranquillo del suo cuore. Lei parlava, parlava, ma io non ascoltavo più di tanto le sue parole e, se anche le ascoltavo, non capivo quel che diceva. Avvertivo inoltre chiaramente, con un piacere talmente intenso da sembrare quasi doloroso, il calore della sua gamba che, muovendosi lentamente, si avvicinava ripetutamente alla mia. Lei mise la sua mano tra i miei capelli, li arruffò, scompigliandoli. Poi la sua mano scese sul mio volto, lo accarezzò, lo girò verso di sé ed appoggiò la sua guancia sulla mia, le sue labbra sulle mie.
Credo che quello che succede in genere quando un marito trova la moglie in flagrante adulterio, non sia molto diverso da quanto successe quel giorno, in quella stanza, quando improvvisamente la porta si aprì e sulla soglia apparve il colonnello che si mise a gridare e rovesciare tutto come un ossesso.
Io mi destai bruscamente e violentemente dal sogno in cui mi stavo cullando e, istintivamente, pensai prima di tutto a mettermi in salvo. Lasciai libro ed album e mi preparai alla difesa, mentre Silvia correva a richiudersi in un’altra stanza, ben consapevole, probabilmente, di quello che le sarebbe toccato. Il colonnello menava fendenti a destra e a manca con il suo bastone e fortuna che era senza i suoi occhiali, perché tutti i suoi colpi andavano a vuoto e per me fu molto facile evitarli, mentre ne pagarono le conseguenze il tavolo con un vassoio sopra, che finì in pezzetti, ed alcune sedie che finirono malconce.
Ad un certo punto il colonnello bloccò un’ uscita con una poltroncina e girò intorno al tavolo con l’intento evidente di afferrarmi. Ma io scivolai sotto il tavolo e da lì riuscii a scappare, spalancando la porta che era rimasta socchiusa e cercando di pormi in salvo. Il colonnello, da perfetto stratega, capì che la battaglia con me era da considerarsi persa, ma non si rassegnò e ricorse alla sua arma finale. Roteò il bastone e lo lanciò contro di me. L’arma sibilò, mi sfiorò, mi mancò, ma finì tra i miei piedi che stavano facendo di tutto, senza riuscirci, per evitarmi una brutta fine. Incespicai, caddi disteso per terra e mi vidi il colonnello addosso. Mi divincolai, feci per rialzarmi, ci riuscii, ma, contemporaneamente, avvertii la dolorosa sensazione di un calcio assestato perfettamente nel didietro e di cui, ancora oggi, a distanza di tanto tempo, conservo nitidamente il triste ricordo.
Non misi più piede in quella casa, non ebbi il coraggio di affrontare con la prof il discorso del suo terribile padre e d’altra parte anche lei si guardò bene dal parlarne. Alla fine dell’anno scolastico ognuno prese la sua strada e, per quello che ne seppi in seguito, anche la prof si trasferì verso altri lidi a lei più congeniali.
Tutti questi fatti erano avvenuti nel Marzo del 1962. Ora, a distanza di oltre quaranta anni, mi ritrovavo a leggere su una targhetta “S. Maggiolini” e tutto un mondo di ricordi, di illusioni, di sensazioni, riaffiorava nella mia mente.
Avevo voglia di rivedere quella donna, chiederle che cosa aveva fatto, come era vissuta, perché era ritornata a Crotone. Nei giorni successivi studiai un piano che mi consentisse di rivederla senza eccessive complicazioni. Le scrissi una lettera.
Alla esimia professoressa Silvia Maggiolini. III traversa Interna Marina, 42  88900 Crotone
Sono un suo ex alunno di Terza Liceo al Pitagora di Crotone, Ezio
Scaramuzzino, e spero che lei si ricordi di me. Ho saputo per caso che da qualche tempo lei vive a Crotone. Mi farebbe tanto piacere rivederla. Se fa piacere pure a lei, può chiamarmi al seguente numero 338….. Cordiali saluti.
Dopo qualche giorno la chiamata ci fu e concordammo una visita per il pomeriggio. Quando mi apprestai a premere sul citofono, mi accorsi che ero perfettamente tranquillo e d’altra parte avevo anche io la mia bella età ed era già da un pezzo finito il tempo delle passioni e delle tempeste giovanili. Ero solo curioso, di sapere, di vedere, di ascoltare.
Quando lei venne ad aprirmi, avevo intenzione di limitarmi a stringerle la mano, ma lei mi abbracciò e mi baciò, costringendomi quasi a fare lo stesso. Quella che era davanti a me era la famosa professoressa Silvia Maggiolini, chiaramente invecchiata e decaduta, ma che ancora lasciava intravedere tra le prime rughe del volto e nella magrezza delle sue dita affusolate gli ultimi tratti della bellezza perduta e del suo lontano fascino giovanile.
Aveva una voce strascicata e quasi rauca e mi parve anche di notare un leggero tremolio della mano sinistra. Vista da vicino, proiettava fuori di sé quasi un senso di stanchezza dolente, una rassegnazione, un senso di abbandono e di sfinimento, tipico di chi ormai non ha o non vuole chiedere più niente alla vita.
Mi aspettavo tutt’altro e rimasi un po’ sconcertato. Silvia intanto mi accompagnava lungo il corridoio, fino ad un soggiorno dove mi fece sedere, dicendo che andava a prepararmi un caffè.
Mentre ero solo, mi guardai attorno: per quel po’ che avevo visto, dovunque avevo notato e continuavo a notare confusione e abbandono, un senso di incuria e di indigenza, se non proprio di povertà e miseria. Quando ritornò con il caffè, avrei voluto chiederle tante cose, ma mi sentivo in imbarazzo, non sapevo da che parte incominciare e mi accorsi che un nodo alla gola e un po’ di inattesa emozione mi impedivano di profferir parola.
Fu lei che incominciò a parlare a briglia sciolta, senza che io la interrompessi, e mi raccontò tutto.
-Io mi ricordo molto bene di te, Ezio. Eri un ragazzo studioso, uno tra i più studiosi, ma con me non c’era da studiare, perché io mi aspettavo che fosse la vita ad insegnarvi quello che è indispensabile. Immagino che tu ti sarai meravigliato di ritrovarmi in queste condizioni, delle quali un po’ mi vergogno anche io, ma la vita non è stata clemente con me.
       Quando, dopo solo un anno, sono andata via da Crotone, ho avuto un incarico a Busto Arsizio. Crotone però ci era rimasta nel cuore, nonostante tutto, e proprio qui, con i suoi risparmi, poco prima della partenza mio padre aveva comprato, per fortuna, una casa, questa nella quale oggi vivo e che è l’unica cosa che ho ereditato e che mi è rimasta.
A Busto Arsizio, come purtroppo spesso mi capitava nella vita, incominciai ad annoiarmi e quasi ogni pomeriggio prendevo il treno per Milano. Qui conobbi Carlo, uno degli esponenti di spicco della Mala milanese, la Mala di quel tempo, la Mala che si limitava ai furti, alle rapine, alle truffe, quando l’uso della pistola era ridotto al minimo e i tempi di Vallanzasca e di Turatello erano ancora di là da venire. Carlo era bello come un angelo, era giovane, pieno di vita, generoso e, nonostante sapessi perfettamente quel che faceva, me ne innamorai perdutamente e, abbandonato il mondo della scuola, finii con sposarlo, con sommo dispiacere di mio padre, che ne morì di crepacuore. Furono anni folli e noi eravamo belli e dannati, come in un romanzo di Fitzgerald. Ma tutto finì in tragedia. Mio marito morì sull’autostrada a 200 all’ora, mentre cercava di sfuggire ad un inseguimento della polizia ed io stessa, che ormai ero entrata nel giro, poco dopo finii in carcere per uso, detenzione e spaccio di cocaina. Quando, dopo cinque anni, ne venni fuori, ero disperata e sola e, dopo essere vissuta di espedienti per alcuni anni, decisi di ritornare a Crotone, a vivere in questa casa ereditata. Ora vivo, si può dire, a spese della Caritas, che mi fornisce dei vestiti per tutte le stagioni ed ogni tanto un pacco di viveri, con cui riesco a tirare avanti, alla meno peggio. Di mio faccio poco: riesco a guadagnare qualcosa vendendo immaginette sacre, che garantiscono miracoli. Anzi, ora te le faccio vedere e ne devi comprare qualcuna anche tu.
Si alzò e riapparve poco dopo con uno scatolo di scarpe. Ne tirò fuori immaginette di ogni tipo e di ogni dimensione.
-Ecco, vedi, questa te la raccomando, è utile per i bambini, per proteggerli dalle malattie. Quest’altra, invece, protegge dai tumori e dalle malattie del cuore. Costano poco e poi a te qualcuna posso anche regalarla, in più.
Mi accorsi che farneticava, parlava a ruota libera e non riusciva a trattenersi. D’altra parte non volevo umiliarla e cercavo di dimostrare che non avevo fretta.
Mi finsi interessato alla sua mercanzia, anzi feci finta di tirare anche sul prezzo. Alla fine le lasciai cento euro sul tavolo e mi alzai, dicendo che per me era ora di andare. Dimenticai volutamente di prendere le immaginette. Avevo la morte nel cuore. Lentamente mi avviai verso l’uscita e, giunto sulla soglia, l’abbracciai e la salutai. Mentre lei biascicava alcuni saluti, mi affrettai a scendere le scale, invece di attendere l'ascensore, e intanto altri ricordi, di altri saluti, riaffioravano nella mia mente. Mi rivedevo a diciassette anni, dopo una serata in discoteca. Lei, giovane e bella, rientrava a casa ed io mi allontanavo da lei, scomparendo nel buio della notte, con il dispiacere di doverla lasciare.
Ezio Scaramuzzino

mercoledì 30 agosto 2017

Perché NO allo jus soli


Diciamocelo chiaramente. L’Italia è già in brutte, anzi bruttissime acque. Anche per mantenere l’immagine della navigazione, basta ricordare che già settecento anni fa Dante Alighieri la considerava “nave sanza nocchiero in gran tempesta” e noi possiamo considerarlo pure fortunato, perché non ha avuto la ventura di conoscere l’Italia dei nostri tempi.
Che poi, diciamoci ancora questo chiaramente, esiste ancora l’Italia? Quello che si presenta ai nostri occhi è un Paese degradato, una sorta di discarica a cielo aperto, dove imperversano bande di clandestini, dove la legge e l’ordine sono un optional, dove intere zone si sottraggono ad ogni controllo, dove il debito pubblico aumenta giorno per giorno e la povertà assoluta aggredisce un numero sempre più alto di famiglie: il che ci rende, agli occhi del mondo intero, una specie di paese dei campanelli dove è lecita ogni soperchieria e dove 70 milioni di abitanti si agitano sull’orlo di un abisso che sta per travolgerci tutti.
In questa situazione di totale sbandamento l’ineffabile PD, massima sciagura che possa capitare ad un popolo, non ha trovato di meglio che mettersi in testa di approvare lo jus soli, la legge per cui chiunque nasca in Italia è automaticamente cittadino italiano. Già l’attuale, permissiva legislazione concede la cittadinanza abbastanza allegramente ed è inutile dire che lo jus soli sarebbe solo il colpo decisivo per far scomparire ciò che resta del popolo italiano entro una generazione.
E poi immaginiamo le conseguenze. Già oggi una discreta percentuale dei clandestini è formata da donne incinte che giungono qui da noi con il dichiarato intento di avvalersi di tutti i vantaggi e di tutte le provvidenze che il nostro umanitarismo straccione e cialtrone riserva solo ai clandestini, non certo a chi ha la sventura di essere italiano. Con l’approvazione della legge l’Italia diventerebbe una gigantesca clinica ostetrica, galleggiante e distesa nel Mediterraneo, a disposizione di tutte le donne incinte del pianeta, che sarebbero ben liete di correre da noi, partorire a spese nostre e regalarci i loro pargoli, destinati ad essere mantenuti a spese della collettività.
Penso sia il caso di svegliarsi e di mobilitarsi, prima che qualcuno incominci a sparare, cosa che, con questo andazzo, temo inevitabile. Vi sono momenti nella vita, diceva Oriana Fallaci, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo, un dovere morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre. Queste cose la Fallaci diceva e scriveva in La rabbia e l’orgoglio. Ma quante cose, quanti morti, quante tragedie davanti ai nostri occhi impotenti e per converso quanta viltà, quanti ciarlatani, quanti buffoni sono apparsi  e continuano ad apparire da allora! Sembra sia passato un secolo dall’apparizione di quel famoso e straordinario libro ed invece era solo sedici anni fa, nel 2001.
Oggi, purtroppo, le cose sono nettamente peggiorate rispetto a quando la Fallaci era in vita e penso che parlare non basti più. In un Paese come il nostro c’è come Presidente della Repubblica un personaggio inutile come Mattarella, come leader politico un personaggio comico come Renzi, come Presidente della Camera un personaggio pericoloso e funereo come la Boldrini. In un Paese come il nostro le varie TV possono esibire come guru un presunto scrittore come Saviano, condannato per plagio. In un Paese come il nostro quattro clandestini nordafricani possono ridurre in fin di vita un turista polacco, violentare selvaggiamente la sua fidanzata, violentare poi un trans e infine sparire e sperare di farla franca. In un Paese come il nostro un mediatore culturale musulmano (quello che dovrebbe favorire l’integrazione dei clandestini) può impunemente dire che non c’è nulla di male nella violenza contro le donne, perché “all’inizio fa male, ma poi, quando il pisello entra, la donna si calma e gode come in un rapporto normale”. In un Paese come il nostro la succitata Boldrini, una che rilascia dichiarazioni a raffica su qualunque scemenza, non ha nulla da dire sulla violenza contro la turista polacca, perché, sostiene, “non è compito suo commentare i fatti del giorno”.
Ecco, in un Paese  come questo, è necessario agire, è necessario che ognuno di noi si renda chiaramente conto della sciagura che sta per colpirci ed agisca di conseguenza. E’ necessario per un po’ mettere in secondo piano il campanile e il Palio di Siena, la Juventus, il Milan e la finale di Champion's, la pizza e la canzone napoletana, Belen Rodriguez e Barbara d'Urso, L'isola dei famosi e Amici di Maria De Filippi: qualcosa di più urgente e drammatico bussa alla porta del nostro comune destino. Poi, magari, riprenderemo a litigare e ci manderemo affanculo a vicenda, ma per adesso pensiamo a mobilitarci. Ed a difenderci. Amen.
Ezio Scaramuzzino

Fuori post.
Minniti ha sostenuto ieri che si è deciso ad intervenire sul problema dell'invasione dei clandestini, quando un mese fa ha capito che la situazione era insostenibile e che era in pericolo la tenuta democratica dell'Italia. Però, eh, 'sti comunisti! In genere impiegano vent'anni a capire le cose, però alla fine ci arrivano pure loro.


domenica 27 agosto 2017

Chi è Marco Minniti?

Non è il caso di entusiasmarsi troppo per quello che fa Marco Minniti, il Ministro dell’interno. Già fare meglio dell’incapace e corrotto-corruttore Angelino Alfano non dovrebbe essere difficile per nessuno, ma mettersi a tesserne le lodi mi sembra esagerato. Appena nominato Ministro, qualche mese fa, Minniti ha espresso idee di buon senso sul problema dei clandestini (io continuo a chiamarli così, anche se il pensiero unico  della democrazia a taglia unica imporrebbe di chiamarli “profughi” o “rifugiati”), ma non ha poi dato seguito alle sue parole, consentendo il perpetuarsi dell’invasione ed il conseguente caos. Quando finalmente ha deciso di agire concretamente, perché anche lui ha capito che così non poteva assolutamente più continuare, checché ne dica il signor Bergoglio, ha avuto bisogno dell’iniziativa di qualche procura siciliana che si è messa ad indagare su quelle autentiche fabbriche di delinquenti che sono le ONG cosiddette umanitarie. Attualmente l’invasione può considerarsi in buona parte sospesa, ma solo perché Minniti ha pagato vari miliardi di euro al governo di Tripoli, suscitando le ire del governo di Bengasi, che, giustamente, pretende pure la sua parte di bottino.
Che di Minniti non ci si possa fidare lo si è visto in occasione dello sgombero del palazzo occupato abusivamente dai clandestini a Roma in via Curtatone. Dopo un primo affondo della polizia, con conseguente resistenza violenta dei clandestini e gravi episodi di guerriglia urbana, sono incominciati in lui i distinguo, gli scrupoli, i ripensamenti e i pentimenti. Alla fine se n’è uscito col dire che gli sgomberi sono sospesi, tranne nel caso che preventivamente non siano stati trovati locali idonei per chi dovesse essere sgomberato: amene decisioni dell’ameno governo dell’amena Italia dei giorni nostri. D’ora in poi chi non ha un alloggio  nella nostra amena Italia è autorizzato ad occupare abusivamente, tanto poi non lo possono cacciare se prima….?
Non nascondo che anche io ero stato tratto in inganno, seppure con qualche riserva, dalle prime dichiarazioni di Minniti all’atto della formazione del nuovo Governo. Ma ora, come tanti, mi chiedo da che cosa sia determinato questo suo ondivago agire, questa sua continua indecisione, questo suo profferire solo buone intenzioni che poi non approdano a nulla.
Alcuni sostengono che Minniti sta solo preparando il suo futuro politico (a sessantun anni?). Egli esprimerebbe posizioni che appaiono “di destra”, anche se poi tutto finisce lì, perché ambirebbe a porsi come futuro capo di un eventuale governo di coalizione. Può anche darsi che sia così, anche se giocare con il futuro e la pelle degli Italiani, per ambizioni personali, non mi sembra il miglior viatico per uno che aspiri a diventare leader, di un partito, di un governo, di uno stato.
Io darei però un’altra spiegazione, più terra terra. Minniti, pur con tutto il suo velleitario decisionismo, pur con qualche buona idea, destinata sistematicamente a finire nel nulla, è pur sempre un comunista ed un comunista, molto più di quanto avvenga in qualunque altro partito, sente fortissimo l’istinto gregario (e “gregario” viene da “gregge”), anzi si può tranquillamente dire che questo istinto fa parte del suo DNA politico. Se sei criticato a sinistra, se i compagni non  apprezzano le tue decisioni, sei finito. E Minniti non vuol finire, anzi, ora che ci ha preso gusto, vuole continuare. Quindi le buone idee, quando gli vengono, durano poco e, specie se sono criticate dalla compagnia di giro che pencola a sinistra, evaporano con la stessa facilità con cui gli erano venute. D’altra parte egli proviene dalla scuola di Massimo D’Alema (è stato suo sottosegretario alla Presidenza del consiglio) e D’Alema, da perfetto e coerente comunista, era ed è maestro nell’arte della simulazione e della dissimulazione, era ed è convinto che la sua verità è rivoluzionaria e che se i fatti non si accordano con la teoria, tanto peggio per i fatti. Lo stesso, nel suo piccolo rispetto al maestro, fa e pensa Minniti. Amen.

mercoledì 16 agosto 2017

L'eredità (racconto inedito) di Ezio Scaramuzzino


Mario Fusaro era orfano di padre e di madre. Il padre era morto in guerra, o meglio era da considerarsi disperso, come dicevano le autorità militari nella lettera ufficiale dell’Agosto 1942, con cui comunicavano che se ne erano perse le tracce sul fronte russo. La madre, vedova di guerra, gli era sopravvissuta pochi anni, perché nell’ inverno del 1946 era deceduta in seguito alle complicazioni di una polmonite.
Mario quindi era rimasto orfano all’età di diciotto anni e riusciva a tirare avanti solo con la modestissima pensione di guerra che lo stato gli corrispondeva. Con quella non avrebbe potuto durare a lungo, se non fosse che anche il Comune di Scandale, tramite l’E.C.A, Ente Comunale di Assistenza, provvedeva di tanto in tanto a rifornirlo di qualche bene di prima necessità.
A dire il vero c’era in paese anche uno zio, fratello della madre, zio Paolo, che avrebbe potuto assisterlo, tanto più che era uno degli uomini più ricchi del paese e, cosa che in casi simili non guasta, non si era mai sposato e non aveva figli. Zio Paolo sembrava un novello Mazzarò: come il personaggio verghiano aveva incominciato quasi dal niente, ma, a poco a poco, con la sua testa di contadino con le scarpe grosse ed il cervello fino, all’età di sessanta anni si ritrovava proprietario di molte case del paese e di buona parte degli oliveti che lo circondavano. Mogli non ne aveva volute.”Perché mettersi un’estranea in casa? E poi le donne basta pagarle”, era solito ripetere. E forse non aveva tutti i torti, perché le malelingue gli attribuivano varie relazioni, ma tutte occasionali e non impegnative.
A chi avrebbe dovuto lasciarli i soldi zio Paolo? Non aveva moglie, non aveva figli, aveva solo quel nipote, che con la sua muta e costante presenza gli ricordava fastidiosamente i legami della parentela e il dovere morale dell’assistenza. Ma da questo orecchio lo zio non ci sentiva: non lo aveva voluto in casa, non lo assisteva e solo di tanto in tanto faceva vaghe promesse di benefici, che, a sentire lui, si sarebbero concretizzate al momento opportuno. Lo zio lo detestava anche perché lo considerava un fannullone capace soltanto di piangere miseria.
Solo una volta, qualche anno prima, tra i due c’era stato un colloquio, quando si erano per caso incontrati per strada e lo zio lo aveva fermato bruscamente.
-Ehi tu, ci sarebbe da raccogliere le ulive in campagna, ti interessa guadagnare qualche soldo?
-E quanto mi dai?, zio
-Quanto do a tutti gli altri, cinquanta lire al giorno.
-Bah, ci penso, zio. Sai, io non sono abituato a stare curvo e soffro pure di schiena. Ci debbo pensare.
-Ah, ho capito.
-Comunque grazie, zio. Ti faccio sapere.
Mario in effetti non faceva molto per guadagnarsi la fiducia e la simpatia dello zio, non tanto perché non volesse, ma proprio perché non ne era capace: la natura non lo aveva certo favorito quanto ad intelligenza ed egli si era assuefatto alle circostanze con passiva rassegnazione.
Viveva da solo, faceva tutto da solo, non aveva vere amicizie e dormiva da solo nel lettone dei suoi genitori. L’unico lusso che si permetteva era quello di arrivare al bar Centrale, ma non per bere una birra, cosa che oltre tutto non si poteva permettere per la cronica mancanza di soldi, ma solo per mettersi ad osservare da dietro le spalle quelli che giocavano a Briscola o a Tressette.
Lo faceva d’estate e d’inverno, con il caldo e con il freddo, con la pioggia e con il bel tempo, quasi ogni giorno dell’anno alle tre del pomeriggio. Era puntuale come una cambiale e c’era chi, scherzando, diceva che con il suo arrivo al bar si potevano addirittura regolare gli orologi. Si piazzava in piedi, alle spalle di un giocatore, senza dire una parola, senza fare un commento, impassibile come una statua, e con il suo inerte atteggiamento alimentava seri dubbi sulla sua capacità di capire, o almeno di seguire, le fasi e l’andamento del gioco. Dopo un paio d’ore, così come era venuto, silenziosamente e con un discreto cenno di saluto se ne andava, per riapparire puntuale il giorno successivo. Nessuno si infastidiva per la sua presenza e molti non ci facevano nemmeno caso, considerandolo alla stregua di un pezzo d’arredamento del locale o di una parte del paesaggio.
Mario ritornava a casa quasi rasentando i muri e scambiando rare parole con chi incontrava, poi preparava la cena, rassettava, puliva quel che c’era da pulire e alle otto di sera, in qualunque stagione, era già a letto.
Spesso al mattino era possibile vederlo seduto davanti alla porta della sua casa, ad osservare quelli che passavano ed a scambiare rare parole di saluto con i contadini che andavano e venivano dalla campagna. Chi lo osservava spesso nutriva un sentimento di commiserazione per la sua solitudine, per la sua povertà, ma senza esagerare in tal senso, perché al paese tutti sapevano che c’era sempre zio Paolo, lo zio ricco, che prima o poi doveva pur passare all’altro mondo e rendere meno precaria la vita del nipote.
Una volta Mario si fece coraggio ed entrò a Crotone nel casino di Giuseppina Balestrieri, Mamma Pina, come tutti la chiamavano. La ragazza che lo accolse notò la sua goffaggine e gli chiese se era la prima volta. Tutto sommato Mario trovò la cosa di suo estremo gradimento. L’unica cosa che gli dispiaceva erano le quaranta lire che aveva dovuto pagare per la marchetta e che per lui rappresentavano un’enormità, oltre a fargli capire che per lui il casino era un lusso che difficilmente si sarebbe potuto permettere un’altra volta.
Poi Mario, nell’attesa che lo zio si decidesse a compiere il grande passo, concepì l’idea di trovarsi una moglie. Capì inoltre che, per trovarsi una moglie, doveva prima trovarsi una fidanzata e che, per trovarsi una fidanzata, doveva prima trovare una donna che accettasse l’idea di vivere con lui. Rifletté a lungo sul problema, scartò varie ipotesi e concluse che l’unica che poteva fare al caso suo era Franceschina.
Franceschina era una bella donna, un po’ più grande di lui quanto ad età ed abbastanza disinibita per quei tempi, tanto che spesso andava in giro da sola non facendosi scrupolo di ostentare vistosamente le sue grazie e di attaccare discorso anche con gli uomini, con grave scandalo dei benpensanti.
Mario, dopo aver riflettuto a lungo, decise di affrontarla.
Un giorno, mentre era seduto davanti alla porta di casa, la vide arrivare. Nell’attesa capì che quello era il momento decisivo; “adesso o mai più”, si disse. Cercò di trovare due parole acconce, provò a ripeterle mentalmente, ma, quando  finalmente si sentì calmo e rilassato, si accorse che Franceschina era già irrimediabilmente passata, senza far caso a lui. Si sentì perduto, ma, ritornato in sé, decise di non darsi per vinto: affrettò il passo e si mise quasi ad inseguirla. Quando fu a qualche metro da lei,
-Franceschinaaa, gridò.
Franceschina trasalì, si girò di scatto e gridò-Che è successo?
-Franceschina, mi vuoi sposare?
-Come? ti voglio sposare?!
-Sì, Franceschina, mi vuoi sposare?
-E così me lo chiedi?
-E come te lo debbo chiedere?
-E come campiamo? Con la misera pensione che ti passa lo stato?
-Ma un giorno sarò ricco, lo sai. Lo sanno tutti.
-Ecco, hai detto bene. Un giorno sarai ricco. Ma allora aspettiamo che diventi ricco e poi ne parliamo.
Da quel giorno Mario si considerò il fidanzato ufficiale di Franceschina. Per il matrimonio c’era solo un piccolo problema da superare: era necessario che zio Paolo si decidesse a tirare le cuoia, cosa che sarebbe accaduta quanto prima, dal momento che lo zio aveva superato i sessanta e quindi non gli restava molto da vivere.
Il giovane apparve ringalluzzito dal suo nuovo status e volle anche darsi un tono. Incominciò a dire qualche parola in più con gli estranei, prese a curare di più la sua persona ed un giorno arrivò perfino a presentarsi dal barbiere, cosa che aveva sempre evitato in precedenza, perché i capelli era abituato ad accorciarseli da solo e la barba l’aveva fatta sempre con un vecchio rasoio che egli si limitava ad affilare di tanto in tanto.
Una domenica, addirittura, Mario fu visto con un vestito nuovo. Gli andava un po’ largo, ma faceva comunque il suo effetto. Era un vestito, che il padre aveva lasciato in un armadio al momento di partire in guerra e che egli aveva sempre considerato una sorta di sacra reliquia. Mario andò a ripescarlo, lo lavò, lo stirò, lo indossò e percorse in lungo ed in largo il corso principale del paese. La sera andò a dormire contento, perché sentiva che tutto filava liscio e che presto si sarebbe sposato, a parte quel piccolo particolare che lo angustiava e che prima o poi, più prima che poi, doveva avverarsi riguardo allo zio.
E quel piccolo particolare si avverò, una mattina di Luglio del 1960, quando lo zio aveva ormai settantaquattro anni ed il nipote trentadue. Quella mattina faceva molto caldo ed un uomo si aggirava nel mercato di Crotone tra i banchi di frutta e verdura: aveva in mano una borsa vuota e avvertiva uno strano affanno. Ad un certo punto si sentì mancare il respiro e stramazzò a terra. Qualcuno si premurò di chiamare il Pronto Soccorso, ma il personale dell’ambulanza constatò subito che lo sconosciuto era già morto. Era stato un infarto.
Nelle tasche del morto fu trovato il suo portafoglio con qualche soldo, i suoi documenti ed un biglietto di andata e ritorno Scandale-Crotone e Crotone-Scandale. Quel biglietto di ritorno Crotone-Scandale era stato probabilmente l’unico, seppur involontario, spreco di denaro della sua vita.
Mario ricevette la notizia da un messo comunale verso mezzogiorno, mentre stava preparando il pranzo. Non sapeva se essere contento o dispiaciuto della notizia, ma si accorse che in fondo aveva voluto bene a quel suo zio arcigno e si comportò secondo quanto le circostanze richiedevano.
Si recò subito alla casa del morto, dove una vecchia domestica aveva provveduto ad aprire il portone e dove, dopo un paio d’ore, un carro funebre venne a depositare la bara. I vicini vennero in visita, fu approntata la veglia funebre e il nipote si comportò da perfetto padrone di casa e da nipote addolorato.
Il giorno dopo in chiesa, durante il funerale, Mario sedette in prima fila, poi ricevette le condoglianze di quasi tutto il paese e solo sul tardi poté ritornare alla casa del morto, dove qualcuno ancora si attardava a salutare e a dare le condoglianze.
Quando, finalmente, si ritrovò solo, si guardò in uno specchio e sorrise: si sentiva ricco e padrone.
-E’ fatta, pensò.
Si preparò a fare un giro per la casa per vedere quello che c’era. Poi si pentì.
-Ma no, verrò domani con calma, anche perché c’è molto da vedere.
Spasimava dalla voglia e dalla curiosità di girare per quella casa a lui quasi sconosciuta e nella quale era entrato solo una volta molti anni prima e quasi in punta di piedi. Ma riuscì a calmare le sue voglie e, seppure stanco, si sentì finalmente tranquillo. Ritornò a casa sua, mangiò qualcosa svogliatamente, andò presto a dormire, ma quasi non chiuse occhio durante la notte.
Il giorno successivo, mentre stava per uscire di casa, il portalettere gli consegnò un telegramma. Pensò che fosse un telegramma di condoglianze, ma veniva da Crotone e la cosa gli sembrò piuttosto strana. Mario lo aprì con una certa apprensione e lo lesse con difficoltà, anche perché non era abituato a ricevere telegrammi e soprattutto non era abituato a leggere, da quando tanti anni prima aveva preso la licenza elementare con la maestra Belvedere. Il signor Mario Fusaro è convocato presso lo studio dello scrivente, per domani Giovedì 28 Luglio 1960, alle ore 15, per comunicazioni che lo riguardano. Firmato Tommaso Capocasale Notaio in Crotone.
Non avrebbe mai immaginato che zio Paolo potesse fare un testamento e, addirittura, potesse depositarlo presso un notaio. Ma, se c’era, tanto valeva affrontarlo serenamente, perché lui era l’unico parente del morto e non potevano esserci pericoli. Che se poi lo zio avesse deciso di lasciare qualcosina, per scrupolo di coscienza, a un estraneo, e beh, pazienza! Questo avrebbe cambiato poco o niente.
Il giorno dopo chiamò un taxi, ormai se lo poteva permettere, e si fece portare a Crotone. Quando fu introdotto nello studio del notaio, si accorse della presenza di un signore che dimostrava più o meno la sua stessa età. Pensò fosse un dipendente dello studio, ma restò perplesso quando ad essere convocati dal notaio furono in due, lui e lo sconosciuto.
Il notaio li fece sedere, lui su un divanetto, lo sconosciuto su una poltrona di fronte, e così parlò:
-Siete stati convocati in questo studio perché il signor Paolo Crimi, deceduto in data 25 luglio 1960, ha depositato presso me notaio un testamento olografo, con richiesta di immediata lettura: cosa che mi appresto a fare.
Il notaio estrasse da una busta un foglio scritto a mano e lesse:
Il sottoscritto Paolo Crimi, nato a Scandale (Catanzaro) il 21 aprile 1883, nella mia piena capacità di capere e di volere, decido questo. lascio tutti i miei averi e i miei soldi a mio figlio Giacomo Crimi, figlio naturale che ho riconosciuto come figlio legittimo, con provvedimento del giudice del 1955. Lascio a mio nipote Mario un asino. Scandale 20 marzo1957.
Mario ritornò a casa arrabbiato, deluso e sconcertato. E poi quale asino? Non c’era nessun asino, o meglio un asino c’era, ma lo zio lo aveva venduto due anni prima di morire. Dal momento che questa era la volontà del morto, egli pretese un asino dall’unico erede, il quale non ebbe difficoltà ad accontentarlo, comprandone uno.
Dopo qualche giorno Mario fece sfilare l’asino per le vie del paese, forse per far vedere ai paesani che comunque qualcosa in eredità aveva avuto. L’insolito spettacolo aveva attirato l’attenzione di molti e soprattutto di un nugolo di monelli che, gridando e sbeffeggiando, si erano aggiunti al corteo. Tutti si voltavano ad osservare, le donne si affacciavano alle finestre e ai balconi, uno strano e frenetico tripudio sembrava aver coinvolto l’intero paese.
Alla testa del corteo Mario spingeva l’asino, gli gridava dietro e lo bastonava senza pietà con un randello, chiamandolo zu Paulu (zio Paolo).
Quando il corteo festante arrivò nella piazza principale, Mario fece segno che voleva un po’ di silenzio e fu subito accontentato. L’attesa era vivissima, perché era la prima volta che egli aveva qualcosa da dire e tutti erano curiosi di ascoltare.
Mario si schiarì la voce con un colpetto di tosse, una, due, tre volte, poi disse:
-Scandalesi, tutti avete visto quello che mio zio mi ha lasciato. Mi ha lasciato un asino. Ma quest’asino non è mio, è di tutto il paese. Chiunque lo vuole, da domani potrà usarlo. Ad una condizione. Che, quando gli dovete dare una bastonata, lo dovete chiamare zu Paulu.
Gli astanti applaudirono, gridando, sghignazzando, torcendosi dalle risate. Poi Mario fu issato sulle spalle dei presenti e portato in trionfo per la piazza dalla folla in delirio.
Mario si sentiva sballottato e trascinato e, mentre passava da una spalla all’altra, osservando la folla tumultuante sotto di lui, forse per la prima volta in vita sua ebbe un barlume di lucidità, intuì confusamente qualcosa sul senso della vita e pensò:
-Bisogna guardarli bene e ricordarli uno per uno. Sono gli stessi che solo quindici giorni fa mi hanno dato le condoglianze per la morte dello zio.
Ezio Scaramuzzino